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Che ti dice un libro?

Lunedì, 11 Maggio 2009

Tra le pagine di ogni libro c’è una mente che comunica ad altre menti. La mente che riceve rielabora i concetti, rivive il tutto dalla sua dimensione.

C’è chi ha detto che “leggere un libro è come riscriverlo“.

Soprattutto certe frasi diventano indelebili spalancando nuovi orizzonti, invitando a riflessioni, rivalutando situazioni.

Partire dalle frasi più significative, farne una raccolta collettiva per scambiare idee e opinioni potrebbe essere piacevole. Che ne dite?

Comincio da qualche frase del libro che attualmente sto leggendo “Prendimi con te - vita avventurosa di un libro giramondo” . Questa ad esempio potrebbe fare al caso nostro: “Amo le conversazioni notturne quando non sono guidate dall’unica preoccupazione di ammazzare il tempo, quelle in cui non ci si ripete, in cui s’inventa e nel “fuoco della discussione”, si scoprono nuove cose sugli altri e su se stessi”.

Quotidianità tra luci e ombre.

Sabato, 2 Maggio 2009

Ecco il piacevolissimo libro di DINO BORCAS “PICCOLI CRIMINI QUOTIDIANI“.

(Racconti scellerati e poesie. 116 storie in prosa e poesia surreali nella loro tenerezza e crudeltà come la vita a volte che ha dentro di sé prendendo in prestito le parole di Pessoa “tutti i sogni del mondo”.)

2008, 144 p., rilegato
Editore Il Ponte Vecchio (collana Alma poesis. Poeti della Romagna contemp.)

A chi lo ha già letto, a chi ha intenzione di farlo, a chi vuol saperne di più, a chi desidera scambiare sensazioni e opionini, allo stesso autore, ecco l’occasione per quattro chiacchiere tra amici.

… come casa ho la mia pelle …

Sabato, 10 Gennaio 2009

Mentre preparavo i sontuosi manicaretti della tradizione natalizia ascoltavo distrattamente la televisione finchè non mi ha colpito una frase “… come casa ho la mia pelle…” così ho mollato mestoli e forchettoni e sono rimasta incantata a guardare chi la stava pronunciando. Era una barbona, decorosamente pulita e vestita per l’occasione o era un’ex barbona, non l’ho ben compreso. Mi è stato solo chiaro che si trattava di una frase di una sua poesia, che continuava con stupende parole ed io stentavo a memorizzarla perchè in maniera troppo incisiva risuonavano nella mia testa quelle che erano state carpite per prime. Mi ricordo un’aggiunta confusa di “… come soffitto ho le stelle…” e un finale “… mi rimane la mia vita e la mia libertà…”

Non mi ha lasciato più per tutto il giorno questa inquietante frase. Mi sono tornati in mente i barboni che qualche volta avevo avuto occasione di incontrare, ma che non avevo mai avvicinato, non per paura o repulsione, ma per un senso di inadeguatezza nei loro confronti. Cosa avrei potuto dire? Di che cosa avrei dovuto andarmi ad impicciare? E poi cosa sarei stata capace di fare per ognuno di loro? Cosa avrebbero letto nel mio sguardo e percepito dalle mie parole? Erano lì, ma al tempo stesso era come se non ci fossero, un’esistenza nel nulla sovraffollato di gente come me che andava avanti per la sua via. Non lo so che farò in futuro in simili circostanze, ma a volte accadono coincidenze tali che ti spingono ancor più a riflettere.

Infatti, qualche giorno più tardi,casualmente, ho avuto notizia del libro di Nicola Amato “Il clochard” ed ho letto i trafiletti che lo accompagnavano:

Auspico che la lettura di questo romanzo costituisca un utile stimolo per favorire un approccio positivo nei confronti dei barboni. Se vi capita, avvicinatevi pure, parlate loro, offriteli supporto, soprattutto morale, e date loro tanto calore umano: ne hanno davvero bisogno. Vi accorgerete di quali e quanti valori profondi siano imprigionati all’interno di quei corpi malridotti.
Sarà un’esperienza che sicuramente vi arricchirà spiritualmente e vi farà apprezzare maggiormente le piccolezze della vita quotidiana, di cui abbiamo perso il senso perché le riteniamo scontate e ovvie.

