IO E LA SCUOLA DI IERI E DI OGGI, PROPRIO OGGI 22 MARZO 2020.

 HO IMPARATO A SCRIVERE.

Ho imparato a scrivere con strumenti complicati: matite che si spuntavano in continuazione, pennini intinti nell’inchiostro che gocciolava o schizzava dappertutto, stilografiche da ricaricare a siringa e poi a cartuccia. Finalmente la penna biro! Poi la prima dattilografia, tic tac-tic tac  con due dita e attenta a non fare errori se no toccava cambiare foglio e ricominciare tutto daccapo. La seconda dattilografia col corso specializzato, dieci dita e via senza guardare la tastiera con la macchina elettrica che filava silenziosa e il cronometro e le gare di velocità nelle competizioni nazionali. Ma anche lì se si sbagliava era un pasticcio. Finalmente il primo computer e la meraviglia di poter sbagliare senza ansia, poter correggere facilmente, integrare, tagliare, copiare, incollare parole e brani. E via sempre più all’avanguardia con il correttore ortografico, con la connessione Internet e con i vocabolari in un clic. Ecco ora penso che sia stato meglio così senz’altro. La “bella calligrafia”  è diventata una pratica estetica non necessaria. Si può anche essere  mancini e disgrafici senza che nessuno ti leghi la mano incriminata, ti pianti una bacchettata, ti metta dietro la lavagna o le orecchie d’asino sulla testa. C’è il PC come strumento compensativo e tutto è risolto. Si è quasi perso un tipo di manualità e se ne è adottato un altro. Le dita sanno fare altro: battono sui tasti, trascinano il mouse, cliccano, usano il touch screen e regolano scivolamenti e pressioni per il perfetto utilizzo dei nuovi strumenti. I nativi digitali sono dei fenomeni. Quelli che come me vengono dal lapis ( che la matita nei miei tempi e nei miei luoghi la si chiamava così) sono anch’essi dei fenomeni di adattamento evolutivo. E mi piace che tutto questo  sia diventato la normalità odierna, lo trovo un bene, un vantaggio, una vera e propria fortuna, indietro non ci tornerei.

HO COMINCIATO AD IMPARARE A FARE L’INSEGNANTE E NON HO MAI SMESSO.

Avevo il gesso e la lavagna, la mia voce, la mia gestualità. Poi ho tirato fuori le prime cassette registrate con i nastri che si ingarbugliavano e si rompevano sul più bello. Poi  ancora i CD, i DVD  e i dispositivi USB con relativo PC naturalmente. E ancora la LIM  e i tutorial didattici, i filmati … Una meraviglia! A volte si ha la sensazione di andare col pilota automatico, ma non è così perchè l’insegnante è sempre lì che media la situazione. L’insegnante c’è, la classe c’è, tutti in carne ed ossa presenti e reali. E mi piace.

ADESSO STO IMPARANDO A FARE L’INSEGNANTE IN EMERGENZA.

Ieri sera, al TG straordinario, il Primo Ministro ha detto che stiamo vivendo il momento peggiore dal secondo dopoguerra. Un brivido. Io le difficoltà del secondo dopoguerra me le ricordo per i discorsi dei miei genitori e dei miei nonni e mi pare quasi d’averle vissute. Così la cosa mi sgomenta alquanto.

Con la pandemia del coronavirus e le scuole chiuse ci tocca optare per una didattica a distanza. Sto imparando nuove metodologie navigando tra piattaforme varie. E’ una fortuna che ci siano in questo momento tali alternative, così com’è  stata  una fortuna tutto il percorso tecnologico. Ma spero con tutto il cuore che questa modalità sia un’emergenza passeggera e non diventi mai  e poi mai la normalità.

Non rimpiango i tempi del lapis, sostituiti dai tempi della tastiera del PC o del touch screen, perchè gli strumenti sono un conto e l’umanità un altro conto. Perchè la lezione viva è viva davvero. La lezione “live” con questo corrispettivo inglese è viva per finta, per comodità, per non poterne fare a meno.

