C’ERA UNA VOLTA IL CARNEVALE IN SICILIA

…nel periodo di Carnevale.

Era d’usanza che tutti si travestissero, qualunque fosse la loro età o il loro ceto sociale. Ogni famiglia formava il proprio gruppo in maschera creando originali e grotteschi contrari. Gli uomini si camuffavano da donne e le donne da uomini, i giovani da vecchi, i vecchi da giovani, i bambini da adulti, gli adulti da bambini. Uomini ciccioni diventavano gestanti, uomini minuti indossavano candide vesti nuziali con tanto di velo e strascico. C’erano ammalati con medici e infermiere che gli correvano dietro, funerali in grande stile con tanto di lacrimoni. Ed ancora monache, preti, fraticelli scalzi…

Per ogni travestimento non si spendeva al di là di qualche sacchetto di coriandoli o una maschera grottesca, il resto lo si racimolava rovistando nei bauli ed assemblandolo con molta fantasia. Si trattava dei cosiddetti frasciami (robaccia). Naturalmente la tipologia di tali maschere era infrasciamati (malvestiti).

Anche Ada fece parte di un gruppo, travestita da vecchietta ingobbita, con i capelli imbiancati di farina e le mani sporche di carbone.

Andavano di dimora in dimora, parlando con voce camuffata ed invitando chi li ospitava al riconoscimento. Le donne travestite da uomini cercavano di toccare di seni delle donne di casa, le quali nel dubbio si ritraevano tra lo scandalizzato ed il divertito. Alla fine si abbassavano le maschere anche se non avevano indovinato chi fossero.

Malanova, vadda cu era: cummari Vera vistuta di carrabineri! E sta picciridda ca pareva na vicchiaredda pi ddavveru! Pigghiativi i chiacchiri, seriu i fici, i frii stamatina, ma pinsava sta mpruvvisata. (Per mala novità, guarda chi era: comare Vera vestita da carabiniere! E questa bambina che sembrava una vecchietta per davvero! Accettate “le chiacchiere”, le ho cucinate apposta, le ho fritte stamattina, me la immaginavo questa visita improvvisa.)

E di biviri chi ni duni? (E da bere che ci offri?) – diceva lo zio, ormai smascherato con l’ampia camicia da notte e vestaglia femminile.

Vinu, vinu bonu. Servitivi (Vino, vino buono. Servitevi).

Ju vinu nun ni bivu (Io vino non ne bevo) – annunciava la zia davanti al vassoio preparato con un certo numero di bicchieri.

La padrona di casa rispondeva:

Allura chi ci dugnu? A jazzusa, comu i picciriddi? (Allora che le offro? La gazzosa come per i bambini?)

Poi rivolta alla bambina e dopo a tutti gli altri:

Teni bedduzza: biscotti i casa, carameli di carrubba, licca licca. Ma pigghiatini magari vui, ca oggi semu tutti carusitti! (Tieni bellina: biscotti di casa, caramelle di carruba, lecca lecca, Ma prendetene anche voi, oggi siamo tutti ragazzini!)

Durarono quei Carnevali giocosi fino a quando durò la genuinità della gente. Venne il tempo che giovanotti senza scrupoli approfittassero dei travestimenti per entrare nelle case e depredarle, con tanto spavento degli abitanti, degli averi più o meno costosi che riuscivano a trovare. Nessuno allora a Carnevale aprì più la porta ai “mascherati”.

Rimasero solo le sfilate dei bambini con costumi sempre più sontuosi.

(Tratto dalla nuova edizione “Le foto salvate” di Tosca Pagliari”)

SIGNIFICATI ANTICHI E MODERNI

 

 

 

Ultimi giorni di scuola, caldo e  stanchezza, molta stanchezza. Alunni, irrequieti più del solito, che puerilmente litigano scambiandosi infinite accuse. L’insegnante estenuata esordisce dimentica di una giovanissima platea:

_ E basta con queste FILIPPICHE!

Silenzio improvviso, magnifico silenzio, ma occhi sgranati ed espressioni esterrefatte degli alunni fanno comprendere che necessitano spiegazioni. Così la maestra:

– Per FILIPPICHE intendevo  in senso metaforico. Infatti erano una lunga serie di accuse  scambiate da alcuni oratori dell’antica Roma.

Un velo di delusione cala su tutte le facce degli alunni.

Uno di loro, che non ce la fa a non dire sempre la sua, con una vocina acuta replica:

– E io che pensavo che tu ti riferissi a MARIA DE FILIPPI!

 

 

DI DOMENICA MATTINA

Di domenica mattina

mi ha svegliata la tristezza:

-Alzati è giorno, c’è il sole

eppure vieni con me.

-Sono già con te

resto qui

non faccio nulla

non piango neanche

sto ferma.

 

Mi ha svegliata la tristezza:

-Alzati!.

-Perché?

Dimmi un solo

valido

perché.

 

Mi ha svegliata la tristezza:

-Perché sei di natura

dispettosa

e prepotente

e riderai

per non darmi soddisfazione

riderai forte

per confondere

il mio alito infelice.

Combatterai

e a me piace

vederti combattere

io godo

a vederti dimenare

tra circostanze

e risoluzioni

con l’animo imbellettato

a somiglianza

d’una finta espressione.

 

 

Mi ha svegliata la tristezza

e non volevo

essere svegliata

volevo dormire

nell’apnea dei pensieri

volevo dormire

il mio sonno sottovuoto.