Questo libro vuole essere un’occasione per evidenziare un dramma sociale rappresentato dal mondo dei diseredati, disadattati ed emarginati da una società sempre più insensibile.

Non so che farò in futuro se mi troverò dinnanzi ad uno di loro, ma una cosa è certa, tutte queste considerazioni mi ribolliranno dentro.

Voi che tipo di esperienze avete avuto in merito?

Vi andrebbe di parlarne?

I tesori della memoria

Sabato, 10 Gennaio 2009

Questo articolo è dedicato in particolar modo a Raffaele Russo e al suo stupendo libro “Una manciata di bristulini” edito da Casanova Editore nel 2008.

Ecco un assaggio:

“Bristulini”

La sabbia di sera

scivola fresca tra le dita

e il mare placido sta a guardare

i bagnini che chiudono le tende.

Quando sul litorale e sul paese scendeva la sera le luci delle bancarelle si accendevano lungo il viale di platani e nell’aria si diffondeva il profumo dello zucchero filato che il venditore magistralmente tirava, torceva e daccapo tirava, dopo aver appeso a un gancio di metallo l’impasto ancora caldo, colorato e aromatizzato con i gusti più graditi: menta, cioccolato, vaniglia, limone, fragola.

Come un artista prestigiatore, attorniato da curiosi, via via creava una spettacolare, profumata matassa, sempre più fitta, di dolci cordami che raffreddandosi indurivano e assumevano un colore opalescente.

A quel punto poneva la matassa sul tavolo di marmo e con un grosso coltello tagliava e rifiniva le stecche che venivano immediatamente acquistate dai ragazzini, nella convinzione che lo zucchero filato appena fatto e ancora caldo fosse molto più gustoso.

Dopo una lunga, calda giornata trascorsa al mare, sulla spiaggia rovente e numerosi bagni nell’acqua limpida dell’Adriatico, la salsedine e il bollore ancora pizzicavano la pelle, cosicchè l’atmosfera serale era particolarmente gradita e la passeggiata lungo i viali e le piazzette del paese concedeva il necessario ristoro con una nota d’ indefinibile brio, quel piacere intimo che deriva dal sentirsi – vivaddio – finalmente, pienamente in vacanza.

Nell’ora vespertina la chiesa parrocchiale d’estate era ancora aperta e il portone spalancato lasciava intravedere, nella penombra della navata, la sosta dei devoti accanto agli altari, nella tenue luce dei ceri.

Il parroco, in veste talare, ma con le maniche accuratamente rim-boccate fino ai gomiti, conversava fuori dal portone della chiesa con paesani e villeggianti.

Anche il Signore probabilmente s’affacciava di sera sulla piazza per concedersi una pausa, guardare il passeggio e annusare fi-nalmente il profumo dello zucchero filato, dopo una intera gior-nata a respirare incenso e fumiganti stoppini.

Verso l’imbrunire compariva infine l’anziana venditrice di brustolini (“bristulini”, nel sonoro dialetto locale) e attraversava con il suo canestro di paglia a tracolla il centro del paese.

Piccola, dolce figura, con una linda veste azzurra, grembiule e cuffietta, sorrideva amabilmente ai passanti come fosse un po’ soprapensiero.

Talvolta con cenno invitante della mano fermava per strada amici e conoscenti per un dono speciale: una manciata di noccioline, di ceci cotti o di semi di zucca salati, e un sorriso che sempre aveva una leggera nota malinconica.

Chissà se era per la nostalgia del tempo della sua infanzia, quando a Brezza Marina un sorriso, una manciata di brustolini e quattro conchiglie striate raccolte in riva al mare potevano rappresentare la pienezza della felicità.

Sono certa che chiunque lo leggerà avrà assaggiato veramente la mirabile arte descrittiva dello scrittore, insieme allo zucchero filato di cui ne avrà sentito prima l’acquolina in bocca e poi il gusto.

Per chi ancora non lo avesse fatto visitate il sito http://www..raffaelerusso.it assaggerete anche il gusto del pittore, del fotografo ed altro ancora.