Specialmente se si ha a che fare con i bambini occorre lo sguardo diretto, il gesto ravvicinato, il calore, l’odore, la presenza necessaria a garantire il senso della realtà, della protezione, dell’umanità. Anche con gli strilli e i momenti di tensione, anche quelli sono realtà da imparare a gestire, a condurre verso livelli più ragionevoli e appaganti. Correggere un compito gomito a gomito spiegando, confortando e invogliando non è affatto la stessa cosa che segnare errori su un compito a distanza e nella migliore delle ipotesi inviare un commentino d’accompagnamento con tutti gli sforzi possibili ed immaginabili richiesti.

La didattica a distanza è per dire ai nostri alunni che se siamo distanti non siamo lontani perchè in qualche modo ci possiamo avvicinare. E’ per fare capire loro che la scuola non è perduta, che i compagni si possono in qualche modo ritrovare e che gli insegnanti non abbandonano nessuno. Non abbandonano nessuno con tutta la loro tenacia. Eppure sarà difficile arrivare alle fasce più deboli, a chi ha gravi handicap, a chi, tutt’oggi, non ha mezzi tecnologici, ma ancor prima dei mezzi la serenità e la necessaria tranquillità organizzativa.

Che in futuro tutto questo non sia davvero la normalità. Anche se  quello che stiamo imparando ci potrebbe sempre servire per gemellaggi di classi con alunni di altri luoghi, per andare incontro ad alunni che per motivi di salute non possano frequentare per un periodo la scuola… e così via per altre ragioni al di là della prassi quotidiana.

Se ne potrà fare tesoro di questo corso d’aggiornamento  improvvisato e intensivo (chiamiamolo così), ma che non ci sia un futuro dove la didattica a distanza diventi la prassi comune e gli insegnanti,così come eravamo fino qualche settimana fa, non diventino, agli occhi delle nuove generazioni, come il pennino intinto nell’inchiostro è rimasto ai miei occhi.

Intanto mi voglio nutrire di ottimismo e prospetto la mattina del primo giorno che tornerò a scuola con i miei alunni. Sarà come un primo giorno di scuola in assoluto, un giorno felice da ricordare per sempre e, per prima cosa, canteremo tutti insieme.

Arriverà anche questo domani. Tocca solo aspettarlo con fiducia.

(da Liberi Pensieri di Tosca Pagliari – 22 marzo 2020 secondo giorno di primavera)

 

 

RIFLESSIONE SULL’ARTE D’INSEGNARE A TUTTI attraverso un brano tra fiaba e realtà


BRANO TRATTO DAL RACCONTO “NIVEK-IL SEGRETO DELL’ERBA TAGLIATA” DI TOSCA PAGLIARI.

Nel caso volessi leggere la versione integrale, clicca su NIVEK dalla home page e poi un po’ più sotto clicca su SCARICA PDF. Buona lettura.

(Parlano un gatto e un bambino. Inizia il dialogo il gatto).