 

Mi ha svegliata la tristezza:

-Combattimi,

ma dammi soddisfazione

combattimi

a mani nude,

combattimi

dentro il tuo silenzio

e la tua follia

soprattutto

combattimi lealmente

senza usare

la tua arma segreta.

 

Mi ha svegliata la tristezza

ma io sono di natura

dispettosa

e prepotente anche

e tremendamente

sleale.

Io scrivo.

(Tosca Pagliari- Maggio 2018)

 

 

 

 

A TUTTE LE DONNE

A tutte le donne magiche

che mutano un pianto in un sorriso,

a tutte le donne uniche

che non si arrendono quando hanno deciso,

a tutte le donne guerriere

con armi di sogni e coraggio,

a tutte le donne che non temono frontiere

e intraprendono il loro viaggio,

a tutte le donne che rammendano

sbagli con fili di ferro coperti di seta,

a tutte  le donne che perdonano

e poi ritracciano una meta,

a tutte le donne che guardano oltre

pregiudizi ed inganni

e non le infagotta la coltre

del tempo e la somma degli anni,

a tutte le donne che sanno essere libere

anche tra lacci e nodi

a tutte le donne che amano vivere

nonostante dolenti chiodi,

a tutte le donne che sanno già dove andare

a quelle che stanno scegliendo una strada

a quelle che  sanno di poter restare

a quelle convinte che quel che deve accadere accada

a tutte quante un abbraccio forte

un abbraccio grande

e un augurio che oltre le porte

del cuore si espande

( Tosca Pagliari – vigilia dell’8 marzo 2018).

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

SACCO DI MADRE

Sacco pieno di ossa e di carne

perché vita possa uscirne.

Sacco che di altra essenza  si riempie

per un destino che si compie.

Sacco  che  di pensieri si estende

e ogni cosa difende e comprende.

Sacco caldo di lana

che sogni dipana,

sacco fresco di tela di lino

dov’era nascosto un semino

sacco molle

di tenera pelle

che culla

il tutto e il nulla.

Sacco zeppo di affanni

che portano i figli

intanto che passano gli anni

e indietro non li ripigli.

Sacco che più non si svuota

e pesa e aggiunge un’altra quota.

Sacco di grembo

sacco di bimbo

sacco di anima e cuore

sacco di silenzio e rumore

sacco di madre che accoglie

e raccoglie

ogni giorno che passa

e aggiunge un altro sasso.

Sacco robusto che non si scuce

e anche al buio si fa luce.

Sacco elastico che non si sventra

dove tutto pigiato a forza ci entra

e mille speranze mai perse

in eterno liquido amniotico immerse

sospirando non osan legare  il laccio

del sacco.

(Tosca Pagliari – 20 gennaio 2018)

PENSIERI D’AGOSTO

Agosto sabbia leggera

sabbia di clessidra

che scivola i giorni

verso l’ora di tornare

rubando  la leggiadra

aria vacanziera.

 

Agosto musica di conchiglia

con allarme di sveglia

già pronta a trillare

per passare consegne

dal riposo al da fare.

 

Agosto bambino che strilla

il gioco lì non lo molla

lo stringe con presa audace

ma quel che piace

è sempre troppo  fugace

e l’onda già lo trascina

al largo della marina.

 

Agosto barchetta di carta

s’affloscia pian piano

e il gioco già fugge di mano.

 

Agosto leone con criniera

e  ultimi ruggiti spaventa

la ripresa di  compiti assopiti

nella calura

e inventa,

finché dura,

l’illusione  d’un tempo sospeso

senza fretta e senza peso.

 

Agosto stella di mare

rubata alla vita

e rimasta a seccare

… la festa è finita.

 

(Tosca Pagliari 18 agosto 2017).

 

 

 

IL FOGLIO BIANCO

FOGLIO1

La purezza del foglio bianco

accoglie le parole

come mosche

su un candido lenzuolo

steso nel vento

ad asciugare emozioni.

E restano gli aloni

nell’intento

di cambiare il ruolo

alle   espressioni   fosche

lavandole in acquerugiole

di rinfranco.

Quel che il  pensiero  traccia

la mente per sempre abbraccia

matita indelebile

su un foglio reso inservibile.

(Tosca Pagliari- 8 agosto 2017).

VI LASCIO UN’ ALLITTERAZIONE

gatti

gatta pensosa
Andrò ad insegnare in un’altra scuola il prossimo anno scolastico. Al di là di tutto resta la nostalgia per gli alunni, ma professionalmente bisogna saper superare anche questo. Se già i figli nella vita sono in prestito figuriamoci gli alunni.

Eppure mi piace immaginare che qualcosa di quel che ho cercato di dare loro gli rimanga per sempre. Senz’altro i valori e poi l’amore per la conoscenza. Ma mi accontenterei anche di uno sprazzo, di un ricordo buttato lì a caso in un qualunque momento particolare della loro vita. Chissà magari ad un esame importante quando dovranno riconoscere il significato di un’ ALLITTERAZIONE  e verrà loro in mente una mastra stravagante che glielo ha insegnato usando i nomi dei propri gatti: OSCAR e SCARLETT.

Ciao bambini, ricordate: la vita presa sempre con un sorriso e non smettete mai di rincorrere i vostri sogni.

Con affetto.

La  maestra