ROMANZO BREVE “Se ci credi accadrà”

Marta vedeva le fate, o così diceva, le vedeva fare il girotondo intorno alla quercia centenaria del parco davanti casa. Erano creature piccine, leggere, quasi senza peso, vestite di bianco con i capelli lunghi fino ai piedi  nudi e incredibilmente puliti anche se poggiati sulle zolle umide. Vedeva anche le streghe, o così diceva, le vedeva volare su un cerchio tutte vestite di nero con i capelli che svolazzavano al vento.
Marta vedeva le fate al mattino e le streghe di sera, o almeno così diceva. Le figure dai quadri le ridevano o le facevano le facce strane, i miagolii dei gatti avevano significato di parole, il buio possedeva mani di gelo che l’afferravano alla gola. Doveva farsi accompagnare da una stanza all’altra perché aveva paura di strane presenze che circolavano per casa, talmente dispettose da mostrarsi solo a lei.
A periodi parlava all’incontrario e camminava all’incontrario come se avesse un radar perché, inspiegabilmente e fortunatamente, non andava a sbattere da nessuna parte.
Non le si potevano tagliare i capelli, neanche spuntarli appena, le arrivavano sino ai fianchi ed erano tutti sfilati sulle punte. Il peggio era che non le si potevano tagliare neanche le unghie perché se le mangiava tutte, quelle delle mani e anche quelle dei piedi.
Sua madre aveva provato con le buone e con i ceffoni a risolvere tutti questi problemi, ma non c’era riuscita, anzi aveva finito pure lei con l’andare in crisi quando aveva chiesto aiuto a più persone.
“E’ troppo viziata”. “Portala dal parroco e falla benedire, graziosa com’è le hanno fatto il malocchio”. “Sono cose che prima o poi passano”. “Bisogna non sottovalutare il problema, potrebbe incorrere in una seria nevrosi da adulta”. “Fantasie di bambini per mettersi in mostra”. “Deve essere una sensitiva, magari diventerà una medium”.
“Di certo quella bambina non è a posto con la testa!”  “A certe cose bisogna rassegnarsi, ma vedrai che anche lei sarà capace di trovarsi un marito”.
Marta mangiava solo tutto ciò che era di colore bianco o suppergiù: latte, formaggini, pastina, crema, finocchi , pollo, patate, pere , mele e banane.
“Comunque l’alimentazione è bilanciata. C’è tutto: carne, frutta, verdure, latticini”.
A scuola non c’era verso di portarcela. Esile com’era sembrava diventare di cento chili, tanto faceva forza per non lasciarsi trascinare e, puntualmente, davanti al portone vomitava una viscida bava e si faceva la pipì addosso.
“Dovrebbe stare in una classe differenziale”.
La donna col pancione di sette mesi tornò a casa piangendo tenendo per mano Marta, che, felice di averla scampata, mugugnava una monotona cantilena.
“Sarà la gelosia, poi magari le passa tutto”.
Ogni frase pareva una ricetta pronta e ben azzeccata, invece era come un ronzio noioso e insignificante perché non produceva alcun rimedio.
Marta era così com’era e non si sapeva se sarebbe cambiata in meglio o in peggio. Bisognava dimenticarsi che era un essere stravagante e lasciarla vivere. A scuola ci sarebbe andata l’anno dopo tanto era nata di febbraio e non era davvero il caso di forzare i tempi.
Il bambino che nacque piangeva in continuazione e dei guai di Marta se ne dimenticò davvero la giovane Francesca di non ancora trent’anni con il marito all’estero e due figli in tenerissima età da tirare su.
La primavera regalò a Marta il piacere di stare lontana dagli strilli del fratellino e godere del parco soleggiato  dove al mattino le fate facevano i girotondi e alla sera le streghe volavano sul cerchio.
La gelata invernale aveva bruciato parte della siepe di confine con la villetta accanto e s’intravedeva qualcosa dall’altra parte. Era un frullare colorato avanti e indietro e poi un non so che di fermo ed agghiacciante: due piccole foglie vive ad un palmo del suo naso.
Il grido di paura delle due bambine esplose all’unisono subito seguito dal richiamo delle loro madri:
“Marta!” “Katia!”.
