“A MAMMANA”

L’ostetrica, detta levatrice, o meglio ancora “a mammana” nel dialetto della Sicilia orientale ai piedi dell’Etna, era un elemento così necessario che tutti la tenevano in grande stima. Sino alla fine degli anni Settanta la maggior parte delle donne decideva di partorire in casa. Andare in ospedale era ritenuto quasi una vergogna, un’incapacità di diventare madre in modo naturale. Anche chiamare un ginecologo a domicilio era qualcosa di che andare poco fieri. Si accettava di farlo per disperazione solo in casi estremi e specialmente di notte, sperando che il vicinato non se ne accorgesse. Spesso non lo si chiamava neanche nei casi più drammatici perché non c’era abbastanza denaro per poterlo pagare. Così tutta la responsabilità ricadeva sulla mammana, su colei che rendeva mamma una donna.

 La mammana visitava presso la propria abitazione le donne gravide. Più di frequente si recava personalmente a casa delle gestanti. I mezzi diagnostici di quel tempo erano molto scarsi, ma l’esperienza era poco ingannevole. La mammana riconosceva se una donna era incinta già dallo sguardo. Riteneva che le pupille fossero più dilatate. Poi dalla turgidità del seno ed infine dalla visita ginecologica. Poco prima del parto riusciva a prevedere non solo la posizione fetale, ma anche, con scarsissimo margine di errore, il peso del nascituro. Le ecografie erano ancora lungi a venire eppure lei ci scommetteva. Non lo faceva mai per indovinare il sesso, la riteneva una sottigliezza inutile, ma sul peso sì, ci scommetteva e ci azzeccava sempre. Il prezzo della scommessa era spesso simbolico o di pochissimo conto, tanto per stare al gioco.

Veniva chiamata a tutte le ore del giorno e della notte, nelle festività più o meno importanti, nei momenti più disparati della propria esistenza. Si sedeva a tavola e restava col boccone a metà. Era agghindata, pronta per una cerimonia, doveva cambiarsi d’abito ed indossare il camice. Se stava per prendere parte al cenone natalizio, stappare lo spumante per lo scoccare del nuovo anno, avviarsi per una passeggiata in campagna, festeggiare il compleanno del figlio, andarsi a comprare un paio di scarpe nuove…Qualunque cosa s’apprestasse a fare non poteva mai sapere se l’avrebbe potuta intraprendere o portare a termine. Ma lei non ne provava alcun rammarico, nessuna stizza, nemmeno rassegnazione. Era del tutto naturale come un respiro. Era una chiamata forse paragonabile ad una vocazione.

Come veniva rintracciata era anche questa un’impresa. Inesistenti i cellulari. Il telefono lei lo possedeva, ma molte persone no. L’automobile, una seicento di colore blu, lei la possedeva, ma non era affatto un bene comune. I futuri padri arrivavano spesso trafelati e in abiti da lavoro, avevano fatto la strada a piedi o in bicicletta o con la vespa o con l’ape. Non sapevano riferire i sintomi di preciso, a quei tempi erano ancora affari esclusivamente da donna e agli uomini non è che non importasse, ma non c’erano abituati e in gran parte erano del tutto ignoranti in materia. La levatrice faceva svariate domande e quelli per lo più arrossivano e farfugliavano.

Così nel dubbio partiva sempre e alla svelta. Portava con sé una grande borsa. Dentro ci teneva tutto ciò che poteva servire a facilitare la venuta al mondo della creatura e ad alleviare le sofferenze della madre.

Tornava a casa quasi mai stanca, anche se non dormiva per diverse notti. L’energia la traeva dalla sua stessa volontà, dalla gratificazione d’aver avuto una nuova vita tra le mani, dalle numerose tazzine di caffè necessariamente ristretto. Il caffè fatto bene era qualcosa su cui non transigeva, lo sapevano bene le madri delle partorienti che ci mettevano tutta la qualità migliore e tutta la loro perizia per non sentirsi dire che sapeva d’acqua buona, ma non di caffè. Tornava a casa col soave profumo di borotalco e acqua di colonia: il profumo della vita. Perché era sempre lei che dopo aver fatto nascere la creatura, magari l’aveva sculacciata per farla piangere come si doveva, le aveva tagliato e legato il cordone ombelicale, disinfettato gli occhi e svuotato la bocca da residui amniotici ed infine con grande amore l’aveva lavata, asciugata, aspersa di borotalco, vestita con cura e versato qualche goccia d’acqua di colonia sul capo. Così si portava dietro quell’odore di cose delicate ed innocenti come una scia benefica.

