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Qualche mia poesia

Lettera a Fatima

Piccola Fatima
dalla lunga leggera gonnella
sulla calzamaglia di lana.
Piccola Fatima
dalla grossa treccia
di fili di seta di nero lucente.
Piccola Fatima
che incedi come una regina
nella fila scomposta
tra tute e jeans di marca.
Mesta e dignitosa
il sorriso triste
gli occhi scuri assorti
profonda malinconia
d’una calda terra lontana
nella nebbiosa mattina lombarda.
Piccola Fatima
le braccia incrociate sul banco
la testa reclina
il silenzioso pianto
solenne affranta nostalgia.
Terra straniera
clima straniero
parole straniere
mensa straniera
compagni stranieri
insegnanti stranieri.
- Fatima perchè piangi?-
E tu che già impari l’italiano
- Male la testa-
Male al cuore Fatima
al cuore!
Lo avverto
ma non te lo dico
rispetto il nobile pudore
del tuo dolore.
Ci guardiamo
in silenzio comunichiamo.
Una carezza sul capo
e nel linguaggio universale
ci comprendiamo.
Impari sempre di più
sempre più in fretta.
Impari tutto di noi:
la lingua, le usanze, gli atteggiamenti
eppure mantieni il tuo stile.
Alunna attenta e ordinata
assorbi assennata
la nostra cultura
cerchi di attecchire
delicata e tenace pianticella esotica.
E ce la farai, lo so, lo sento.
Io no, io riparto
torno in quella mia soleggiata terra del sud
che si affaccia sulla tua.
Ti lascio un po’ più allegra
più disinvolta
con tanti nuovi amici
con gli scarponi da neve
e negli occhi ancora un debole riverbero
di corse scalze sulla sabbia tunisina.
Ti lascio e di te mi resta solo il tuo nome:
Fatima.
E soltanto adesso mi chiedo
che gusto ha il tuo cibo
che raccontano le tue canzoni
qual è il ritmo dei tuoi balli
come ti consola il tuo Dio
che suono ha “ciao” nella tua lingua
e “sole”, “vento”, “tristezza”, “felicità”?
Troppo presa ad insegnarti di noi
ho perso l’occasione d’imparare di te.
Addio piccola Fatima
o forse arrivederci
chissà…
Ma spero
spero tanto
che camminando nel nostro mondo
ti rimanga memoria anche del tuo
e che tu possa scoprire
in un gesto, una musica, uno sguardo, un colore
quella verità che tutti ci accomuna.
(1999)

Le mamme del nuovo millennio

col pancione fecondo

trofeo che sbuca fuori dai jeans.

Le mamme-regista di crescita

con la videocamera digitale

e le foto dei pargoli sui DVD.

Le mamme in carriera

a dirigere nonne e baby sitter.

Le mamme-autista

che accompagnano a scuola

e di qua e di là

e su e giù,

sognando d’allevare futuri campioni

di sport, musica, danza

o chissà che.

Le mamme bellissime

che non imbiancano mai,

coi capelli dai colori di fiamma

e i colpi di sole che illuminano il viso.

Le mamme modelle

tra dieta e palestre

col pearcing e il tatoo.

Le mamme alla moda

abbigliate come la loro prole.

Le mamme che sembrano sorelle maggiori

e non perdono il ruolo di figlie

di altre madri eternamente splendenti.

Le mamme con il cellulare

che messaggiano le raccomandazioni

e aspettano uno squillo

per non stare in pensiero.

Le mamme davanti al computer

che cercano consigli navigando su Internet.

Le mamme stanche

che si consolano

chattando con le amiche.

Le mamme coi sensi di colpa

del tempo che manca

ed esige la corsa allo shopping

ai vestiti di marca

alle figurine introvabili

agli ultimi videogiochi

per un figlio che chiede

per un mondo che chiede

e niente sembra bastare,

ma tutto corre sempre più in fretta

e quel che si cerca esige il “subito”.

Le mamme sole

per scelta o per circostanza.

Le mamme con le famiglie distrutte

con le famiglie rifatte

con le famiglie allargate.

Le mamme felici o affrante

con tutti i figli rimescolati.

Tutte voi madri del nuovo millennio

sappiate che nessuno è perfetto

tanto meno una donna

anche se diventa mamma,

ma non ve ne rammaricate

e sorridete ai vostri figli.

A tutte quante,

nel giorno della vostra festa,

nè fiori nè profumi nè rossetti,

ma solo un applauso

un applauso intenso

che scrosci e risuoni

per il mondo intero

perchè essere madri nel nuovo millennio

è davvero un impegno.

(2007)

(2007)

C’è il libro

della preghiera
del canto
del destino
della magia
della meraviglia
del ricordo
della fantasia
del viaggio
del sapere
dell’arte
del canto
del riso
e del pianto.
C’è un libro per dire
e un cuore
e una mente
per ascoltare.
C’è una pagina aperta
una pagina chiusa
una pagina piegata
una pagina sottolineata
una pagina scarabocchiata
una pagina strappata.
Tra una pagina c’è un fiore appassito
una cartolina
un biglietto
una fotografia
un capello
un’impronta
un segnalibro speciale
messo per caso o per intenzione.
C’è una frase che ti segue
un’altra che ti consola
una che ti fa compagnia
un’altra ancora che pretende
di riassumere ogni verità,
ma infine rimane sospesa
a quel punto di domanda
che ti spinge verso un nuovo libro
e un libro ancora
e sai sempre che non basterà.

2008

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CU C’ERA ‘NTA DDA NOTTI?