Poi tra i rami rinsecchiti della siepe le loro mani si strinsero, si tastarono, mentre le piccole foglie  verdi e le piccole foglie marroni prendevano le reali sembianze di occhi. Intanto le madri erano alle loro spalle con i neonati in collo a parlare con voci concitate dello spavento che si erano prese.
Fu così che si allargò la famiglia, che le solitudini cessarono d’esistere, che tutto quel che era strano sparì per dar luogo ad un agevole andirivieni da una casa all’altra dopo che fu tagliata gran parte della siepe guasta.
In autunno Marta andò a scuola con Katia e se non fosse stato per diversi colori di occhi e capelli sarebbero sembrate sorelle gemelle.
Stessi  lineamenti, stessa altezza, ma anche il carattere aveva tinte diverse.
Katia era talmente priva d’immaginazione da non sapere inventarsi neanche un pensierino e Marta era continuamente richiamata dall’insegnante perché, dopo aver velocemente composto i propri, era pronta a suggerirli alla compagna di banco.
Marta non si lanciava mai all’orale, non alzava la mano, si nascondeva dietro la testa folta e ricciuta della compagna davanti. Katia era sempre in prima linea e ripeteva a macchinetta tutto quel che aveva letto senza aggiungere una parola diversa.
Si compensavano come il giorno e la notte, la quiete e la turbolenza, la felicità e il tormento. Intanto le loro gambe si allungavano, i denti da latte si rimpiazzavano,i vestiti facevano sempre prima a diventare minuscoli, le scarpe non duravano neanche una stagione e, a sorpresa, le colse la tempesta dell’adolescenza.
Le colse con ancora le bambole in giro, i reggipetti da riempire, i primi brufoli sulla fronte, gli scomodi reggicalze, i bigodini, le scarpe con la zeppa alta da prenderci le storte, i jeans di marca “Jesus “ dallo slogan blasfemo “ Non avrai un altro Jesus all’infuori di me”. Avevano un taglio nuovo quei Jeans, sottolineavano la vita, mettevano in risalto i sodi glutei giovanili, il tessuto era più morbido, ma la qualità più importante era l’immagine che dallo specchio si sovrapponeva al cartellone pubblicitario. Rendevano tali e quali alla modella che li sponsorizzava e le ragazze l’indossavano a schiere, di conseguenza  si  uniformavano  quasi tutte ed anche questa era una garanzia di successo sociale, di mimetismo nel branco, di una fiducia presa in prestito alla maggioranza.  La magia di quegli speciali pantaloni aveva definitivamente cancellato streghe e fate e cambiato, finalmente, il taglio dei capelli. Erano, ora, corti  e dritti fino al mento con la frangia che toccava gli occhi. Precise uguali, tranne nei loro colori genetici, Marta e Katia erano diventate più indivisibili che mai. Mentre i loro rispettivi fratelli non facevano altro che azzuffarsi, sfidarsi, persino pestarsi di brutto e poi tornare a far la pace,  per loro la pace perenne consisteva in una continua complicità. Si raccontavano di tutto, dai peli superflui  ai brufoli, alle calze smagliate nascoste sotto i jeans per risparmiare le nuove per le minigonne, fino alla scoperta dei collant, del rossetto al sapore di fragola, dello shampoo antiforfora, del deodorante dal profumo seducente, del kajal che dava ai loro occhi suggestioni orientali.
Le loro madri, finalmente, recuperavano il tempo per se stesse ora che si erano tolte l’assillo dei figli piccoli.
I loro padri cominciavano a parlare di un definitivo ritorno a casa.
I tempi del liceo andavano veloci, ma le ragazze li sentivano lenti, a volte interminabili e noiosi. Marta brillava nelle traduzioni dal latino o meglio era capace di dare ad esse un piacevole senso in lingua italiana.
