STABILE/instabile

Ho bisogno

d’un mondo stabile

almeno un po’

più stabile.

Invecchio

m’ irrigidisco

l’elasticità

delle mia membra

è in fuga

insieme all’elasticità

della mia mente.

Ho bisogno

d’un mondo stabile

che non cambi

che cambi poco

che cambi lento.

Il logorio

del continuo adattamento

mi corrode come acido.

Ho imparato

disimparato

reimparato

reimpostato

resettato.

Ho fatto e disfatto puzzle

ricombinato ipotesi

riassemblato valori

rivalutato giudizi

riconfrontato pareri

liquefatto sostanze.

Ho rigirato le pagine

e rincorso realtà virtuali.

Ho scomposto

e ricomposto

ogni mio neurone

per intendere il senso

della dematerializzazione

ma non sono capace

di digerirne la forma.

Ho bisogno d’un mondo vero

e stabile.

Sto invecchiando

divento nostalgica

prendo mosse di gambero

e cerco d’andare a ritroso

nel tempo che fu:

un tempo che percepivo

lento

e stabile.

Ho bisogno di quel tempo

eppure non mi arrendo

procedo in avanti

sforzandomi

di tenere il passo

con vecchi piedi

dentro scarpe nuove.

( Tosca Pagliari in lotta col mondo – novembre 2020)

LA MIA CASA

Ho una casa che non è più mia,

io non ci sto più dentro,

ma lei sta dentro di me.

Non so a chi appartenga

adesso,

ma lei,

è certo,

non appartiene ad altri

se non a me,

perché solo io

ormai

sono rimasta

per averne memoria.

Ci sarà altra gente

ad abitarne le mura,

ma non la casa.

Ci sarà altra gente

padrona di stanze tetto e infissi,

ma non della casa.

La casa appartienea chi se la porta dietro

nel tempo

nei ricordi

del proprio vissuto.

Ho una casa

che dicono

non sia più mia

ma io ci entro

tutte le volte che voglio.

Quando mi capiterà

di passarci davanti

lei,

la casa

mi saluterà

perché me soltanto

avrà riconosciuta.

(Tosca Pagliari proprietaria di inestimabile diverso immobile

– novembre 2020)

IL FIUME E IL MARE

Vado come il fiume al mare.

Scorro sempre più veloce.

Ci fu il tempo della sorgente

fresco zampillo

di schizzanti risate

e lo scendere lieve

tra le margherite d’aprile,

ma anche il sasso

e il dirupo

e lo schianto fragoroso

della cascata.

Ora vado

tra acque turbinanti.

Vado come il fiume al mare.

Scorro sempre più veloce.

Ci fu il tempo della diga

del ristagno delle acque chiuse.

Fu il tempo quieto

dove si generò

e si raccolse

in quel tempo fermo.

E fu fermento

che squarciò le paratie

fu acqua fuggita impazzita

e nessuno riuscì

mai più a frenarla.

Così vado

come il fiume al mare

in corsa consapevole

ma non rassegnata.

Il mare sta lì e aspetta

lo sa

che ogni fiume nasce

per diventare mare

nell’infinito mare.

( Tosca Pagliari in pensieri e immagini prima del sonno-novembre 2020).

I MORTI NON TORNANO

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I morti non tornano

forse non sono mai partiti

abbiamo solo smesso di vederli e di sentirli

perché siamo diventati

ciechi e sordi dal dolore.

I morti non tornano

non tornano mai

forse hanno smarrito la strada

nel buio pesto del nostro dolore.

I morti non tornano

forse non vogliono tornare

hanno paura d’attraversare

il mare del nostro pianto.

I morti non tornano

forse non possono tornare

restano legati dalle grida

della nostra mancata rassegnazione.

I morti non tornano

nessuno li ha mai sentiti bussare

alla porta di casa

ma qualcuno ha sentito

il loro battito alla porta del cuore.

( Tosca Pagliari – vigilia del giorno dei morti 2020)

“A MAMMANA”

L’ostetrica, detta levatrice, o meglio ancora “a mammana” nel dialetto della Sicilia orientale ai piedi dell’Etna, era un elemento così necessario che tutti la tenevano in grande stima. Sino alla fine degli anni Settanta la maggior parte delle donne decideva di partorire in casa. Andare in ospedale era ritenuto quasi una vergogna, un’incapacità di diventare madre in modo naturale. Anche chiamare un ginecologo a domicilio era qualcosa di che andare poco fieri. Si accettava di farlo per disperazione solo in casi estremi e specialmente di notte, sperando che il vicinato non se ne accorgesse. Spesso non lo si chiamava neanche nei casi più drammatici perché non c’era abbastanza denaro per poterlo pagare. Così tutta la responsabilità ricadeva sulla mammana, su colei che rendeva mamma una donna.