La vita di una creatura per lei era vita da subito e la difendeva con tutta se stessa. Come evidente conseguenza non le si doveva parlare di aborto procurato per nessuna ragione al mondo. Non c’erano soldi che potessero bastare a convincerla né resoconti drammatici. Era irremovibile. Accettava di assistere le partorienti a qualunque condizione, anche di notte nelle sperdute campagne con la luce del lume a petrolio. Accettava di essere pagata come potevano, anche con qualche genere alimentare e magari con nulla. Poteva pure provvedere a proprie spese a fornire il latte artificiale a quei nascituri le cui madri non potevano allattarli ed erano economicamente indigenti. All’atto di dover procurare un aborto non c’era niente da fare. Era qualcosa che andava oltre la fede religiosa e oltre lo spauracchio penale quando ancora l’aborto era illegale. Era proprio un suo sentire l’embrione già come un essere fragile e bisognoso di difesa. Asseriva convinta che già dal concepimento fosse un essere umano, un’entità capace di percepire sensazioni. E poi in ogni caso era un ammazzare alla cieca, non si poteva sapere chi si eliminava, magari era proprio colui che avrebbe salvato il mondo o prodotto chissà quale grande scoperta per migliorare l’intera umanità. Così, se si presentava una donna per un aborto, prima provava in tutti i modi a dissuaderla e ad offrirle grande aiuto, poi, se durava nell’insistenza, la mandava via in malo modo. Non aveva una mentalità bigotta, poteva ben comprendere una ragazza che restava incinta prima del matrimonio e difenderla da ogni pregiudizio, persino da eventuali genitori di strette vedute. Poteva giustificare le relazioni extraconiugali, ma sul tema dell’aborto era irremovibile. Per fortuna in giro si sapeva che lei la pensava così e raramente incorreva in tali spiacevoli situazioni.

Un altro affare che accettava di mala voglia era forare i lobi delle neonate per mettere loro gli orecchini. Dopo aver fatto venire al mondo maschietti e femminucce continuava ad accudirli per diverse settimane insieme alle loro madri entrate nella fase del puerperio. Ogni mattina si recava nelle loro case e, dopo aver medicato la madre, faceva il bagno al neonato o alla neonata. Il rituale del bagno durava fino alla caduta del cordone ombelicale ed era un periodo che serviva anche ad istruire la madre su come accudire il proprio figlio o la propria figlia. Si stabiliva così un legame profondo tra la levatrice, la creatura venuta al mondo e tutta la relativa famiglia. Sicché la levatrice veniva sempre invitata al battesimo ed aveva lo stesso posto d’onore della madrina o del padrino. Era usanza però che ancor prima del battesimo le neonate dovessero avere gli orecchini perché si distinguessero come femmine. Questo modo d’intendere la femminilità alla mammana non andava affatto bene. Per lei era una sofferenza inflitta inutilmente ad una creatura che non aveva ancora il senso della vanità e non aveva neanche motivo d’essere marchiata nel suo genere in modo così doloroso. Ci metteva tutta la propria energia nello spiegare la cosa ai genitori, per far loro capire quanto esponessero, anche se per pochi istanti, al superfluo dolore una bambina innocente. Ma non c’era verso, i perciaricchi, ovvero le piccole boccole d’oro, di cui stretti parenti ne avevano fatto dono, dovevano necessariamente essere infilzati sui teneri lobi della neonata quasi ne valesse tutto un decoro familiare. Così la levatrice decideva suo malgrado di farlo, ma prima li faceva impazzire per bene. Rimandava i perciaricchi indietro dicendo che erano troppo grandi o poco appuntiti o che la chiusura non era affidabile quindi pericolosa. Alla fine pattuiva il prezzo, non faceva sconti né dilazioni, ma precisava che li avrebbe devoluti in beneficienza così il dolore della piccola non sarebbe stato vano. Sapeva che si sarebbe potuta anche rifiutare, ma tanto l’avrebbero fatto fare da qualcun altro e magari peggio. Lei asseriva di aver scoperto un punto sul lobo dell’orecchio dove c’era minor sensibilità, di avere la mano ferma al punto giusto per dare un colpo secco e profondo. Così a malincuore compiva tale operazione. E spesso ribadiva che una cosa era mettere un paio d’orecchini, un’altra uccidere una persona prima che venisse al mondo.

Così era fatta la mammana che per oltre cinquant’anni fece nascere migliaia di bambine e bambini e per quel lungo periodo di tempo, prima che finalmente le donne si decidessero ad andare in ospedale, lo fece anche con molte difficoltà e sacrifici. Quando venne il tempo della maternità ospedalizzata, finalmente riuscì a riprendere in mano la propria vita, ad avere turni ed orari stabiliti, meno responsabilità e rischi. Tutto divenne più sicuro e più asettico, certamente molto più comodo.

 Eppure qualcosa le mancava. Forse era quell’andare di casa in casa e fermarsi anche a parlare, a conoscere i fatti dei dintorni, ad instaurare legami sociali e familiari, a sentire propria, per un po’ di tempo, la creatura che aveva aiutato a venire al mondo.

Quando smise del tutto di lavorare fu un vero e proprio troncamento con le radici dell’esistenza, un senso di non appartenenza al filo della vita. Poi si acquietò e, come per lo più accade, trovò un’altra ragione d’esistere. Lei trovò l’amore per i nipoti che arrivarono.

Da diversi anni questa mammana non è più sulla scena del mondo. Eppure ogni volta che mi capita di pensare a lei sento come una musica che scaturisce dal suono di migliaia di vagiti.

Sento la vita che nasce.

Tosca Pagliari (notte tra il 31 ottobre e il primo di novembre 2020)

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