Ma questo articolo è dedicato anche a tutti voi che rinserrate certamente tesori nella vostra memoria.

I vostri ricordi, quelli a cui avete dato più significato, tristi o lieti che siano, rappresentano l’essenza della vita. Comunicarli è un dono al mondo.

Io sono qui per prima ad attenderli se vi fa piacere condividere qualche vostro tesoro con questa comunità che si allarga.

Nella calza della befana: scatole cinesi, matriosche, libri, scrittori, lettori.

Martedì, 6 Gennaio 2009

Nella notte della Befana mi regalo da sola quel che voglio perchè le mie colleghe sono troppo impegnate a svolazzare sui camini. Io me ne sto al caldo e mi regalo le chiacchiere su questo blog, il piacere di tirar fuori quel che mi frulla in capo.

Ho in mente di dire certe cose e le dico a seguire, buona lettura se vi va.

“Dall’idea ( concepimento dello spirito creativo dello scrittore), al travaglio(fatica e piacere di trasformare pensieri, ricordi, ideali e quant’altro in materia scritta), al parto (opera completata in un accumulo di fogli e in vari formati digitali), alla registrazione anagrafica (codice ISBN e marchio della casa editrice). Ecco questo ultimo passaggio crea il censo della creatura e il suo lustro nel mondo. Così come ai figli naturali è meglio augurare più fortuna che bellezza, ai figli dell’ingegno è meglio augurare più pubblicità e visibilità che stile e contenuto.

Tutto questo preambolo perché sono giunta ad una considerazione gironzolando sul web in cerca di qualcosa, di qualcuno, di qualche neanche io so cosa, per regalare uno spiraglio di luce alla mia creatura disperatamente figlia d’autrice sconosciuta e di casa editrice minore.

Mi sono resa conto d’essere caduta in un’infinità di scatole cinesi, d’essere stata ingoiata da altrettante infinite matriosche e scivolata da una catasta immensa di libri e libri e libri…

Trovo un sito dove si pubblicizzano libri e la maniera è quella di scrivere recensioni di altri libri così conoscono il tuo stile, il tuo nome, il titolo del tuo libro, il tuo sito internet, il tuo blog.

Ma chi lo conosce? Altri scrittori come me che hanno un libro, un sito, un blog, una mail, il tutto in un gioco infinito.

Trovo un altro sito dove ci si conosce tra noi scrittori. Ognuno legge la recensione del libro dell’altro e si congratula, si congratula di cuore perché si accorge che davvero meritano di essere letti. Ma poi si vanno veramente a leggere? Entri in libreria e non lo trovi, devi ordinarlo e aspettare, oppure devi ordinarlo on line. Sembra facile, ma ti sfugge il momento e non lo compri più.

E’ come se pubblicizzassero dei biscotti dall’aspetto più che mai appetibile, ma poi in tutti i super mercati in cui entri non li trovi mai e non li mangi mai.

L’unica consolazione è che almeno qualcuno sa che esistono questi fantomatici biscotti e questi stupendi libri tra tanti insulsi libri, che ti sbattono talmente in faccia in tutte le librerie ed affini che prima o poi li compri e, spesso, ti ritrovi a rimpiangere la cifra che hai speso e li finisci di legger sol perché ti sono costati dei soldi e almeno li consumi fino all’ultima pagina.

Allora amici miei scrittori che facciamo, ci leggiamo tra di noi? Ci mangiamo tra di noi da un biscotto all’altro?

Però una cosa sensata, o mezza sensata perché di preciso sensato non c’è nulla, la possiamo fare: ci raccontiamo le nostre vicissitudini editoriali, mettiamo insieme le nostre esperienze, diamo voce a questi poveri figli del nostro ingegno che non hanno un nobile casato e della nobiltà dell’animo pare non interessi più niente a nessuno.

E amici non scrittori l’invito è esteso anche a voi per esprimere pareri e dare consigli, proprio voi che essendo lettori puri forse avete le idee più chiare di noi scrittori e lettori di altri scrittori.”

Vi sono sembrata mezza matta?

Ma che vi aspettavate in questa nottata di Befane?

Auguroni a tutti: Befane e Befanotti.

Soldini, soldi, soldoni, soldacci.