– Non mi interessano di preciso i nomi di tutti, ti ho mai forse chiesto il tuo?
– No, ma posso dirtelo. Mi chiamo Nivek.
– Stranezze umane!
– Adesso che ci penso dovrei dare un nome anche a te.
– No, non farlo! Non lo sopporterei di sentirmi chiamare Cicci, Pucci, Fufi, Frufrù o altri termini insulsi con cui sono stati appellati i miei simili per colpa d’umana idiozia.
– Allora sceglitelo da solo un nome. Come ti piacerebbe chiamarti.
– Beh, fammi un po’ pensare … Un nome è come un titolo di un’opera, ti deve dare un’idea sostanziale di quel che vuole esprimere in tutta la sua complessità. Io sono un gatto e siccome mi esprimo a miagolii mi piacerebbe chiamarmi, anzi chiamami senza alcun dubbio, MIAGOLA! Bello, no?
– Miagola è un verbo, anzi per l’esattezza “voce del verbo miagolare”, non è un “nome” e tanto meno un “nome proprio”.
– Chi le ha decise queste inconcludenti precisazioni?
– La maestra dice che si tratta della grammatica.
– Oh! La maestra!
E il gatto cominciò a ridere, sdraiato a pancia all’aria non riusciva a trattenersi. Cominciò allora a rotolarsi a terra e non ce la faceva più a smettere.
– Che c’è tanto da ridere?
– Le maestre mi fanno morire dal ridere.
– Perché? Tu sei un gatto che ne sai delle maestre.
– Che ne so? Lo so sì che lo so! Perdinci se lo so! Sono un gatto amMAESTRAto!
Così dicendo sembrò riprendersi, si piazzò su tutte e quattro le zampe e con la coda dritta, andando avanti e indietro, incominciò a parlare.
– Altro che se sono stato ammaestrato!
– E’ accaduto quando ti ho insegnato a fare i salti?
– No, caro mio. È stato molto tempo prima.
– Ma se ti ho trovato che eri un micio piccolo piccolo.
– Oh, sì! Piccolo piccolo e fuggitivo da un branco di fratellini ottusi che s’affannavano a dar retta all’ammaestratrice: “Tira su la zampa destra, tira su la zampa sinistra, fai un passetto, gira intorno, torna giù”..
– Questa roba la fanno i cagnolini al circo.
– Anche i micetti, dai retta a me, la fanno in qualche circo stravagante. Comunque l’ammaestramento credevo fosse una disgrazia capitata solo a poveri cani e gatti, fino a quando non sono saltato sul davanzale della finestra di una scuola e lì sono rimasto come imbalsamato. Guardavo e sentivo: ”Bambini zitti, bambini seduti, prendete il quaderno a righe, prendete il quaderno a quadri, copiate dalla lavagna, svelti, ripetete ba, be, bi, bo, bu. Bambini colorate: i quadrati rossi, i cerchi blu, i rettangoli verdi, i triangoli gialli. Bambini di qua, bambini di là e di su e di giù. Poveri bambini tutti vestiti uguali, tutti che andavano allo stesso ritmo, tutti che ripetevano con lo stesso tono. Poveri bambini ammaestrati! La maestra era bravissima a dirigere tutti quei bambini omologati, ma con quelli speciali con c’era verso. Con quelli ci voleva un tocco di classe, una sensibilità speciale al di là delle libresche dissertazioni didattico – psi..psi…psi ( Il gatto sbuffava ripetutamente) psico – pedagogiche (Ce la fece tutto d’un fiato e orgoglioso rizzò la coda continuando). I bambini speciali sono un vero e proprio rompicapo per le ammaestratrici, se non hanno fiuto non c’è sapienza che tenga. Il fiuto in questo caso è fatto di strategie, dedizione, convinzione di riuscita e un pizzico d’amore che non guasta mai. Se non sanno scommetterci è inutile che prendano in mano il gioco.
Ma torniamo a quel famoso giorno a scuola. Sbirciavo immobile seduto sulle zampe posteriori e la coda girata davanti a quelle anteriori, quando un bambino, che aveva un difetto nel meccanismo dell’attenzione, se ne stava voltato verso la finestra. Nonostante la mia immobilità e la mimetizzazione del mio pelo con il marmo bianco-grigio del davanzale, solo lui mi notò. Dimmi un po’ se non era davvero speciale quel bambino. Come mi vide gridò: “Gatto, gatto!” Con questa esclamazione disinnescò il perfetto meccanismo attentivo di tutti gli altri, che mollarono i loro arnesi e, tra gli inutili richiami della maestra, corsero a vedere, accalcandosi ai vetri. La povera donna, a furia di richiamare all’ordine era rossa in viso e la sua voce diventava sempre più stridula. Fu così che, istintivamente, me la detti a zampe. Quel che accadde dopo non lo seppi mai, ma posso immaginarlo. E tu mi vieni a dire che ne so io di maestre! Ne so eccome! Hanno l’ardire di voler far diventare semplice ciò che è complesso come se fosse una cosa abbastanza fattibile!
Basta ho parlato troppo delle maestre, mi detesterebbero se mi sentissero eppure non sanno che, in fondo, sono convinto che senza di loro il mondo sarebbe decisamente ignorante visto che, comunque, sono quelle che ti avviano al sapere. Come sarebbe un mondo futuro senza maestre, o anche maestri, perbacco, non lo so, questo proprio non riesco ad immaginarmelo. Adesso basta, proprio basta!
Invece a proposito del mio nome o Miagola o non se ne fa niente.

