NELLA SCHIUMA, NELLA SABBIA E NEL VENTO

 

-Ci vieni oggi con me a vedere il mare?

Lo possiamo anche toccare.

Devo prenderne i colori

i suoni e gli odori

e li devo vestire di parole di carta.

 

-Mi ci riporti oggi con te al mare?

Mi piace vederti rubare

la luce, il vento, le onde

l’abbaglio d’una coda di sirena

impigliata nella rena.

 

-Sì, ti ci riporto con me al mare

ti ci riporto oggi

prima del tuo viaggio

così io scrivo e tu leggi.

 

Così come in un tempo bambine

quando le mani erano manine

e toccavano arcobaleni

riempivano le tasche

di conchiglie, ciottoli

e sogni in divenire.

 

Ti ci riporto adesso che vai

e ritorni nella magia dei ricordi

e stai lì nella schiuma,

nella sabbia e nel vento

lì dove ti vedo e ti sento.

 

(Tosca Pagliari – 7 novembre 2019 – alla cara amica d’infanzia e di sempre)

 

Avevo dieci anni, lei un po’ di meno. Era la mia bellissima amica. Amava il gioco che facevamo. A volte ero io ad invitarla ad andare a vedere insieme un luogo, altre volte me lo chiedeva lei. Poi io lo descrivevo sulla carta così che leggendo insieme lo visitavamo due volte. Vivendo in un posto di mare, era quello per lo più ci toccava scegliere. Da grandi per un periodo ci siamo perse di vista. Poi ci siamo ritrovate e chicchierando dei tempi andati,tra tutti i nostri ricordi ,lei si entusiasmava ancora proprio di questo modo che avevamo di anadare a vedere insieme i posti e dopo leggere quello che scrivevo io.

Adesso ci siamo di nuovo perse di vista, ma non di sentimenti.

Tutto la terra si porta via negli anni, ma la memoria  resta e le anime non si possono separare.

 

 

LA SETTIMANA DEL CODICE e quando le bambine erano già un passo avanti.

Negli anni Sessanta, quando ero una bambina, era così noioso il ricamo a punto croce al quale venivo obbligata! Avevo tanta voglia di movimento ed invece mi toccava stare seduta. Avrei preferito andare a prendere a calci un pallone nelle ore libere dallo studio, ma occorreva che imparassi l’arte del ricamo in quanto “femmina” e in futuro “donna”.

Erano gli anni in cui le donne già si facevano sentire: bruciavano i reggiseni nelle piazze, indossavano le minigonne, inneggiavano all’aborto libero e al libero amore, ma tutto questo doveva restare tabù per le giovanissime menti che ancora si potevano plasmare con l’arte del punto croce.

Così non lo sapevamo, ma noi bambine, se per certi versi venivamo condizionate, per altri versi andavamo avanti come erano andate avanti le nostre ave senza saperlo. Programmando le sequenze di un disegno ricamato, che doveva apparire su un tessuto, si andava acquisendo una modalità di pensiero algoritmico da applicare trasversalmente in tutte le future mansioni di donne. La gestione della casa (faccende, conti da far tornare, ricette dei cibi…) e dei  molteplici figli (con tutte le varie dinamiche), poteva essere condotta con più successo rispetto a quanto ne sarebbero stati capaci gli uomini.

Così tra un punto e l’altro, senza rendercene conto, sviluppavamo il pensiero computazionale!  E chi lo poteva immaginare!

Adesso non si impone più il ricamo alle bambine. Con l’educazione di genere non ci sono dettami comportamentali standardizzati in base al sesso. Si vive inoltre in un’era tecnologica, dove gli attuali giochi e strumenti elettronici erano inimaginabili cinquant’anni fa. Di conseguenza anche il sapere deve essere veicolato con moderni strumenti e, per certi versi, finalizzato in maniera adeguata ai tempi che corrono.

Anche bambine e bambini adesso si approcciano al CODING, imparano appunto l’abbiccì della programmazione. Lo fanno in maniera ludica con i video giochi, si cimentano in percorsi, programmano la sequenza dei movimenti di un giocattolo e si deliziano con la pixel art, che somiglia tanto all’antica tecnica del punto croce.