Domenica, 5 Ottobre 2008

Quanti ve ne servono? Quanto vi fanno disperare? Quanto vi rendono felici?

C’è qualcuno che ha scritto” Se la ricchezza non fa la felicità figuriamoci la miseria” Eppure c’è anche la storiella della camicia dell’uomo felice. Un saggio aveva detto ad un uomo che per raggiungere la felicità doveva indossare la camicia di un uomo felice. Dopo aver girato il mondo e chiesto a ricchi e potenti senza ottenere da nessuno la conferma della loro felicità, cominciò a chiedere a chiunque incontrasse se fosse felice. Quando ormai aveva perso le speranze vide per la strada un tipo dall’aspetto trasandato ma con un’espressione di gioia sul volto. Il tipo ammise di essere felice, veramente tanto felice, ma che non poteva prestargli la camicia perchè non ne aveva mai posseduta una in vita sua.

A voi i relativi commenti

C’è anche il detto: “I soldi fanno i soldi e la miseria fa i pidocchi”. Nel senso che è facile accumolare ricchezza quando già si parte avvantaggiati. Ma c’è anche gente che è partita da zero ed ha realizzato un impero economico. Fermo restando che tutto si svolga nella legalità cos’è che spinge alcuni a raggiungere la ricchezza e altri a scivolare nella miseria pur essendo partiti da una posizione molto agiata? Forse l’intelligenza, la fortuna, il proprio DNA?

La corsa al denaro che ruolo riveste nella vostra vita? Qual è il limite tra il necessario e il superfluo? Quanto denaro vi occorrerebbe per essere veramente soddisfatti? E poi c’è un limite alla smania di ricchezza o si rischia di finire come Creso e Mida.

Se vi interessa saperne di più vi propongo la lettura del libro “Il segreto del denaro” di Irina Reylender e l’indirizzo del sito http://www.ilsegretodeldenaro.it

il segreto del denaro

il segreto del denaro

NUMERICA-MENTE

Domenica, 10 Agosto 2008
numeri

Nei numeri è la chiave dell’interpretazione dell’universo. La Cina da millenni riconosce ai numeri una funzione ordinatrice, energizzante e armonizzante del mondo e della materia vivente.

Si è tanto enfatizzata la data del giorno d’apertura dei giochi olimpici : 08/08/08, che il governo cinese pare abbia scelto proprio perchè nella cultura popolare l’otto si associa ad un evento propizio.Si tratta, comunque, di una data composta dalla ripetizione dello stesso numero e desta considerazioni così come quando appaiono le date palindrome.

Volendoci addentrare nella simbologia del numero 8 si sa innanzitutto che se disposto in orizzontale è la rappresentazione algebrica dell’infinito e si lega a valori sia positivi che negativi. Da questa valenza prettamente matematica diviene simbolo dell’infinità del mondo creato, dell’incommensurabile e dell’indefinibile.

L’otto simboleggia anche la morte nel senso di passaggio, di transizione, ma è anche il numero degli immortali nella mitologia cinese. Le otto forze della natura sono il risultato dell’interazione cosmica Yin Yang. Otto sono il numero dei petali del fior di loto , che rappresenta l’auto-creazione, la nascita della terra dal caos e, nello stesso tempo, la luce e l’ordine, l’aspetto evolutivo del mondo e degli uomini.

Con l’augurio dunque che il numero otto sia propizio per le Olimpiadi, vi comunico che il mio numero è il 7. Non me lo ha regalato nessuno e nessuno mi ha detto che dovevo prendermelo, è una mia sensazione perchè nelle date in cui appare ripetuto più volte si verificano eventi positivi. E’ successo quando sono nata, quando è nato mio figlio, quando ho superato brillantemente un esame, quando sono passata di ruolo. Questo per dire gli eventi più significativi. Il sette è un numero dispari quindi formato dall’energia maschile attiva. Fin dall’antichità è considerato simbolo magico e religioso della perfezione, è l’espressione della mediazione tra l’umano ed il divino perchè era legato al compiersi del ciclo lunare. Sarà anche per tutto questo che è un numero ricorrente: 7 giorni della settimana, 7 note, 7 colori dell’arcobaleno, 7 vizi capitali, 7 giorni della Genesi, 7 bracci del candelabro ebraico, 7 meraviglie del mondo antico, 7 re di Roma, 7 vacche grasse e 7 vacche magre, 7 bellezze, 7 mari, 7 nani, 7… ditemelo voi che non me ne vengono più. Intanto aspetto il 7/7/17 che è la data più vicina alla magica combinazione. Altri nove anni, mica poco, ma mi posso accontentare del 7/7/09 avrà meno effetto, ma devo attendere meno di un anno e nello stesso mese posso giostrarmi anche il 17 e il 27.