CIAO BAMBINI,CONTAGIATEVI D’ALLEGRIA e di saperi.

  Ciao bambini, state tranquilli e godetevi l’inaspettata vacanza. Cogliete l’occasione per dedicarvi a ciò che più vi piace, date sfogo alla vostra creatività. Fate di questo tempo il vostro tempo migliore perchè poi dovrete raccontarlo. Dovrete raccontarlo ai vostri figli, ai vostri nipoti e pronipoti perchè il futuro vi attende. Sarà un futuro migliore e luminoso come un arcobaleno dopo un forte temporale. Usate il tempo per pensare, sognare, progettare … , insomma state allegri!

Usate il tempo pure per continuare ad imparare oltre che con i libri e i quaderni  anche con gli innovativi strumenti che più gradite. Ma mi raccomando provate quanto più potete a non esasperare genitori, parenti e chiunque si occuperà di voi in questi giorni. Voi continuate a fare i bambini spensierati, è il vostro turno, approfittatene. Sappiate però che gli adulti continuano ad avere le loro preoccupazioni e le loro responsabilità, in questo momento ancora di più. Tocca a voi alleviare loro il peso con la vostra buona condotta. So già che lo farete perchè quando volete siete capaci di essere più grandi dei grandi. Buone vacanze bambini, vedrete che troveremo delle modalità piacevoli per continuare a lavorare insieme anche a distanza così da non sprecare nulla di questo prezioso tempo. A presto. Vi voglio bene, a tutti quanti, anche ai più birbantelli. E ricordate NEVER GIVE UP! ( NON MOLLATE MAI!).

La maestra.

 

 

 

L’ANNO CHE VERRA’

Ci siamo quasi al ventesimo compleanno del terzo millennio.

Di nuovo mi pare d’aver visto solo una continua avanzata tecnologica ad utilizzo individuale o collettivo. Una corsa verso la dematerializzazione di dati, immagini, incontri …

Un aggeggio in un palmo di una mano  a tutte le età e la comodità delle innumerevoli App che Appagano e Appannano il divenire dell’umanità.

Un cambiamento epocale, un mutamento, una nuova evoluzione o involuzione a seconda di come si guarda il mondo.

Quel che percepisco io, che vengo da un altro secolo e un altro millennio, è la progressiva scomparsa della necessità del contatto umano reale. Il nostro prossimo non è più necessariamente utile nell’immediatezza materiale perchè ben sostituito dai social, dai tutorial, dalle video chiamate. E’ pur vero che si azzerano le distanze, si condividono le esperienze, si recepiscono migliaia di informazioni in un clic, si facilitano innumerevoli situazioni, si semplifica l’esistenza di chi convive con vari handicap…

Ma indietro da questa ebrezza non si torna, non si saprebbe come fare, un annullamento di tutto ciò non lo sopporterei neanche io che al confronto sono una preistorica dell’era moderna.

La mia unica preoccupazione è che col tempo si giunga ad una condizione umana dove ognuno diventi una monade compiuta in se stessa.

Vengo da un tempo dove si assorbivano i racconti e le eperienze di chi ci stava accanto, dove necessitava l’aiuto, il consiglio della madre, della nonna, dell’amico/a, dei vicini di casa… Non si poteva fare a meno di incontrarsi per ridere o piangere, di riunirsi per cooperare…

Beh! Comunque oramai è così e chi vivrà vedrà il futuro che non riesco neanche ad immaginare, che di cose  che erano inimmaginabili al tempo della mia infanzia e della mia giovinezza ne ho già viste tante.