 La mammana visitava presso la propria abitazione le donne gravide. Più di frequente si recava personalmente a casa delle gestanti. I mezzi diagnostici di quel tempo erano molto scarsi, ma l’esperienza era poco ingannevole. La mammana riconosceva se una donna era incinta già dallo sguardo. Riteneva che le pupille fossero più dilatate. Poi dalla turgidità del seno ed infine dalla visita ginecologica. Poco prima del parto riusciva a prevedere non solo la posizione fetale, ma anche, con scarsissimo margine di errore, il peso del nascituro. Le ecografie erano ancora lungi a venire eppure lei ci scommetteva. Non lo faceva mai per indovinare il sesso, la riteneva una sottigliezza inutile, ma sul peso sì, ci scommetteva e ci azzeccava sempre. Il prezzo della scommessa era spesso simbolico o di pochissimo conto, tanto per stare al gioco.

Veniva chiamata a tutte le ore del giorno e della notte, nelle festività più o meno importanti, nei momenti più disparati della propria esistenza. Si sedeva a tavola e restava col boccone a metà. Era agghindata, pronta per una cerimonia, doveva cambiarsi d’abito ed indossare il camice. Se stava per prendere parte al cenone natalizio, stappare lo spumante per lo scoccare del nuovo anno, avviarsi per una passeggiata in campagna, festeggiare il compleanno del figlio, andarsi a comprare un paio di scarpe nuove…Qualunque cosa s’apprestasse a fare non poteva mai sapere se l’avrebbe potuta intraprendere o portare a termine. Ma lei non ne provava alcun rammarico, nessuna stizza, nemmeno rassegnazione. Era del tutto naturale come un respiro. Era una chiamata forse paragonabile ad una vocazione.

Come veniva rintracciata era anche questa un’impresa. Inesistenti i cellulari. Il telefono lei lo possedeva, ma molte persone no. L’automobile, una seicento di colore blu, lei la possedeva, ma non era affatto un bene comune. I futuri padri arrivavano spesso trafelati e in abiti da lavoro, avevano fatto la strada a piedi o in bicicletta o con la vespa o con l’ape. Non sapevano riferire i sintomi di preciso, a quei tempi erano ancora affari esclusivamente da donna e agli uomini non è che non importasse, ma non c’erano abituati e in gran parte erano del tutto ignoranti in materia. La levatrice faceva svariate domande e quelli per lo più arrossivano e farfugliavano.

Così nel dubbio partiva sempre e alla svelta. Portava con sé una grande borsa. Dentro ci teneva tutto ciò che poteva servire a facilitare la venuta al mondo della creatura e ad alleviare le sofferenze della madre.

Tornava a casa quasi mai stanca, anche se non dormiva per diverse notti. L’energia la traeva dalla sua stessa volontà, dalla gratificazione d’aver avuto una nuova vita tra le mani, dalle numerose tazzine di caffè necessariamente ristretto. Il caffè fatto bene era qualcosa su cui non transigeva, lo sapevano bene le madri delle partorienti che ci mettevano tutta la qualità migliore e tutta la loro perizia per non sentirsi dire che sapeva d’acqua buona, ma non di caffè. Tornava a casa col soave profumo di borotalco e acqua di colonia: il profumo della vita. Perché era sempre lei che dopo aver fatto nascere la creatura, magari l’aveva sculacciata per farla piangere come si doveva, le aveva tagliato e legato il cordone ombelicale, disinfettato gli occhi e svuotato la bocca da residui amniotici ed infine con grande amore l’aveva lavata, asciugata, aspersa di borotalco, vestita con cura e versato qualche goccia d’acqua di colonia sul capo. Così si portava dietro quell’odore di cose delicate ed innocenti come una scia benefica.