Dalle traduzioni alla lettera degli altri alunni venivano fuori certe orride frasi, anche se perfettamente corrette secondo la sintassi, le sue, invece, avevano una fluidità  e un’espressività particolare. Marta prese sempre dei bei voti finché non sopraggiunse quel pignolo di professore  a dire che “le traduzioni sono come le donne, se sono belle non sono fedeli”. Maschilista, per giunta, oltre che pedante ! Marta si disamorò del latino per ascoltare altri battiti del cuore. Il cuore, quello poetico e sensibile, non la frattaglia, non l’organo anatomico, ma proprio il cuore, quello che simbolicamente si disegna su diari e quadernini, quello che non ha ragioni, ma solo priorità e prepotenze tutte sue.  Proprio quello che inganna e si fa ingannare senza che niente e nessuno possa metterci becco.
Katia intanto si adeguava al nuovo sistema, il metodo di quel professore per lei era perfetto, inquadrava la desinenza, la perifrastica attiva o passiva, la consecutio temporis, l’ablativo assoluto … e così via. Poi rimetteva tutto insieme, quel che esprimeva non era importante, ma ogni regola aveva  avuto il giusto riguardo. Diventò lei quella più brava in latino e, in seguito, poiché  Marta era presa da interessi molto meno metodici, in molte altre materie e, alla fine, in tutte le materie.
La maturità regalò a Katia un voto altissimo, a Marta il minimo consentito per non essere bocciata. Dato che erano amiche la cosa non suscitò né invidie né commiserazioni. La famiglia di Marta, invece, se ne risentì, specialmente il padre che asseriva di aver fatto gli stessi sacrifici di quell’altro padre senza riscuotere le stesse soddisfazioni. La madre sembrò non preoccuparsene a lungo, se pensava a com’era da piccola, per lei era già un miracolo che fosse arrivata a tanto.
Marta e Katia scelsero la stessa facoltà universitaria, condividevano appunti e dispense, si passavano i nastri arrotolati del registratore per  sbobinarli, ripetevano insieme prima degli esami.
Katia era l’elemento trainante con la sua determinazione ed organizzazione fatta di orari ferrei e di assoluta mancanza di distrazioni.
Marta era l’elemento equilibrante per continuare a dare un tono a quella giovinezza che comunque era  ancora viva in loro. Così fermava di punto in bianco lo sciorinare dell’amica per raccontare quel che aveva sognato la notte,”perché nei sogni bisogna crederci, i miei mi parlano alla perfezione, quel che sogno mi succede”, insisteva  Marta  anche se l’amica non voleva lasciarla parlare proprio in quel momento. Continuava raccontando della corsa sulla spiaggia, una corsa affannosa, in direzione opposta arrivava “lui” e tutto sembrava si dilatasse nel tempo. Il raggiungersi diventava tanto lento da sembrare impossibile, poi, inaspettatamente lo slancio e poteva abbracciarlo sentire l’odore della sua pelle, il contatto umidiccio di sudore, il suo alito vicino al collo… “Hai deciso di farla durare tutto il pomeriggio questa scena? E quando si studia ? Prima o dopo del film che ne stai facendo?” la bloccava Katia.
Fatto sta che Katia studiava e apprendeva, Marta aveva la testa vuota, o, meglio, troppo piena d’altro. Le leggi, i codici, la marmaglia d’informazioni da mandare a memoria, ma chi glielo aveva fatto fare? Non le piaceva proprio quel genere di studio, l’aveva scelto Katia e lei si era aggregata, ma ora non le andava proprio, ogni giorno sempre meno.
Ce la facevano, ogni tanto, il sabato sera a fare un salto in discoteca. Adesso avevano i capelli arricciati dalla permanente, le magliette luccicanti, i calzoncini di raso e i tacchi a spillo. Il trucco si era fatto più deciso e gli sguardi più smaliziati. Katia s’era scelta uno studente in medicina prossimo alla laurea, Marta si era lasciata scegliere dal ragazzo che lavava i bicchieri al bar perché somigliava a quello sognato sulla spiaggia.
Lo studente in medicina fece presto a laurearsi, il ragazzo del bar invece fece carriera. Trovò un bel posto fisso in un supermercato.