Quello che mi sgomenta è che, nonostante tutto questo inventare un altro mondo ed altri modi, permangano le stesse disgrazie dei tempi che furono: le ricchezze mal distribuite, le guerre sempre in atto, le malattie indebellabili, la delinquenza, lo sfruttamento, la cattiveria, l’invidia, la superficialità…

Tutto il male sfuggito dal famoso vaso di Pandora nessuna App riesce a neutralizzarlo.

E ancora ci sarebbe un mondo inquinato come non mai con tutti i dissesti ecologici che ci si ripercuotono contro.

E’ vero che andando avanti con l’età si diventa pessimisti ed apocalittici, ma mi piacerebbe tanto andare contro tendenza e pensare che, una volta presa coscienza di tanto spavento, l’umanità trovi un sano equilibrio verso un futuro sempre più perfettibile e che via via si riaggiusti ogni cosa.

Ci provo stasera a pensare così perchè ogni anno nuovo che arriva porta sempre la speranza del meglio. Se così non fosse che vivremmo a fare?

Buon 2020 a tutti quanti! Nell’anno che verrà, che ognuno trovi quel che cerca, che ognuno superi quel che non va, che ognuno cresca quel che ha già.

by Tosca Pagliari in attesa di eventi propizi – 29 dicembre 2019.

 

 

NELLA SCHIUMA, NELLA SABBIA E NEL VENTO

 

-Ci vieni oggi con me a vedere il mare?

Lo possiamo anche toccare.

Devo prenderne i colori

i suoni e gli odori

e li devo vestire di parole di carta.

 

-Mi ci riporti oggi con te al mare?

Mi piace vederti rubare

la luce, il vento, le onde

l’abbaglio d’una coda di sirena

impigliata nella rena.

 

-Sì, ti ci riporto con me al mare

ti ci riporto oggi

prima del tuo viaggio

così io scrivo e tu leggi.

 

Così come in un tempo bambine

quando le mani erano manine

e toccavano arcobaleni

riempivano le tasche

di conchiglie, ciottoli

e sogni in divenire.

 

Ti ci riporto adesso che vai

e ritorni nella magia dei ricordi

e stai lì nella schiuma,

nella sabbia e nel vento

lì dove ti vedo e ti sento.

 

(Tosca Pagliari – 7 novembre 2019 – alla cara amica d’infanzia e di sempre)

 

Avevo dieci anni, lei un po’ di meno. Era la mia bellissima amica. Amava il gioco che facevamo. A volte ero io ad invitarla ad andare a vedere insieme un luogo, altre volte me lo chiedeva lei. Poi io lo descrivevo sulla carta così che leggendo insieme lo visitavamo due volte. Vivendo in un posto di mare, era quello per lo più ci toccava scegliere. Da grandi per un periodo ci siamo perse di vista. Poi ci siamo ritrovate e chicchierando dei tempi andati,tra tutti i nostri ricordi ,lei si entusiasmava ancora proprio di questo modo che avevamo di anadare a vedere insieme i posti e dopo leggere quello che scrivevo io.

Adesso ci siamo di nuovo perse di vista, ma non di sentimenti.

Tutto la terra si porta via negli anni, ma la memoria  resta e le anime non si possono separare.

 

 

LA SETTIMANA DEL CODICE e quando le bambine erano già un passo avanti.

Negli anni Sessanta, quando ero una bambina, era così noioso il ricamo a punto croce al quale venivo obbligata! Avevo tanta voglia di movimento ed invece mi toccava stare seduta. Avrei preferito andare a prendere a calci un pallone nelle ore libere dallo studio, ma occorreva che imparassi l’arte del ricamo in quanto “femmina” e in futuro “donna”.

Erano gli anni in cui le donne già si facevano sentire: bruciavano i reggiseni nelle piazze, indossavano le minigonne, inneggiavano all’aborto libero e al libero amore, ma tutto questo doveva restare tabù per le giovanissime menti che ancora si potevano plasmare con l’arte del punto croce.