Fino al 20 ottobre, nelle scuole di ogni ordine e grado, è attiva la CODE WEEK (Settimana del codice). Indispensabile momento educativo perchè la tecnologia si evolverà sempre di più, i giovani cresceranno con essa e la dovranno gestire nel migliore dei modi.

Buon lavoro docenti e alunni. E buon divertimento!

Mi voglio divertire anch’io. Devo rifarmi dei tempi della noia.

by Tosca Pagliari ( tra passato e futuro)

 

ANDARE A FARE LA SPESA con nostalgia.

 

Io rallento e il mondo accelera. Passa il tempo, vado sempre meno sprint. La natura da bradipo di chi si fa avanti con gli anni è forse anche un modo per gustare il tempo che si accorcia. Oppure no. Da bambina mi ricordo un tempo lento. Ma io ero una bambina d’altri tempi, dove quello che oggi c’è allora era inimmaginabile. Le cose più tecnologiche di cui ho memoria sono la scala mobile della UPIM  e, in un primo periodo, il telefono e la televisione al bar vicino casa. Poi ho avuto anche il telefono e la televisione a casa. Ma era bello che venivano i vicini a chiedere il favore di fare una telefonata o il piacere di trascorre una serata insieme a guardare un programma. Andare a fare la spesa con i grandi era una passeggiata, un tempo lento anche quello. Si partiva a piedi con una sporta di paglia bella grande. In verità mia madre o mia nonna ne portavano una bella grande, a me ne davano una piccola. Si entrava in bottega e mentre si acquistava si chiacchierava dei fatti quotidiani, da quelli di interesse mondiale o nazionale a quelli accaduti nel borgo circostante. Le cose si sceglievano con calma, si pesavano con calma con la stadera. La bottegaia incartava tutto con calma, io ammiravo come arricciava la carta ripiegando i bordi all’indentro fino ad ottenere un pacchetto ben sigillato. La merce liquida te la versavano in una bottiglia che magari ti eri portato da casa. Alla fine si pagava con calma contanto banconote e monetine. Io forse sono troppo nostalgica, troppo…boh! Non so definirmi. Però andare a fare la spesa ultimamente è di uno stress indicibile. Intanto devi rincorrere le offerte, studiare gli innumerevoli volantini e poi recarti nell’apposito supermercato. Quindi prendi la macchina, guida nel traffico. Trova posteggio che non sempre nello spiazzo commerciale è garantito causa l’affollamento. Prendi il carrello e spingilo tra un corridoio e un altro facendo attenzione a non urtare persone e oggetti, sembra di continuare a guidare e viene in mente come mai non facciano i corridoi a senso unico. Intanto tocca guardare da tutte le parti, in tutti gli scaffali alla ricerca di prodotti e prezzi. Se incontri qualcuno a malapena lo saluti, che se ti metti a parlare intralci il traffico e ti guardano tutti storto. Poi arrivi alla cassa col carello colmo ed è lì che l’ansia galoppa. Velocemente devi mettere i prodotti sul nero nastro mobile, ma velocemente davvero, più veloce del cassiere che va a mille, perchè devi fare in tempo ad essere pronta dall’altro lato per imbustare il tutto. Ti piacerebbe imbustare secondo un verso ben preciso: la frutta e la verdura insieme, i detersivi insieme, i prodotti da frigo insieme… ma non ce la fai. Il cassiere ti chiede il conto, porgi la carta e guai a dimenticarti di dire: ” Non la strisci che il contactless è disattivato”. Se non lo avverti in tempo il patatract è fatto e devi ricominciare tutto daccapo. Così ti senti in colpa e cerchi di scusarti riguardo a quell’alt di teconologia che hai volutamente imposto alla tua carta di credito: “Sa io sono molto distratta, ho paura di perderla, di non accorgermente e di trovarvi poi con qualche fregatura”. Ma non t’ascoltano mica e se ti ascoltano replicano: “Vabbè! Ma solo venticinque euro!” Beati loro che sono così ricchi che venticinque euro li darebbero via come venticinque centesimi. Intanto è ora del pin e preghi di digitarlo  giusto. Ce la fai!!! Ma nel frattempo il cassiere ha messo mano alla tua roba e per farti una “gentilezza” l’ha imbustata a modo suo. Tutti abbiamo diritto a salvaguardarci e lui deve rendere conto al datore di lavoro e alla gente in fila che sbuffa. Ti restituisce  lo scontrino  e la carta che tu vuoi riporre nel borsellino al più presto per evitare di smarrirla, anzi di perderla proprio. Intanto ti senti goffa perchè la fretta ti rende impacciata e la gente, che ha più fretta te, ti guarda di traverso. Ti allontani di fretta con le borse caricate alla rinfusa sul carrello, il borsellino e la borsa mezzi aperti, disperatamente cerchi  un angolino per organizzarti e pensi comunque che qualcuno ti guarda e sbuffa. Non lo pensi succede davvero. Esci e ti ritrovi il tizio di turno che, in cambio di un’offerta, si offre di aiutarti. Se provi a rifiutare il suo aiuto è doppia fatica: una che ti devi caricare la roba da sola, l’altra che per dissuaderlo ce ne vuole eccome! Il problema è che tocca andare di nuovo a rovistare tra borsa e borsellino in cerca di monetine. Il dramma è che quando stai per mettere in moto ti rendi conto che hai comprato di tutto,hai roba per almeno quindici giorni, ma hai dimenticato cose urgentemente necessarie. E allora perchè non ti fai una lista? Perchè non ti prepari le monetine in tasca da dare di mancia? Perchè non posso avere il tempo lento di una botteguccia ogni mattina, vedere quel po’ che c’è a buon prezzo e regolarmi per il resto della giornata?  E no, tocca correre. Magari verso un altro supermercato perchè quel che ti manca è lì in offerta. E si ricomincia. Di spesa si può anche morire. Forse no, ma un po’ di emicrania e tachicardia ti viene. E la sincope quando ti accorgi, giunta a casa e srotolando gli scontrini, di quanto hai speso mentre non ti rendevi conto con la valuta immateriale della carta di credito. Ma chi se lo poteva immaginare tanto progresso! Intanto si potrebbe sfruttarlo anche meglio il progresso. Con un’apposita app ti recapitano tutto a casa. Mica male! Ma adesso no. Magari quando sarò molto vecchia e sarà necessario. Ma ci vorranno un bel po’ di anni e nel frattempo nessuno è in grado di immaginare il progresso che ancora verrà.