La vita di una creatura per lei era vita da subito e la difendeva con tutta se stessa. Come evidente conseguenza non le si doveva parlare di aborto procurato per nessuna ragione al mondo. Non c’erano soldi che potessero bastare a convincerla né resoconti drammatici. Era irremovibile. Accettava di assistere le partorienti a qualunque condizione, anche di notte nelle sperdute campagne con la luce del lume a petrolio. Accettava di essere pagata come potevano, anche con qualche genere alimentare e magari con nulla. Poteva pure provvedere a proprie spese a fornire il latte artificiale a quei nascituri le cui madri non potevano allattarli ed erano economicamente indigenti. All’atto di dover procurare un aborto non c’era niente da fare. Era qualcosa che andava oltre la fede religiosa e oltre lo spauracchio penale quando ancora l’aborto era illegale. Era proprio un suo sentire l’embrione già come un essere fragile e bisognoso di difesa. Asseriva convinta che già dal concepimento fosse un essere umano, un’entità capace di percepire sensazioni. E poi in ogni caso era un ammazzare alla cieca, non si poteva sapere chi si eliminava, magari era proprio colui che avrebbe salvato il mondo o prodotto chissà quale grande scoperta per migliorare l’intera umanità. Così, se si presentava una donna per un aborto, prima provava in tutti i modi a dissuaderla e ad offrirle grande aiuto, poi, se durava nell’insistenza, la mandava via in malo modo. Non aveva una mentalità bigotta, poteva ben comprendere una ragazza che restava incinta prima del matrimonio e difenderla da ogni pregiudizio, persino da eventuali genitori di strette vedute. Poteva giustificare le relazioni extraconiugali, ma sul tema dell’aborto era irremovibile. Per fortuna in giro si sapeva che lei la pensava così e raramente incorreva in tali spiacevoli situazioni.

Un altro affare che accettava di mala voglia era forare i lobi delle neonate per mettere loro gli orecchini. Dopo aver fatto venire al mondo maschietti e femminucce continuava ad accudirli per diverse settimane insieme alle loro madri entrate nella fase del puerperio. Ogni mattina si recava nelle loro case e, dopo aver medicato la madre, faceva il bagno al neonato o alla neonata. Il rituale del bagno durava fino alla caduta del cordone ombelicale ed era un periodo che serviva anche ad istruire la madre su come accudire il proprio figlio o la propria figlia. Si stabiliva così un legame profondo tra la levatrice, la creatura venuta al mondo e tutta la relativa famiglia. Sicché la levatrice veniva sempre invitata al battesimo ed aveva lo stesso posto d’onore della madrina o del padrino. Era usanza però che ancor prima del battesimo le neonate dovessero avere gli orecchini perché si distinguessero come femmine. Questo modo d’intendere la femminilità alla mammana non andava affatto bene. Per lei era una sofferenza inflitta inutilmente ad una creatura che non aveva ancora il senso della vanità e non aveva neanche motivo d’essere marchiata nel suo genere in modo così doloroso. Ci metteva tutta la propria energia nello spiegare la cosa ai genitori, per far loro capire quanto esponessero, anche se per pochi istanti, al superfluo dolore una bambina innocente. Ma non c’era verso, i perciaricchi, ovvero le piccole boccole d’oro, di cui stretti parenti ne avevano fatto dono, dovevano necessariamente essere infilzati sui teneri lobi della neonata quasi ne valesse tutto un decoro familiare. Così la levatrice decideva suo malgrado di farlo, ma prima li faceva impazzire per bene. Rimandava i perciaricchi indietro dicendo che erano troppo grandi o poco appuntiti o che la chiusura non era affidabile quindi pericolosa. Alla fine pattuiva il prezzo, non faceva sconti né dilazioni, ma precisava che li avrebbe devoluti in beneficienza così il dolore della piccola non sarebbe stato vano. Sapeva che si sarebbe potuta anche rifiutare, ma tanto l’avrebbero fatto fare da qualcun altro e magari peggio. Lei asseriva di aver scoperto un punto sul lobo dell’orecchio dove c’era minor sensibilità, di avere la mano ferma al punto giusto per dare un colpo secco e profondo. Così a malincuore compiva tale operazione. E spesso ribadiva che una cosa era mettere un paio d’orecchini, un’altra uccidere una persona prima che venisse al mondo.

Così era fatta la mammana che per oltre cinquant’anni fece nascere migliaia di bambine e bambini e per quel lungo periodo di tempo, prima che finalmente le donne si decidessero ad andare in ospedale, lo fece anche con molte difficoltà e sacrifici. Quando venne il tempo della maternità ospedalizzata, finalmente riuscì a riprendere in mano la propria vita, ad avere turni ed orari stabiliti, meno responsabilità e rischi. Tutto divenne più sicuro e più asettico, certamente molto più comodo.

