La scrittura è femmina, anzi donna.

La scrittura di una donna è qualcosa di potente, meglio di prepotente. Come scrive una donna? Scrive col cuore, con la testa, con l’animo, con tutte le intercettazioni del proprio corpo. Ma una donna non si siede e scrive ininterrottamente ed esclusivamente. La donna scrive a “lascia e riprendi”. Che c’è di strano? C’è che non è facile lasciare e riprendere quando stai lì nell’attimo creativo. Chi crea a tutti i livelli e in tutti i settori lo sa. Il momento è creativo è qualcosa che non si può e non si deve rompere perchè è lì in quel preciso spazio temporale e dopo nulla sarà come prima. Ma una donna può. Lei sa crearsi una sorta di bolla dove congela l’effetto e poi torna a riprenderselo e a plasmarlo di nuovo.

La donna scrive in tutti i buchi del proprio tempo. Scrive mentre mantiene attive le antenne a tutto ciò che la circonda dentro e fuori la propria dimora, la propria persona. Scrive tra le incombenze familiari, domestiche, burocratiche, lavorative. Per fortuna la natura l’ha dotata di astuzie o meglio strategie o meglio ancora di una innata funzione multitasking che la rende capace di quel “lascia e riprendi” senza danneggiare nulla.

E ci sono state donne che hanno scritto dei capolavori in passato quando la mancanza della tecnologia rendeva tutto più difficile. Scrivevano a mano, a lume di candela, magari col pupo attaccacato al seno. Senza la facilità di un computer scrivevano su un quadernino che prendevano e riponevano in un cassetto, prendevano e riponevano, riponevano e riprendevano, magari appena dopo essersi asciugate le mani nel grembiule.  Poi, in alcuni casi, si sono dovute inventare un nome da uomo, uno pseudonimo maschile come garanzia di intelligenza. Peggio ancora, alcune  donne hanno lasciato acquisire ai mariti la proprietà del loro ingegno perchè era l’unico modo per rendere l’opera pubblica, credibile e magari fonte di guadagno. Eppure  le donne hanno scritto, hanno fatto anche loro la storia della letteratura. Perchè una donna quando vuole scrivere scrive e non la ferma niente e nessuno.

Una donna non si lascia fermare neanche la sua stessa femminilità, ora, che scrive usando un pc, può tenere facilmente in posa lo smalto sui tasti mentre freneticamente la creatività va a gonfie vele. Smalto e creatività pensate che non vadano d’accordo? La vanità da una parte e il pensiero profondo dall’altra, insieme al galoppo su una tastiera? Sì è possibile, per una donna è proprio possibile.

Qualcuno vuole smentire? Qualcuno vuole confermare? Dite pure.

UMANA PIETA’ O ISTINTIVA FEROCIA?

Ecco il dilemma dopo aver sottratto la malcapitata lucertola al mio gatto. E lui poi quanto ha pianto! Sì, sì piangono anche i gatti con miagolii laceranti.

E’ che a me la lucertola faceva pena mentre lui assecondava il felino istinto.

Ne consegue che ho alterato le leggi della natura.  Così mi rimane il dubbio della validità del mio agire.

Di dubbio in dubbio la mia coscienza ha cominciato ad innescare conflitti tra filosofia, teologia, etica, scienza, sentimentalismo, trasgressione, rivoluzione…un calderone che con le temperature odierne ha iniziato a bollire e a spandere fumi.

E tutto quel che ora mi viene da sintetizzare è che siamo tutti quanti fumo sparso nel vento.

Ho pensato che l’essere umano dotato di ragione, in quanto “specie superiore” (mah!), avesse tutto il diritto di manipolare le leggi scomposte della natura.

Ho pensato che un’opera di creazione che non prevedesse alcuna catena alimentare, ma solo esseri già  autonutrienti, bilanciati nella quantità mondiale e fatti perire di serena vecchiaia, sarebbe stato molto meglio.

Ho pensato che bisogna sempre intervenire, con le proprie capacità, per evitare una qualsiasi tragedia (anche la morte di un’ innocua lucertola).

Ho pensato alla scala evolutiva, agli animali dominanti rispetto ad altri, alle leggi naturali di salvaguardia e di equilibrio.

Ho pensato che trasgredire alle regole della natura e metterci il proprio operato ci dia un gradevole senso di potenza.