(Tosca Pagliari – persa in discorsi di spesa, nostalgie, progresso, stress e grande smania di scrivere – Grazie a chi ha letto sin qui.)

 

I FIGLI.

I figli escono con dolore dalla porta del corpo della madre.

E’ un dolore che si dimentica subito trasformandosi in amore.

Poi crescono, giorno dopo giorno, si viaggia insieme

nello stesso habitat.

Arriva il momento che tocca aprire un’altra porta.

Madre , i tuoi figli hanno radici fatte di carne della tua carne,

ma non sono tuoi

perchè hanno anche ali grandi fatte di sogni, di vento di futuro.

I figli devono uscire, volare via, volare in alto.

Devono ancora una volta uscire da te.

Stavolta è un dolore che non si dimentica,

ma che conforta.

e di cui ci si compiace:

se volano ce l’hanno fatta.

Ce l’hanno fatta e  tu insieme a loro.

(Tosca Pagliari, 22 agosto 2019)

 

Il postino e lo smartphone.

 

La meraviglia dell’odierna tecnologia è anche che in tempo reale ci si può collegare con tutti in tutto il mondo. Ci si può scrivere, parlare e anche … vedere!

Questo dovrebbe facilitare molto le relazioni sociali e affettive.

Per i nativi digitali è un fatto scontato utilizzare i diversi dispositi, le varie applicazioni e i numerosi vari social net work, per comunicare. Avere un partner e portare avanti una relazione amorosa è semplicissimo, è come tenerlo sempre in tasca insieme allo smartphone.

Eppure non molto tempo fa tutto questo non c’era e se ci ripenso oggi pare impossibile che la mia generazione sia riuscita comunque a comunicare  anche a distanza.

I bigliettini mandati col passa mano, notizie varie col passa parola, il fischio speciale di chi passava un attimo sotto il balcone. Immagino i giovani leggere tutto questo e sorridere come se si trattasse di un romanzetto rosa dell’Ottocento.