Katia iniziò a dare esami senza star lì ad aspettare Marta che non era mai pronta e, alla fine, Marta tolse del tutto il disturbo rinunciando agli studi. Suo padre e sua madre soffrirono meno del previsto, avevano iniziato a scommettere sull’altro figlio che dava ottimi risultati e la lasciarono in pace. Del resto era comodo averla in casa a sbrigare le faccende. Tra una faccenda e l’altra cominciò ad immaginare una casa tutta sua, il matrimonio s’insinuò nella sua mente come la più grande ed ambita conquista sociale. Doveva sposarsi, ma il ragazzo non pareva convinto, troppo giovane, poca voglia di responsabilità.
Quando Katia si laureò lei era di umore nero perché non c’era ancora in vista il suo sposalizio.
“Lo vedi? Avresti fatto in tempo a laurearti intanto che aspettavi la marcia nuziale,  almeno la laurea ti restava e una sistemazione come si deve l’avresti trovata!” Le rinfacciò sua madre quando portò a casa la bomboniera con i confetti rossi. Lei sbatté la porta e si ritirò in camera sua.
Sei mesi dopo Katia era andata a lavorare in uno studio notarile e Marta aveva finalmente lasciato perdere il ragazzo che lavava i bicchieri al bar. Leggeva ogni giorno l’oroscopo finché si accorse che si somigliavano tutti, sembrava dicessero chissà che, ma poi non ci coglievi proprio nulla. Decise che uscire di casa al mattino, senza aver tenuto conto di un oroscopo era quasi una liberazione, la giornata era tutta sua e tutta da scoprire senza star lì a dover cercare di trovare gli indizi suggeriti dalle nebulose profezie. Se ne andava a correre nel parco vicino casa, con l’aria primaverile ancora frizzantina e il fiato che le usciva come un ferro a vapore. Correva  Marta, correva scappando dalla monotonia della sua vita, bruciava i grassi e le tossine dei pensieri insani. Alla svolta del sentiero prese la curva larga proprio nel punto in cui la nuova vegetazione aveva reso il passaggio più stretto. L’urto fu inevitabile, caldo, compatto, pelle contro pelle, sorriso contro stupore. Le scuse con gli occhi bassi e quelle con gli occhi indagatori. La voce femminile che rifletteva il disagio delle gote ancor più rosse, la voce maschile che palesava l’ironia del piacevole schianto. Le presentazioni, le  presentazioni sempre più approfondite, le presentazioni trasformate in chiacchiere da vecchi amici e poi la scoperta. Il ricordo del sogno baluginò nella mente di Marta come il sole che, in quel momento, alzatosi nel cielo trafisse le foglie e riverberò negli occhi di lui rendendoli perfettamente uguali a quelli del ragazzo del sogno. Adesso l’aveva proprio trovato!
La certezza divenne altalenante molto presto nell’aspettare una telefonata che non arrivava mentre gironzolava ,come una mosca sotto un bicchiere, nello spazio centrale della stanza dove non c’era traccia di mobilia.  Poi lo squillo, il cuore che si fermava, l’afferrare della cornetta come se fosse un serpentello pronto a fuggire, il gelo improvviso della delusione, la sua voce mesta che chiamava il fratello per passargli la telefonata. Il quaderno blu, preso dal cassetto per aggiungere un’altra poesia, il lamento della sua anima che partoriva versi senza rima, senza senno, senza consolazione.
Katia, quando trovava il tempo, le telefonava per raccontarle i preparativi del matrimonio, l’invitava persino alla prova del suo abito bianco. Poi le chiedeva come andava con Giorgio, senza la voluta cattiveria di simili associazioni, ma la cattiveria, voluta o non, tale rimane e non colpisce con meno ferocia se è accidentale.
Marta quando toccò il fondo della sua malinconia decise che doveva vincere. Si convinse che se una cosa la si desiderava con tutta l’anima sarebbe accaduta. “ Se ci credi accadrà”. Continuava a ripetersi e più se lo ripeteva più si sentiva sicura, fiduciosa, dinamica. Il giorno che Giorgio la salutò per andare a lavorare all’estero non morì solo perché si era scoperta dentro quella sorta di calamita acchiappa desideri e sapeva che sarebbe tornato, che l’avrebbe ritrovato, che avrebbe spianato le montagne e capovolto il Cielo e la Terra, lo sapeva e basta.