Così non lo sapevamo, ma noi bambine, se per certi versi venivamo condizionate, per altri versi andavamo avanti come erano andate avanti le nostre ave senza saperlo. Programmando le sequenze di un disegno ricamato, che doveva apparire su un tessuto, si andava acquisendo una modalità di pensiero algoritmico da applicare trasversalmente in tutte le future mansioni di donne. La gestione della casa (faccende, conti da far tornare, ricette dei cibi…) e dei  molteplici figli (con tutte le varie dinamiche), poteva essere condotta con più successo rispetto a quanto ne sarebbero stati capaci gli uomini.

Così tra un punto e l’altro, senza rendercene conto, sviluppavamo il pensiero computazionale!  E chi lo poteva immaginare!

Adesso non si impone più il ricamo alle bambine. Con l’educazione di genere non ci sono dettami comportamentali standardizzati in base al sesso. Si vive inoltre in un’era tecnologica, dove gli attuali giochi e strumenti elettronici erano inimaginabili cinquant’anni fa. Di conseguenza anche il sapere deve essere veicolato con moderni strumenti e, per certi versi, finalizzato in maniera adeguata ai tempi che corrono.

Anche bambine e bambini adesso si approcciano al CODING, imparano appunto l’abbiccì della programmazione. Lo fanno in maniera ludica con i video giochi, si cimentano in percorsi, programmano la sequenza dei movimenti di un giocattolo e si deliziano con la pixel art, che somiglia tanto all’antica tecnica del punto croce.

Fino al 20 ottobre, nelle scuole di ogni ordine e grado, è attiva la CODE WEEK (Settimana del codice). Indispensabile momento educativo perchè la tecnologia si evolverà sempre di più, i giovani cresceranno con essa e la dovranno gestire nel migliore dei modi.

Buon lavoro docenti e alunni. E buon divertimento!

Mi voglio divertire anch’io. Devo rifarmi dei tempi della noia.

by Tosca Pagliari ( tra passato e futuro)

 

ANDARE A FARE LA SPESA con nostalgia.

 