E poi c’era il postino! Lo vedevi da lontano e il cuore andava a mille. Si fermava davanti alla tua porta e  ti si fermava pure il cuore nel vedere estrarre la tipica busta dell’air mail contornata da striscette rosse e azzurre. Il postino era una sorta di eroe, di essere soprannaturale, qualcuno a cui veniva affidato il proprio destino. Non è un paradosso, perchè una lettera che si perdeva, che non arrivava, rischiava sì di cambiarti il destino.

Cari giovani e giovanissimi, dato che oggi è tutto più facile e immediato, che del postino non avete di che farvene ( tranne che non vi recapiti il pacchetto della merce ritirata on line) non date tutto per scontato.

Si dà più valore a ciò che si conquista con sacrificio e difficoltà, meno a ciò che è facilmente raggiungibile, facilmente rimpiazzabile.

Se penso alla mia giovinezza con un ipotetico smarphone, me la immagino completamente diversa e diverso pure il mio modo di essere. Invece avevo il postino, il telefono fisso, ma di più quello a gettoni e il tonfo di ognuno che andava giù mi dava un pugno allo stomaco.

A volte mi chiedo se sarei stata più felice ad avere quello che si ha oggi? Non mi so rispondere.

Di certo so che oggigiorno se manca la connessione Internet manca il fiato anche a me che respiravo a pieni polmoni alla vista del postino.

TEMPO PERSO

Si può veramente perdere tempo, sprecare tempo?

 

Spesso si ha questa tremenda sensazione di fare cattivo uso del tempo. La si vive con una sorta di rammarico, a volte pare proprio un misfatto, capita pure di rimproverarlo ad altri.

Ma il tempo solo noi possiamo quantificarlo. Esiste in quanto gli abbiamo inventato una misura e in quanto nulla rimane uguale, ma tutto via via si trasforma.

La concezione della perdita di tempo deriva da altri preconcetti con i quali il modello educativo ci ha plasmati. Soprattutto persiste il binomio mentale di tempo e produttività. L’ozio, la lentezza, le azioni non finalizzate a scopi utili e ben precisi sono deprecabili sicchè il tempo perso diventa quasi un’onta.

Si pensa “oggi non ho concluso nulla” e si conclude la giornata con un senso di smarrimento e grigiore nella migliore delle ipotesi.

Eppure il tempo non è mai perso e non si può non concludere nulla perchè siamo figli anche di stati d’animo, di sogni e di pensieri oltre che di azioni finalizzate.

Magari quando lo si perde il tempo in realtà lo si guadagna, ci se ne appropria in termini di vita vissuta e non recitata a copione.

La noia, la lentezza, il rimuginare, lo stare a guardare, lo stare a sentire dentro e fuori di noi ci regalano tempo di vita.

E allora perdiamolo con serenità questo tempo con un nuovo concetto di produttività interiore, di affetto per noi stessi, di conoscenza di noi stessi.

Noi siamo il tempo, noi siamo la sua misura non soltanto cronologica.

RALLENTIAMO, FERMIAMOCI, ATTIVIAMO RECETTORI DI NOIA, VIVIAMO TUTTE LE VOLTE CHE SENTIAMO IL TEMPO SCIOGLIERSI PIACEVOLMENTE INSIEME A NOI.

(Tosca Pagliari ha scritto felice di stare qui a prendersi il tempo che le piace pensando affatto di perderlo. E se qualcuno  ha letto fin qui mi auguro che provi la mia stessa serena leggerezza.)

 

La scrittura è femmina, anzi donna.

La scrittura di una donna è qualcosa di potente, meglio di prepotente. Come scrive una donna? Scrive col cuore, con la testa, con l’animo, con tutte le intercettazioni del proprio corpo. Ma una donna non si siede e scrive ininterrottamente ed esclusivamente. La donna scrive a “lascia e riprendi”. Che c’è di strano? C’è che non è facile lasciare e riprendere quando stai lì nell’attimo creativo. Chi crea a tutti i livelli e in tutti i settori lo sa. Il momento è creativo è qualcosa che non si può e non si deve rompere perchè è lì in quel preciso spazio temporale e dopo nulla sarà come prima. Ma una donna può. Lei sa crearsi una sorta di bolla dove congela l’effetto e poi torna a riprenderselo e a plasmarlo di nuovo.