Katia attendeva il secondo figlio, non vedeva l’ora di sgravarlo per consegnarlo alla madre che insieme al primogenito glielo avrebbe allevato mentre lei lavorava giornate intere, mentre il marito faceva i turni di notte all’ospedale,  mentre pagavano il mutuo dell’appartamento in centro e mentre inaugurava  lo studio legale tutto suo.
Marta scriveva poesie e racconti, di nascosto, mandava avanti la casa insieme alla madre. Il fratello era prossimo alla laurea, suo padre giocava a carte con gli amici, leggeva il giornale, guardava la televisione , con due donne a servilo poteva permettersi questo e altro godendosi la pensione.
Katia, appena sgravata aveva un aspetto molto curato. Il loro abbigliamento non si somigliava più e neanche la loro pettinatura. Marta appariva più fresca, ma anche più scialba. Katia aveva preso lo charme della donna in carriera. Una donna in carriera ha bisogno anche d’amiche in carriera, o, meglio ancora, d’amiche affermate. Marta per amica scelse sua madre , che non se ne dispiacque di condividere faccende, conti, spesa, lamentele sugli uomini di casa: marito – padre pantofolaio, figlio-fratello  girovago.
Giorgio ogni tanto scriveva, senza impegno. Il postino passava tutte le mattine alla stessa ora. Marta dal balcone lo vedeva arrivare, da lontano, con la borsa a tracolla stracolma di missive e allungava lo sguardo più che poteva lasciandolo frugare tra tutto quel cartame.  Doveva rinvenirci una lettera con i bordi a rettangolini rossi e blu, una lettera che poteva arrivare dal più lontano  dei  posti in virtù dell’efficace scritta “By air mail”. Stava attenta a vedere se il postino apriva la borsa nelle vicinanze di casa, se vi ficcava dentro la mano, poi chiudeva gli occhi e aspettava lo squillo del campanello. Le scale a precipizio, spesso la delusione, qualche volta accadeva  che la lettera ci fosse e allora le scale le rifaceva di corsa anche in risalita. Il fiatone, il cuore impazzito, la busta lacerata, la lettura avida e attenta. Un solco amaro sul viso, quasi un tremito di pianto, eppure l’abbracciava delusa e al tempo stesso lieta d’averla. Non trapelavano promesse, intensi sentimenti, desiderio di ritorno, solo discorsi banali di eventi e di luoghi. Quanti mesi passarono che il postino non recò più quel genere di buste? Forse un anno? Forse anche di più? Si perse nel tempo, nell’attesa, nello squallore dei giorni che si accendevano e spegnevano. Chi metteva la mano su quell’interruttore? Qualcuno se piangeva o se pregava poteva sentirla? Solo mille domande e mille silenzi. La sua mente sempre più vuota aveva soltanto un messaggio “Se ci credi accadrà”.
Poi accadde. Accadde, come una pioggia improvvisa sulla terra riarsa rimasta stordita a guardare, per tempo immemore,il colore plumbeo delle nubi avare.
Tornò, la ditta aveva aperto una sede in Italia, tornò e tornò da lei. Sua madre non poté più dirle tra il rimprovero e la malinconia : “figuriamoci se con una posizione del genere, anche se fosse tornato chissà che e chissà chi avrebbe preteso”.
Non pretese nulla, si prese solo lei perché solo da lei si era sentito amato e atteso.
Katia non andò al suo matrimonio, quel giorno aveva un processo importante. Al battesimo del suo primo figlio aveva una cena importante. Al battesimo del secondo figlio Marta si risparmiò d’invitarla.
Katia si vedeva spesso anche in televisione, seguiva dei casi speciali. Il marito ora gestiva una clinica ed anche lui si occupava di casi speciali.
Marta aveva marito e figli speciali. Ognuno si sceglie le proprie specialità e se le gusta assaggiando, mordendo, masticando, metabolizzando la vita. La vita è energica e va alla svelta anche nei ritmi apparentemente fiacchi , tutto ciò che tende a finire va sempre lesto. Era ieri che si era bambini, no solo qualche ora fa e, qualche ora più tardi, sono i figli a non esser più bambini. O qualche minuto più tardi? il tempo ci confonde e noi andiamo chissà dove. Chissà dove? Su una scala mobile per esempio, chi va su e chi va giù ed è nel punto d’incontro che basterebbe così poco per toccarsi con mano.
