RIFLESSIONE SULL’ARTE D’INSEGNARE A TUTTI attraverso un brano tra fiaba e realtà


BRANO TRATTO DAL RACCONTO “NIVEK-IL SEGRETO DELL’ERBA TAGLIATA” DI TOSCA PAGLIARI.

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(Parlano un gatto e un bambino. Inizia il dialogo il gatto).

– Non mi interessano di preciso i nomi di tutti, ti ho mai forse chiesto il tuo?
– No, ma posso dirtelo. Mi chiamo Nivek.
– Stranezze umane!
– Adesso che ci penso dovrei dare un nome anche a te.
– No, non farlo! Non lo sopporterei di sentirmi chiamare Cicci, Pucci, Fufi, Frufrù o altri termini insulsi con cui sono stati appellati i miei simili per colpa d’umana idiozia.
– Allora sceglitelo da solo un nome. Come ti piacerebbe chiamarti.
– Beh, fammi un po’ pensare … Un nome è come un titolo di un’opera, ti deve dare un’idea sostanziale di quel che vuole esprimere in tutta la sua complessità. Io sono un gatto e siccome mi esprimo a miagolii mi piacerebbe chiamarmi, anzi chiamami senza alcun dubbio, MIAGOLA! Bello, no?
– Miagola è un verbo, anzi per l’esattezza “voce del verbo miagolare”, non è un “nome” e tanto meno un “nome proprio”.
– Chi le ha decise queste inconcludenti precisazioni?
– La maestra dice che si tratta della grammatica.
– Oh! La maestra!
E il gatto cominciò a ridere, sdraiato a pancia all’aria non riusciva a trattenersi. Cominciò allora a rotolarsi a terra e non ce la faceva più a smettere.
– Che c’è tanto da ridere?
– Le maestre mi fanno morire dal ridere.
– Perché? Tu sei un gatto che ne sai delle maestre.
– Che ne so? Lo so sì che lo so! Perdinci se lo so! Sono un gatto amMAESTRAto!
Così dicendo sembrò riprendersi, si piazzò su tutte e quattro le zampe e con la coda dritta, andando avanti e indietro, incominciò a parlare.
– Altro che se sono stato ammaestrato!
– E’ accaduto quando ti ho insegnato a fare i salti?
– No, caro mio. È stato molto tempo prima.
– Ma se ti ho trovato che eri un micio piccolo piccolo.
– Oh, sì! Piccolo piccolo e fuggitivo da un branco di fratellini ottusi che s’affannavano a dar retta all’ammaestratrice: “Tira su la zampa destra, tira su la zampa sinistra, fai un passetto, gira intorno, torna giù”..
– Questa roba la fanno i cagnolini al circo.
– Anche i micetti, dai retta a me, la fanno in qualche circo stravagante. Comunque l’ammaestramento credevo fosse una disgrazia capitata solo a poveri cani e gatti, fino a quando non sono saltato sul davanzale della finestra di una scuola e lì sono rimasto come imbalsamato. Guardavo e sentivo: ”Bambini zitti, bambini seduti, prendete il quaderno a righe, prendete il quaderno a quadri, copiate dalla lavagna, svelti, ripetete ba, be, bi, bo, bu. Bambini colorate: i quadrati rossi, i cerchi blu, i rettangoli verdi, i triangoli gialli. Bambini di qua, bambini di là e di su e di giù. Poveri bambini tutti vestiti uguali, tutti che andavano allo stesso ritmo, tutti che ripetevano con lo stesso tono. Poveri bambini ammaestrati! La maestra era bravissima a dirigere tutti quei bambini omologati, ma con quelli speciali con c’era verso. Con quelli ci voleva un tocco di classe, una sensibilità speciale al di là delle libresche dissertazioni didattico – psi..psi…psi ( Il gatto sbuffava ripetutamente) psico – pedagogiche (Ce la fece tutto d’un fiato e orgoglioso rizzò la coda continuando). I bambini speciali sono un vero e proprio rompicapo per le ammaestratrici, se non hanno fiuto non c’è sapienza che tenga. Il fiuto in questo caso è fatto di strategie, dedizione, convinzione di riuscita e un pizzico d’amore che non guasta mai. Se non sanno scommetterci è inutile che prendano in mano il gioco.
Ma torniamo a quel famoso giorno a scuola. Sbirciavo immobile seduto sulle zampe posteriori e la coda girata davanti a quelle anteriori, quando un bambino, che aveva un difetto nel meccanismo dell’attenzione, se ne stava voltato verso la finestra. Nonostante la mia immobilità e la mimetizzazione del mio pelo con il marmo bianco-grigio del davanzale, solo lui mi notò. Dimmi un po’ se non era davvero speciale quel bambino. Come mi vide gridò: “Gatto, gatto!” Con questa esclamazione disinnescò il perfetto meccanismo attentivo di tutti gli altri, che mollarono i loro arnesi e, tra gli inutili richiami della maestra, corsero a vedere, accalcandosi ai vetri. La povera donna, a furia di richiamare all’ordine era rossa in viso e la sua voce diventava sempre più stridula. Fu così che, istintivamente, me la detti a zampe. Quel che accadde dopo non lo seppi mai, ma posso immaginarlo. E tu mi vieni a dire che ne so io di maestre! Ne so eccome! Hanno l’ardire di voler far diventare semplice ciò che è complesso come se fosse una cosa abbastanza fattibile!
Basta ho parlato troppo delle maestre, mi detesterebbero se mi sentissero eppure non sanno che, in fondo, sono convinto che senza di loro il mondo sarebbe decisamente ignorante visto che, comunque, sono quelle che ti avviano al sapere. Come sarebbe un mondo futuro senza maestre, o anche maestri, perbacco, non lo so, questo proprio non riesco ad immaginarmelo. Adesso basta, proprio basta!
Invece a proposito del mio nome o Miagola o non se ne fa niente.

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