La donna scrive in tutti i buchi del proprio tempo. Scrive mentre mantiene attive le antenne a tutto ciò che la circonda dentro e fuori la propria dimora, la propria persona. Scrive tra le incombenze familiari, domestiche, burocratiche, lavorative. Per fortuna la natura l’ha dotata di astuzie o meglio strategie o meglio ancora di una innata funzione multitasking che la rende capace di quel “lascia e riprendi” senza danneggiare nulla.

E ci sono state donne che hanno scritto dei capolavori in passato quando la mancanza della tecnologia rendeva tutto più difficile. Scrivevano a mano, a lume di candela, magari col pupo attaccacato al seno. Senza la facilità di un computer scrivevano su un quadernino che prendevano e riponevano in un cassetto, prendevano e riponevano, riponevano e riprendevano, magari appena dopo essersi asciugate le mani nel grembiule.  Poi, in alcuni casi, si sono dovute inventare un nome da uomo, uno pseudonimo maschile come garanzia di intelligenza. Peggio ancora, alcune  donne hanno lasciato acquisire ai mariti la proprietà del loro ingegno perchè era l’unico modo per rendere l’opera pubblica, credibile e magari fonte di guadagno. Eppure  le donne hanno scritto, hanno fatto anche loro la storia della letteratura. Perchè una donna quando vuole scrivere scrive e non la ferma niente e nessuno.

Una donna non si lascia fermare neanche la sua stessa femminilità, ora, che scrive usando un pc, può tenere facilmente in posa lo smalto sui tasti mentre freneticamente la creatività va a gonfie vele. Smalto e creatività pensate che non vadano d’accordo? La vanità da una parte e il pensiero profondo dall’altra, insieme al galoppo su una tastiera? Sì è possibile, per una donna è proprio possibile.

Qualcuno vuole smentire? Qualcuno vuole confermare? Dite pure.

UMANA PIETA’ O ISTINTIVA FEROCIA?

Ecco il dilemma dopo aver sottratto la malcapitata lucertola al mio gatto. E lui poi quanto ha pianto! Sì, sì piangono anche i gatti con miagolii laceranti.

E’ che a me la lucertola faceva pena mentre lui assecondava il felino istinto.

Ne consegue che ho alterato le leggi della natura.  Così mi rimane il dubbio della validità del mio agire.

Di dubbio in dubbio la mia coscienza ha cominciato ad innescare conflitti tra filosofia, teologia, etica, scienza, sentimentalismo, trasgressione, rivoluzione…un calderone che con le temperature odierne ha iniziato a bollire e a spandere fumi.

E tutto quel che ora mi viene da sintetizzare è che siamo tutti quanti fumo sparso nel vento.

Ho pensato che l’essere umano dotato di ragione, in quanto “specie superiore” (mah!), avesse tutto il diritto di manipolare le leggi scomposte della natura.

Ho pensato che un’opera di creazione che non prevedesse alcuna catena alimentare, ma solo esseri già  autonutrienti, bilanciati nella quantità mondiale e fatti perire di serena vecchiaia, sarebbe stato molto meglio.

Ho pensato che bisogna sempre intervenire, con le proprie capacità, per evitare una qualsiasi tragedia (anche la morte di un’ innocua lucertola).

Ho pensato alla scala evolutiva, agli animali dominanti rispetto ad altri, alle leggi naturali di salvaguardia e di equilibrio.

Ho pensato che trasgredire alle regole della natura e metterci il proprio operato ci dia un gradevole senso di potenza.

Ho pensato che con tutto quello che ci sarebbe d’aggiustare al mondo magari bisognerebbe cominciare a fare una rivoluzione ( a partire dai diritti della lucertola, o dai diritti del gatto?).

DELIRIO!

Delirio di tutto questo pensare che alla fine ha portato solo il bollore del caldo e la mia testa fumante.

Di certezze non ce ne sono, di giustizie ne mancano tante.

Sapete che vi dico, ho salvato una lucertola e non me ne pento. Ho fatto torto al gatto e non me ne pento. Del resto quando si salva qualcuno magari tocca fare torto a qualcun altro. Sugli odierni fatti di cronaca non mi voglio soffermare perchè già di tutto è stato detto compresi sproloqui e vaniloqui.