Non ce la fecero quella volta Katia e Marta a toccarsi con mano, le avevano ingombre di pacchetti natalizi. Si sorrisero. Chissà che si sarebbero dette? Fecero appena in tempo a salutarsi, ma non a scambiarsi gli auguri. Marta stava andando su a comprare dell’altro, Katia stava andando giù aveva, già comprato abbastanza. A lei era come se fosse sempre bastato tutto, anche se poteva sembrare poco agli occhi degli altri, lei era sempre stata ricca di tutto. O almeno così si considerava.
Si era accorta che adesso Katia si era fatta il suo stesso colore di capelli, sarebbe stato bello adesso poter camminare insieme, adesso sì che con un paio d’occhiali da sole e lo stesso abbigliamento sarebbero apparse identiche. Marta scosse la testa ,che andava a pensare, una persona del genere con i suoi stessi panni!
Ora che i figli erano cresciuti stavano sempre fuori casa. Ora che il marito si era messo in pensione stava sempre in casa. Toccava stare sempre un po’ attenti con i conti, quante cose erano cambiate!
Marta aveva detto addio a suo padre da poco che anche la madre le era andata dietro. Le mancavano i suoi rimbrotti, non si sentiva più raccontare tutte le stranezze che commetteva da bambina con quel tono misto di tenerezza e dannazione. Le fate, le streghe … era sua madre, negli ultimi tempi, a tenere sempre in ballo le passate stravaganze. Magari le avrebbe rivissute tutte pur di riavere la figlia bambina e riappropriarsi della giovinezza, della salute, del tempo che una volta che va non trova più la strada del ritorno.
Marta, se si guardava intorno non trovava più nulla d’uguale. Anche la sua casa era cambiata con tutti i nuovi aggeggi elettronici. Eppure, accidenti, quant’erano utili! Avevano quasi azzerato le distanze, in qualunque momento, in qualunque posto della Terra si poteva parlare con tutti e ci si poteva anche vedere.
L’avesse avuta tutta quella tecnologia quando le toccava aspettare le lettere con le striscette rosse e blu!  Quanti pianti e quante ansie si sarebbe risparmiata! C’era adesso e se la godeva per comunicare col fratello, con i figli … e se avesse cercato Katia? Katia … per raccontarle poi di che? Delle sere d’estate seduta al fresco del giardinetto a chiacchierare con il marito? Delle sere d’inverno abbracciati al caldo sotto le coperte  e dirle di quant’era ancora felice di quel contatto, di quella presenza amata da non scambiare con nient’altro al mondo?  Che se ne sarebbe fatta lei che viveva nel pieno del mondo tra gente e gente e ancora gente tutta importante ? Sensate domande che produssero la sensata risposta di lasciar perdere.
Lei non era, però, tanto fatta di ragione,  ma di ben altra consistenza, così tornò al suo incantesimo, al ritornello della sua frase magica: “Se ci credi accadrà.”  E ci credeva, e tanto anche, con la stessa forza con cui aveva fatto in passato per Giorgio.
Purtroppo venne il tempo d’altri pensieri. Quando arriva la malattia tutto cambia faccia, la vita si rivolta come un guanto, nulla di quel che era prima pare avere più una ragione, se si tornasse al prima molte cose si vivrebbero con un altro senso. I medici erano categorici, la rassegnazione è, invece l’ultimo baluardo. Si lotta come si può cercando d’ingannare il corpo con la forza d’animo, la malattia con le terapie a volte troppo devastanti, forse anche peggiori del rimedio, ma si prova,  non ci si può far dare scacco matto senza aver prima giocato tutte le possibili altre mosse.
Il reparto era dei migliori, figli e marito lo avevano preteso,  “ i risparmi servono anche a questo, se no che si risparmia a fare” dicevano. Le giornate trascorrevano  per lo più nel lindore, nel silenzio, nelle cortesi apparizioni  del personale ospedaliero. Era come stare sospesi in una bolla mentre al di fuori della bolla tutto brulicava.