Qual è il vostro numero magico? Perchè lo ritenete tale?

C’è un modo per calcolare il numero dalla propria data di nascita addizionando tutte le cifre e riaddizionando ancora, se necessario, fino ad ottenere un’unica cifra corrispondente al numero da prendere in considerazione. La maggior parte di voi sicuramente lo saprà, ma vi do un’idea schematica del significato di ogni numero che potrete ottenere:

1 E’ il principio divino. Indica l’unità. Tutte le tradizioni parlano di un principio in cui regnava l’unità, da questa origine sono nate tutte le cose. Il simbolo geometrico dell’uno è il cerchio, senza inizio e senza fine. E’ il numero del “principio”, l’essenza per eccellenza… ciò che da vita ciò che “accende”. Al numero 1 corrisponde il Sole. Chi possiede questo numero potrebbe diventare un ottimo amministratore, ma anche un musicista e un poeta.

2 Deriva dalla divisione dell’unità ed è il simbolo della separazione. E’ considerato un numero ambivalente incarnando principi opposti: maschile/femminile, terra/cielo, giorno/notte… Il simbolo geometrico del due è la linea con il simbolismo della croce nell’incontro la verticale e l’orizzontale. E’ il numero della meditazione, della riflessione, della capacità di scegliere nella doppiezza delle cose. Al numero 2 corrisponde la luna. Chi possiede questo numero potrebbe diventare un diplomatico, ma anche un insegnante.

3 E’ considerato il numero perfetto e possiede una gran forza energetica. Nella mitologia e nel culto è l’espressione della Trinità. Il suo simbolo geometrico è il triangolo. E’ il numero della fortuna, della capacità di essere al posto giusto al momento giusto.Al numero 3 corrisponde Giove.Chi possiede questo numero potrebbe diventare un attore o un ricercatore scientifico.

4 E’ l’emblema del moto e dell’infinito, rappresentando sia il corporeo, sia il sensibile, sia l’incorporeo. E’ scomponibile in 1 + 3 e simboleggia l’uomo che porta in sè il principio divino.E’ il numero degli elementi della materia: acqua, fuoco, terra, aria. E’ anche il numero dell’ordine e dell’orientamento: nord-sud-est-ovest. La figura geometrica che lo rappresenta è il quadrato.E’ il numero della pigrizia, ma anche della bellezza, è un numero che attrae a sè gli eventi. Al numero 4 corrisponde Urano. Chi possiede questo numero potrebbe diventare un ottimo avvocato o un politico.

5 Rappresenta la volontà, l’intelligenza, l’ispirazione. La sua figura geometrica è il pentagramma le cui diagonali formano la stella a cinque punte ricordando l’uomo vetruviano. E’ il numero dell’umorismo dell’allegria e della capacità di sdrammatizzare. Al numero 5 corrisponde Mercurio. Chi possiede questo numero potrebbe diventare un esperto nel campo della comunicazione.

6 E’ un numero mistico dal significato ambiguo in quanto può predisporre all’unione col divino, ma anche la confusione e l’allontanamento. Graficamente rappresenta la stella a sei punte che era anche il sigillo di Salomone. E’ il numero del sentimentalismo, della timidezza e riservatezza interiore. Al numero 6 corrisponde Venere. Chi possiede questo numero potrebbe diventare un fisioterapista o addirittura un pranoterapeuta.