Mi fermo qui alla lucertola e al gatto che con la ciotola piena è stato costretto a risparmiare una vita. Prendetela pure come metafora che tanto non guasta.

Vedete quel che possono combinare un gatto e una lucertola ad una che come me finalmente si ritrova in vacanza!

Era tanto che mancavo da questo blog. Adesso spero di rimettermi spesso all’opera. E se chi ha avuto la forza di leggere fin qui  ne trovasse un altro pochino per esprimere il proprio parere ne sarei lieta.

Alla prossima.

Tosca Pagliari.

 

 

C’ERA UNA VOLTA IL CARNEVALE IN SICILIA

…nel periodo di Carnevale.

Era d’usanza che tutti si travestissero, qualunque fosse la loro età o il loro ceto sociale. Ogni famiglia formava il proprio gruppo in maschera creando originali e grotteschi contrari. Gli uomini si camuffavano da donne e le donne da uomini, i giovani da vecchi, i vecchi da giovani, i bambini da adulti, gli adulti da bambini. Uomini ciccioni diventavano gestanti, uomini minuti indossavano candide vesti nuziali con tanto di velo e strascico. C’erano ammalati con medici e infermiere che gli correvano dietro, funerali in grande stile con tanto di lacrimoni. Ed ancora monache, preti, fraticelli scalzi…

Per ogni travestimento non si spendeva al di là di qualche sacchetto di coriandoli o una maschera grottesca, il resto lo si racimolava rovistando nei bauli ed assemblandolo con molta fantasia. Si trattava dei cosiddetti frasciami (robaccia). Naturalmente la tipologia di tali maschere era infrasciamati (malvestiti).

Anche Ada fece parte di un gruppo, travestita da vecchietta ingobbita, con i capelli imbiancati di farina e le mani sporche di carbone.

Andavano di dimora in dimora, parlando con voce camuffata ed invitando chi li ospitava al riconoscimento. Le donne travestite da uomini cercavano di toccare di seni delle donne di casa, le quali nel dubbio si ritraevano tra lo scandalizzato ed il divertito. Alla fine si abbassavano le maschere anche se non avevano indovinato chi fossero.

Malanova, vadda cu era: cummari Vera vistuta di carrabineri! E sta picciridda ca pareva na vicchiaredda pi ddavveru! Pigghiativi i chiacchiri, seriu i fici, i frii stamatina, ma pinsava sta mpruvvisata. (Per mala novità, guarda chi era: comare Vera vestita da carabiniere! E questa bambina che sembrava una vecchietta per davvero! Accettate “le chiacchiere”, le ho cucinate apposta, le ho fritte stamattina, me la immaginavo questa visita improvvisa.)

E di biviri chi ni duni? (E da bere che ci offri?) – diceva lo zio, ormai smascherato con l’ampia camicia da notte e vestaglia femminile.

Vinu, vinu bonu. Servitivi (Vino, vino buono. Servitevi).

Ju vinu nun ni bivu (Io vino non ne bevo) – annunciava la zia davanti al vassoio preparato con un certo numero di bicchieri.

La padrona di casa rispondeva:

Allura chi ci dugnu? A jazzusa, comu i picciriddi? (Allora che le offro? La gazzosa come per i bambini?)

Poi rivolta alla bambina e dopo a tutti gli altri:

Teni bedduzza: biscotti i casa, carameli di carrubba, licca licca. Ma pigghiatini magari vui, ca oggi semu tutti carusitti! (Tieni bellina: biscotti di casa, caramelle di carruba, lecca lecca, Ma prendetene anche voi, oggi siamo tutti ragazzini!)

Durarono quei Carnevali giocosi fino a quando durò la genuinità della gente. Venne il tempo che giovanotti senza scrupoli approfittassero dei travestimenti per entrare nelle case e depredarle, con tanto spavento degli abitanti, degli averi più o meno costosi che riuscivano a trovare. Nessuno allora a Carnevale aprì più la porta ai “mascherati”.

Rimasero solo le sfilate dei bambini con costumi sempre più sontuosi.

(Tratto dalla nuova edizione “Le foto salvate” di Tosca Pagliari”)