Ho pensato che con tutto quello che ci sarebbe d’aggiustare al mondo magari bisognerebbe cominciare a fare una rivoluzione ( a partire dai diritti della lucertola, o dai diritti del gatto?).

DELIRIO!

Delirio di tutto questo pensare che alla fine ha portato solo il bollore del caldo e la mia testa fumante.

Di certezze non ce ne sono, di giustizie ne mancano tante.

Sapete che vi dico, ho salvato una lucertola e non me ne pento. Ho fatto torto al gatto e non me ne pento. Del resto quando si salva qualcuno magari tocca fare torto a qualcun altro. Sugli odierni fatti di cronaca non mi voglio soffermare perchè già di tutto è stato detto compresi sproloqui e vaniloqui.

Mi fermo qui alla lucertola e al gatto che con la ciotola piena è stato costretto a risparmiare una vita. Prendetela pure come metafora che tanto non guasta.

Vedete quel che possono combinare un gatto e una lucertola ad una che come me finalmente si ritrova in vacanza!

Era tanto che mancavo da questo blog. Adesso spero di rimettermi spesso all’opera. E se chi ha avuto la forza di leggere fin qui  ne trovasse un altro pochino per esprimere il proprio parere ne sarei lieta.

Alla prossima.

Tosca Pagliari.

 

 

C’ERA UNA VOLTA IL CARNEVALE IN SICILIA

…nel periodo di Carnevale.

Era d’usanza che tutti si travestissero, qualunque fosse la loro età o il loro ceto sociale. Ogni famiglia formava il proprio gruppo in maschera creando originali e grotteschi contrari. Gli uomini si camuffavano da donne e le donne da uomini, i giovani da vecchi, i vecchi da giovani, i bambini da adulti, gli adulti da bambini. Uomini ciccioni diventavano gestanti, uomini minuti indossavano candide vesti nuziali con tanto di velo e strascico. C’erano ammalati con medici e infermiere che gli correvano dietro, funerali in grande stile con tanto di lacrimoni. Ed ancora monache, preti, fraticelli scalzi…

Per ogni travestimento non si spendeva al di là di qualche sacchetto di coriandoli o una maschera grottesca, il resto lo si racimolava rovistando nei bauli ed assemblandolo con molta fantasia. Si trattava dei cosiddetti frasciami (robaccia). Naturalmente la tipologia di tali maschere era infrasciamati (malvestiti).

Anche Ada fece parte di un gruppo, travestita da vecchietta ingobbita, con i capelli imbiancati di farina e le mani sporche di carbone.

Andavano di dimora in dimora, parlando con voce camuffata ed invitando chi li ospitava al riconoscimento. Le donne travestite da uomini cercavano di toccare di seni delle donne di casa, le quali nel dubbio si ritraevano tra lo scandalizzato ed il divertito. Alla fine si abbassavano le maschere anche se non avevano indovinato chi fossero.

Malanova, vadda cu era: cummari Vera vistuta di carrabineri! E sta picciridda ca pareva na vicchiaredda pi ddavveru! Pigghiativi i chiacchiri, seriu i fici, i frii stamatina, ma pinsava sta mpruvvisata. (Per mala novità, guarda chi era: comare Vera vestita da carabiniere! E questa bambina che sembrava una vecchietta per davvero! Accettate “le chiacchiere”, le ho cucinate apposta, le ho fritte stamattina, me la immaginavo questa visita improvvisa.)

E di biviri chi ni duni? (E da bere che ci offri?) – diceva lo zio, ormai smascherato con l’ampia camicia da notte e vestaglia femminile.

Vinu, vinu bonu. Servitivi (Vino, vino buono. Servitevi).

Ju vinu nun ni bivu (Io vino non ne bevo) – annunciava la zia davanti al vassoio preparato con un certo numero di bicchieri.

La padrona di casa rispondeva:

Allura chi ci dugnu? A jazzusa, comu i picciriddi? (Allora che le offro? La gazzosa come per i bambini?)

Poi rivolta alla bambina e dopo a tutti gli altri:

Teni bedduzza: biscotti i casa, carameli di carrubba, licca licca. Ma pigghiatini magari vui, ca oggi semu tutti carusitti! (Tieni bellina: biscotti di casa, caramelle di carruba, lecca lecca, Ma prendetene anche voi, oggi siamo tutti ragazzini!)