Cu c’era a novembri ‘nta dda notti

du millinovicentuvintottu

assittatu ‘nto scuru

a taliari l’uttimu muru

da so casicedda svutata

sutta supra nta na iurnata?

Cu c’era?

Ci n’erunu tanti

nun poi sapiri quanti!

Ma stannu quasi tutti durmennu cuntenti

e sulu qualchi picciriddu di tannu

su chiami magari ti senti

e tu cunta, si a memoria non avi dannu,

di comu a Mascali a genti

si ritrovau di coppu senza nenti.

E’ ‘n picciriddu assittatu

supra ‘n carrettu stranghillato

ca va e s’annaculìa cu scruscio di pignate,

cu roti caricate

e pari prontu a jettarisi di latu.

E’ n’ picciruddu stralunatu

di tutta dda russura

ca s’ammogghia u so paisi

a so casa , l’uttimo muru iancu

ddu muro unni iucare accantu,

cu facci di carusi tosticeddi

e chi sacchette chieni, o iocu di funneddi.

Chi preiu dda nuttata!

A ramminsata

‘n mastru di festa ‘mprussisatu

ordinau di sparari bummi

ma era ammucciatu

cu sapi unni.

Tra ciauru di suffuru,

tutta dda lustrura ca t’assicuta,

‘mpastannu abberi e petri

no né a lava

a picca metri

ma ‘n prodigiu, n’ incantu….

ma picchì a matri avi occhi di chiantu

e vuci di prijera afflitta?

Picchì u patri cu vucca d’infernu

santìa ca testa scuntennu

e n’ti manu impagghiazzìa a burritta?

No sapi a ddu tempu a menti nnuccenti,

a vucca cu denti di latti ridi spalancata.

Ora u sapi a menti d’u vecchiu sapienti

E na lacrima cala lenta e cocenti

supra a faccia du tempu riccamata.

2008

La traduco per i non parlanti siciliano

Chi c’era quella notte?

Chi c’era quella notte

del millenovecentoventotto

seduto nell’oscurità

a guardare l’ultimo muro

della sua casetta svuotata

sotto sopra in una giornata?

Chi c’era?

C’erano in tanti

non puoi sapere quanti!

Ma stanno tutti dormendo contenti

e solo qualche bambino d’allora

se lo chiami ti sente

e ti racconta, se la memoria non gli fa difetto,

di come a Mascali la gente

si ritrovò di colpo senza niente.

E’ un bambino seduto

sopra un carretto sgangherato

che va dondolandosi con rumore di pentole

su ruote sovraccariche

e sembra pronto a rovesciarsi.

E’ un bambino meravigliato

di tutto quel rossore

che avvolge il suo paese,

la sua casa, l’ultimo muro bianco

quel muro dove giocare accanto,

con facce di ragazzini monelli

e dalle tasche piene, al gioco dei fondelli*.

Che piacere quella nottata!

All’insaputa, un mastro di festa improvvisato

ordinò di far scoppiare i mortaretti

ma era nascosto

chissà dove.

Tra odore di zolfo,

tutto quel chiarore che ti rincorre,

impastando alberi e pietre,

non è la lava

a pochi metri,

ma un prodigio, un incanto…

ma perché la madre ha occhi di pianto

e voce di preghiera afflitta?

Perché il padre con bocca d’inferno

bestemmia scuotendo la testa

e tra le mani sgualcisce il berretto?

Non lo sa a quel tempo la mente innocente

la bocca con denti da latte ride spalancata.

Ora lo sa la mente del vecchio sapiente

e una lacrima scorre lenta e cocente

sulla faccia ricamata dal tempo.

*FUNNEDDI: Gioco tipico dei bambini di quel tempo per il quale utilizzavano dei bottoni. Il gioco stimolava attività creative e destrezza di stima e di calcolo. Tutti i bottoni avevano un valore, ma non lo stesso. Il minor valore l’aveva il bottone da camicia, mentre un grosso bottone da cappotto era il più quotato. Si tracciava un quadrato per terra scomposto in quattro quadrati più piccoli, delle regole ben precise stabilivano punteggi e priorità a secondo di dove finivano i bottoni in rapporto ai quadratini.

Con questa poesia s’intende ricordare la colata lavica del vulcano Etna, nel novembre del 1928, che distrusse interamente il paese di Mascali, il quale venne poi riscostruito più in basso verso il mare.

Piove
una pioggerella fangosa
piove
sabbia rossa di deserto
piove
essenza d’Africa
piove
una goccia sul vetro
vicino alla mia faccia
come un bacio
che arriva
da lontano.

Piove
dai cieli dell’Africa
fin qui
come un viaggio di ritorno.

(2009)

LA NOTTE

Con grinfie di solitudine
la notte nemica
invade la stanza
giganti ombre sui muri le paure
si dilatano gli spazi della lontananza
si disorienta la misura del tempo.

(2009)

Là dove nascono i sogni
c’è una nicchia tessuta
di speranze,
vi risuonano i sorrisi
trascorsi
e s’avverte già il brusio
di quelli in arrivo.
In questo cantuccio
si attendono i respiri
delle persone più care
che recano fili preziosi
per il canovaccio
di gioia
steso verso il domani.

(Capodanno 2010)

COM’E’ OGGI IL MARE.

Com’è nebbioso oggi il mare
e livido il tempo
indifferente
e grigio
pesa
su tetti, alberi, animi.

Com’è lontano oggi il mare
lontano
dal sole
dal caldo
dall’estate
rapita insieme alle vacanze.

Com’è piccolo oggi il mare
un lembo appena
sfilacciato
nella bruma
del giorno
che già
vuol cedere il passo alla sera.

(2010)