 Eppure qualcosa le mancava. Forse era quell’andare di casa in casa e fermarsi anche a parlare, a conoscere i fatti dei dintorni, ad instaurare legami sociali e familiari, a sentire propria, per un po’ di tempo, la creatura che aveva aiutato a venire al mondo.

Quando smise del tutto di lavorare fu un vero e proprio troncamento con le radici dell’esistenza, un senso di non appartenenza al filo della vita. Poi si acquietò e, come per lo più accade, trovò un’altra ragione d’esistere. Lei trovò l’amore per i nipoti che arrivarono.

Da diversi anni questa mammana non è più sulla scena del mondo. Eppure ogni volta che mi capita di pensare a lei sento come una musica che scaturisce dal suono di migliaia di vagiti.

Sento la vita che nasce.

Tosca Pagliari (notte tra il 31 ottobre e il primo di novembre 2020)

ANIME

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Dalla voce di Carlotta Ciulli (ottobre 2020)

Ci sono anime con la stessa pelle.

Vagano.

A caso si sfiorano

a fiuto si riconoscono.

Sono anime che sanno di sale

degli stessi mari

e si asciugano

con gli stessi venti.

Hanno parole gemelle

e pensieri che si specchiano.

Sono anime complicate

che si rinvengono

in segni semplici

un codice

forse

già tatuato

in un’altra dimensione.

Sono anime

che indossano gli stessi colori

e bevono dalla stessa fonte.

Hanno parole mute

e silenzi rivelatori.

Raccolgono gli stessi fiori

e si consolano di profumi.

Sono anime discrete

che si accompagnano

abbracciando la vita

Tosca Pagliari – (ottobre 2020)

UNA SEDIA DAVANTI ALLA PORTA PER GUARDARE IL MONDO DA CASA

 

 

Quando le donne guardavano il mondo da casa, una sedia davanti alla porta era il loro trono di gioie e dolori dall’inizo alla fine della vita. Se ne stavano sedute composte mentre andavano avanti nelle varie fasi di un’esistenza fatta di attese, sacrifici, rinunce.

Tutto questo nella toccante poesia  dialettale di

Franco Fratantonio, alla quale segue una mia traduzione.

Invito, tuttavia, anche chi non conoscesse il dialetto, a leggerla nella stesura originale perchè è proprio lì che si coglie tutta l’essenza.

NA SEGGIA RAVANZI A PORTA

Na segghia ravanzi a porta
aspittannu ri jucari
prima ca arrivassi a malizia
Na segghia ravanzi a porta
aspittannu ca ti talìa u zitu
ma attenzioni…che rinoccia
‘ntuppati
Na segghia ravanzi a porta
aspittannu u primu addievu
cusiennu e cucinannu
Na segghia ravanzi a porta
aspittannu nu maritu
ca torna lurdu
ro travagghiu
Na segghia ravanzi a porta
aspittannu i figghi
e ‘mpazziennu pe niputi
Na segghia ravanzi a porta
vistuta ri nivuru a luttu
aspittannu a propria morti
Ora ciusi si porti
cianciemu fimmini
ca hana vissutu
aspittannu, aspittannu
na na segghia ravanzi a porta

di FRANCO FRATANTONIO.

UNA SEDIA DAVANTI ALLA PORTA

Una sedia davanti alla porta

aspettando di giocare

prima che arrivasse la malizia.

Una sedia davanti alla porta

aspettando che t’ammirasse il fidanzato

ma attenzione… con le ginocchia

accostate.

Una sedia davanti alla porta

aspettando il primo neonato

cucendo e cucinando.

Una sedia davanti alla porta

aspettando il marito

che torna sudicio

dal lavoro.

Una sedia davanti alla porta

aspettando i figli

e impazzendo per i nipoti.

Una sedia davanti alla porta

vestita di nero a lutto

aspettando i propri morti.

Ora chiuse sono le porte

piangiamo le femmine

che hanno vissuto

aspettando aspettando

una una sedia davanti alla porta.

( libera traduzione di Tosca Pagliari)

Segreto di mare

Dalla voce di Carlotta Ciulli (ottobre 2020)

Mi dici mare che sbatti
bofonchi e sprizzi
contendi col vento
con schiuma di rabbia
Mare che cadi,
ti risollevi al cielo
t’arrotoli , spiaggi
impetuoso t’adagi
e ricominci la lotta.
Mi dici mare
quando tornerò
a trovarti calmo
specchio di cielo immoto,
mi dici mare
adesso
o poi
il segreto
di come si placa
lo spirito inquieto?
— Tosca Pagliari ( che col mare ci parla). Settembre 2020