Durarono quei Carnevali giocosi fino a quando durò la genuinità della gente. Venne il tempo che giovanotti senza scrupoli approfittassero dei travestimenti per entrare nelle case e depredarle, con tanto spavento degli abitanti, degli averi più o meno costosi che riuscivano a trovare. Nessuno allora a Carnevale aprì più la porta ai “mascherati”.

Rimasero solo le sfilate dei bambini con costumi sempre più sontuosi.

(Tratto dalla nuova edizione “Le foto salvate” di Tosca Pagliari”)

SPERANZA

DOPO AVER RAGIONATO SULLA SPERANZA…

La speranza è l’anima della vita, è il motore propulsore del nostro esistere, ad ogni respiro si spera. Si spera per qualcosa di grande, ma anche di piccolo; si spera per qualcosa d’importante, ma anche di banale. Si spera per un amore, per un figlio, per la salute, per una vita che sfugge, per un ritorno, per un incontro, per un esame, per una vincita… Per tutto si spera, anche per la torta messa in forno affinchè lieviti nel modo giusto. Si spera per ogni riuscita del nostro quotidiano vivere.

Senza sperare non avremmo un domani, ma solo l’angoscia, la solitudine, lo smarrimento, la totale perdita della voglia di vivere.

La speranza è il dono che rimase all’umanità quando tutti gli altri si dispersero.

Potremmo definirla anche ottimismo o fiduciosa curiosità del futuro. Oppure definirla come colei che ci dovrebbe regalare la felicità da un momento all’altro e che intanto ci tiene tranquilli con il suo conforto.

La speranza è una preghiera, anche la preghiera dell’ateo. E’ il riscatto di “chi viaggia nel tunnel e aspetta la luce, fosse solo una scintilla per inventarsi un sole”.

La speranza è la fede nell’avvenire ed anche di un nuovo divenire dopo la morte. E’ un’energia cosmica che ci alimenta e ci dà l’equilibrio degli opposti, ma opposti che si elevano: la porta che si chiude e si riapre (magari più grande), ciò che si perde e ciò che si ritrova (magari più importante), il buio della notte e della luce del giorno che verrà (magari più luminoso).

La famosa frase “domani è un altro giorno” non è che un grido di speranza. Vivere di speranza non si vuole intendere come il fatalismo di chi attende gli eventi nell’inettitudine, ma come il coraggio di chi lotta per superare le difficoltà con la prospettiva della riuscita. Potremmo confonderla con l’illusione, ma quest’ultima è destinata a svanire lasciando maggiore sconforto. La speranza invece possiede una forza autorigenerante, un qualcosa in continua apertura su uno stadio successivo. Somiglia un po’ ad un video game con infinite vite che si rinnovano ad ogni abbattimento.Non si smette mai di sperare.

La speranza è una manciata di semi nel terreno della disperazione,della inutilità del dubbio, del vuoto. E’ l’ancestrale certezza che comunque qualcosa di buono attecchirà. Da millenni l’umanità compie il cammino della speranza.

La speranza è la misericordia dell’animo umano. La speranza è la compagna fedele della fiducia, della pazienza, dell’attesa del dopo e del poi, del nostro continuo divenire perchè “ci vuole sempre un domani per sopportare l’oggi”.

…SPERANDO D’AVER  CAPITO.

Tosca Pagliari – 28 ottobre 2018

(sfaccendata nell’ora domenicale, ripescata dal ripristino dell’ora legale, e carica dell’input  per l’argomento del prossimo confronto dato dal gruppo culturale ricreativo “Passeggiata Letteraria Ripostese”).

*Le frasi tra virgolette sono tratte dalle seguenti poesie della sottoscritta: “Dedicata” e  “Giorno grigio” pubblicate nella raccolta  “Palpitanti UniVersi”.

IL RONDONE

Il rondone ferito sotto l’ala

non ha fretta

la domenica mattina.

E’ il giorno che può

star fermo

rincantucciato

a godersi la pena.

Non deve andare

a volare

a far finta di volare

non deve

quel che si deve.

Il rondone ferito sotto l’ala

la domenica mattina

può compiere

il suo volo più alto

il suo volo simulato

nel riflesso d’una lacrima.

Lacrima

libera di sgorgare

calda

bollente

scottante

libera di dolere

e volare

… più su

più in alto

più su

sempre più su

un puntino

che si perde

nell’immenso.

(Tosca Pagliari-giugno 2018).