Io rallento e il mondo accelera. Passa il tempo, vado sempre meno sprint. La natura da bradipo di chi si fa avanti con gli anni è forse anche un modo per gustare il tempo che si accorcia. Oppure no. Da bambina mi ricordo un tempo lento. Ma io ero una bambina d’altri tempi, dove quello che oggi c’è allora era inimmaginabile. Le cose più tecnologiche di cui ho memoria sono la scala mobile della UPIM  e, in un primo periodo, il telefono e la televisione al bar vicino casa. Poi ho avuto anche il telefono e la televisione a casa. Ma era bello che venivano i vicini a chiedere il favore di fare una telefonata o il piacere di trascorre una serata insieme a guardare un programma. Andare a fare la spesa con i grandi era una passeggiata, un tempo lento anche quello. Si partiva a piedi con una sporta di paglia bella grande. In verità mia madre o mia nonna ne portavano una bella grande, a me ne davano una piccola. Si entrava in bottega e mentre si acquistava si chiacchierava dei fatti quotidiani, da quelli di interesse mondiale o nazionale a quelli accaduti nel borgo circostante. Le cose si sceglievano con calma, si pesavano con calma con la stadera. La bottegaia incartava tutto con calma, io ammiravo come arricciava la carta ripiegando i bordi all’indentro fino ad ottenere un pacchetto ben sigillato. La merce liquida te la versavano in una bottiglia che magari ti eri portato da casa. Alla fine si pagava con calma contanto banconote e monetine. Io forse sono troppo nostalgica, troppo…boh! Non so definirmi. Però andare a fare la spesa ultimamente è di uno stress indicibile. Intanto devi rincorrere le offerte, studiare gli innumerevoli volantini e poi recarti nell’apposito supermercato. Quindi prendi la macchina, guida nel traffico. Trova posteggio che non sempre nello spiazzo commerciale è garantito causa l’affollamento. Prendi il carrello e spingilo tra un corridoio e un altro facendo attenzione a non urtare persone e oggetti, sembra di continuare a guidare e viene in mente come mai non facciano i corridoi a senso unico. Intanto tocca guardare da tutte le parti, in tutti gli scaffali alla ricerca di prodotti e prezzi. Se incontri qualcuno a malapena lo saluti, che se ti metti a parlare intralci il traffico e ti guardano tutti storto. Poi arrivi alla cassa col carello colmo ed è lì che l’ansia galoppa. Velocemente devi mettere i prodotti sul nero nastro mobile, ma velocemente davvero, più veloce del cassiere che va a mille, perchè devi fare in tempo ad essere pronta dall’altro lato per imbustare il tutto. Ti piacerebbe imbustare secondo un verso ben preciso: la frutta e la verdura insieme, i detersivi insieme, i prodotti da frigo insieme… ma non ce la fai. Il cassiere ti chiede il conto, porgi la carta e guai a dimenticarti di dire: ” Non la strisci che il contactless è disattivato”. Se non lo avverti in tempo il patatract è fatto e devi ricominciare tutto daccapo. Così ti senti in colpa e cerchi di scusarti riguardo a quell’alt di teconologia che hai volutamente imposto alla tua carta di credito: “Sa io sono molto distratta, ho paura di perderla, di non accorgermente e di trovarvi poi con qualche fregatura”. Ma non t’ascoltano mica e se ti ascoltano replicano: “Vabbè! Ma solo venticinque euro!” Beati loro che sono così ricchi che venticinque euro li darebbero via come venticinque centesimi. Intanto è ora del pin e preghi di digitarlo  giusto. Ce la fai!!! Ma nel frattempo il cassiere ha messo mano alla tua roba e per farti una “gentilezza” l’ha imbustata a modo suo. Tutti abbiamo diritto a salvaguardarci e lui deve rendere conto al datore di lavoro e alla gente in fila che sbuffa. Ti restituisce  lo scontrino  e la carta che tu vuoi riporre nel borsellino al più presto per evitare di smarrirla, anzi di perderla proprio. Intanto ti senti goffa perchè la fretta ti rende impacciata e la gente, che ha più fretta te, ti guarda di traverso. Ti allontani di fretta con le borse caricate alla rinfusa sul carrello, il borsellino e la borsa mezzi aperti, disperatamente cerchi  un angolino per organizzarti e pensi comunque che qualcuno ti guarda e sbuffa. Non lo pensi succede davvero. Esci e ti ritrovi il tizio di turno che, in cambio di un’offerta, si offre di aiutarti. Se provi a rifiutare il suo aiuto è doppia fatica: una che ti devi caricare la roba da sola, l’altra che per dissuaderlo ce ne vuole eccome! Il problema è che tocca andare di nuovo a rovistare tra borsa e borsellino in cerca di monetine. Il dramma è che quando stai per mettere in moto ti rendi conto che hai comprato di tutto,hai roba per almeno quindici giorni, ma hai dimenticato cose urgentemente necessarie. E allora perchè non ti fai una lista? Perchè non ti prepari le monetine in tasca da dare di mancia? Perchè non posso avere il tempo lento di una botteguccia ogni mattina, vedere quel po’ che c’è a buon prezzo e regolarmi per il resto della giornata?  E no, tocca correre. Magari verso un altro supermercato perchè quel che ti manca è lì in offerta. E si ricomincia. Di spesa si può anche morire. Forse no, ma un po’ di emicrania e tachicardia ti viene. E la sincope quando ti accorgi, giunta a casa e srotolando gli scontrini, di quanto hai speso mentre non ti rendevi conto con la valuta immateriale della carta di credito. Ma chi se lo poteva immaginare tanto progresso! Intanto si potrebbe sfruttarlo anche meglio il progresso. Con un’apposita app ti recapitano tutto a casa. Mica male! Ma adesso no. Magari quando sarò molto vecchia e sarà necessario. Ma ci vorranno un bel po’ di anni e nel frattempo nessuno è in grado di immaginare il progresso che ancora verrà.

(Tosca Pagliari – persa in discorsi di spesa, nostalgie, progresso, stress e grande smania di scrivere – Grazie a chi ha letto sin qui.)