Finché anche l’altro letto non si occupò. Un separé divideva le due degenti. Marta vedeva solo un’ombra cinese dall’altra parte, era un’ombra che le somigliava con la stessa testa calva. Era un’ombra che si rivolgeva al personale con voce roca, risentita, aspra. Era un’ombra che ficcandosi la testa sotto le lenzuola piangeva e si lamentava. Poi sbucava fuori e gridava che a lei non poteva, non doveva succedere.  Le infermiere la rincuoravano dicendole che presto, appena se ne liberava una, avrebbe avuto una stanza tutta sua. La donna non era questo che intendeva e continuava a dannarsi per la situazione in sé.
Marta non amava tutto quel trambusto aveva bisogno di pensare, di ricordare, d’immaginare il futuro. Il futuro che non avrebbe visto voleva avere il tempo d’immaginarlo e  pensare ancora che ci sarebbe stata per sempre. Proprio per sempre finché il patrimonio delle sue cellule avrebbe percorso le generazioni future. Sarebbe rimasta nei suoi figli e passata nei nipoti, nei pronipoti e così via. Chi aveva detto che “la casa del futuro non si può visitare neanche in sogno” ( o qualcosa di simile)?
Non aveva importanza perché lei sapeva, invece, d’esserne capace, aveva solo bisogno di silenzio e la casa del futuro l’avrebbe ispezionata da ogni angolazione. Così si fece forza e le disse di starsene un po’ zitta. L’altra rispose che non poteva stare zitta quando la vita le faceva un simile torto. Marta ribatté che era un torto che toccava a tutti sicché di torto vero e proprio non si poteva trattare, ma l’altra insisteva a dire che no, proprio a lei no, a lei non doveva succedere. S’infuriò persino, maledisse e strillò a più non posso. Vennero per somministrarle dei tranquillanti, ma si rifiutò, volle mettersi a sedere, invece, che non ce la faceva più a stare sdraiata. Anche Marta , allora, osò fare la stessa richiesta e fu accontenta. Ora il telo del separè  era come una pelle trasparente tra le loro pallide pelli. Si sentivano i rispettivi respiri.  La trama del tessuto era così tanto leggera, ma così tanto che magari con nulla la si poteva strappare. Marta cercò a lungo con lo sguardo un punto dove il tessuto sembrasse più debole, più consumato, dove bastasse infossare le dita ossute per produrre lo squarcio. Lo trovò e fece tutto d’un lampo. Dall’altra parte “due piccole foglie vive ad un palmo del suo naso”, foglie verdi vive come gli occhi di Katia, che gridò di disappunto stavolta e non di paura, ma il grido le si strozzò in gola, quando  veloce lo squarcio si allargò.  Poi, al di là della bianca siepe di stoffa, le loro mani si strinsero, si tastarono, mentre le piccole foglie  verdi e le piccole foglie marroni si fissavano le une nelle altre. Marta comprese che veramente tutto poteva succedere, anche uscire da quella stanza e tornare al mondo. “Se ci credi accadrà” disse all’amica in un sussurro, ma con sicurezza  e sentì  che Katia le stringeva la mano con forza.

  1. Commento di Gian Gabriele Benedetti — 22 settembre 2009 @ 21:44

    Racconto che abbraccia la vita, dalle originali fantasie dell’infanzia, attraverso una carrellata ampia di eventi, fino all’incontro nella drammatica situazione della malattia. La vita, dunque, si avvolge e si svolge in un resoconto a volte dolce, a volte amaro; un resoconto spesso determinato dalle varie caratterizzazioni dei protagonisti e talvolta dal caso. Si avverte coinvolgimento, quasi testimonianza e ricognizione sulla condizione umana. Si corre nel tempo, si cercano e si attendono certezze, nella realizzazione dei propri desideri e delle proprie volontà, costruendo l’intenso viaggio vitale, che, a consolazione, pur in situazione altamente emotiva e dolorosa, ritrova l’amicizia perduta e la minima speranza. Perché “se ci credi accadrà”.
    Lavoro, che, pur procedendo quasi a passi diversi, è sospinto da una coralità partecipativa.
    Gian Gabriele Benedetti ( Commento dal sito di Bartolome Di Monaco)

http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=6391


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