7 Rappresenta un ciclo compiuto e dinamico. Presso i Babilonesi i giorni multipli di sette di ogni mese erano considerati festivi. I Pitagorici lo ritennero il simbolo della santità. I Greci lo definirono “venerabile” e per Platone era “anima mundi”. Per gli Egizi rappresentava la vita. La figura geometrica che lo rappresenta è la piramide, simbolo d’immortalità. E’ il numero della sensibilità e della fantasia, e anche del sesto senso ad esso è associato Nettuno.
Chi “possiede” questo numero potrebbe diventare un pittore, scultore o musicista.

8 Del numero otto abbiamo già parlato abbastanza in riferimento della data d’inizio dei giochi olimpici. Si può aggiungere che incita alla scoperta e alla ricerca della trascendenza.
E’ il numero della calma interiore, della capacità di analisi degli avvenimenti, ad esso è associato Saturno.
Chi “possiede” questo numero potrebbe diventare un volontario di importanti organizzazioni.

9 Indica il periodo della gestazione, è quindi il numero della generazione e della reincarnazione.Per Pitagora è un numero che si riproduce continuamente nella moltiplicazione e rapprensenta la materia che si compone e si riscompone continuamente. Il suo simbolo grafico è il cerchio come il numero uno. Composto da tre volte il numero tre è la perfezione al quadrato, se si aggiunge un quarto numero tre si ottiene dodici che è la perfezione assoluta.E’ il numero dell’energia, dell’aggressività e al contempo del misticismo, ad esso è associato Marte.Chi “possiede” questo numero potrebbe diventare un manager.

Adesseo che vi ritrovate con questa mente numerica come vi sentite? Il linguaggio dei numeri è un’alternativa al linguaggio delle parole, tanto i numeri quanto le lettere che compongono le parole sono dei simboli per esprimersi, comprendere e comprendersi.Tanti anni fa lessi, non ricordo più dove e come di preciso, una storia che parlava di due bambini autistici che comunicavano tra loro usando i numeri primi.Adesso sui numeri primi, anzi per l’esattezza su “La solitudine dei numeri primi” è uscito un romanzo che sta spopolando. Parlare in numeri non è poi così male!

ROMANO LUPERINI “L’ETA’ ESTREMA”

Giovedì, 31 Luglio 2008
copertina

copertina

Ho appreso dell’uscita del romanzo breve del critico letterario Romano Luperini: “L’età estrema” edito da Sellerio.

Girovagando sul web sono riuscita a leggere il primo capitolo ed ho il piacere di proporvelo.

21 settembre

La vecchiaia è quest’appendice in fondo al ventre. Un involto nei pantaloni, un ingombro rattrappito sul legno della panchina.

Sul molo, una fila di pellicani impettiti allargano e richiudono le ali incrociandole sul petto. Un pescatore in piedi con la canna in mano leva il braccio in alto, l’agita tenendo in pugno qualcosa che luccica. Dinanzi a lui una foca va avanti e indietro nel ribollio sporco delle onde. L’oceano è vasto e vuoto. Sulla spiaggia immensa, tre quattro gruppi umani sperduti sulla sabbia.

Questo ammasso ciondolante di grinze. La foca continua a girare inquieta fra i detriti, i pellicani ritti applaudono sulla riva.

Il sole scintilla, il mare oscilla e si stria.

Il pescatore continua a tenere la mano alzata verso il cielo, poi grida qualcosa contro il mare, agita un pesce, lo mostra alla foca per schernirla.

Cosa ci faccio qui? Perché sono venuto in questo paese? Le mie ossa chiedono solo di riposare, eppure io non sopporto la quiete. Mi agito. Mi muovo, mi precipito in posti lontani. Fuggo la morte, e mi accorgo di correrle incontro.

Sugli schermi ogni notte strisciate di luce su città lontane, traccianti luminosi e vampate di fuoco nel buio, minacce di stragi, allarmi, notizie di malattie sconosciute. Però la Borsa continua ad andare su e giù, il sabato e la domenica gli stadi sono pieni, il solito share dei programmi televisivi, il solito affollamento dei supermercati e delle discoteche.

Stamani guardavo sulla Promenade le ragazze slanciate, i top corti, colorati, sopra la nicchia dell’ombelico, le spalle nude attraversate da lacci sottili, e famiglie con la bocca coperta da mascherine di garza, guanti di lattice alle mani. Poi ho attraversato un mall, ho camminato nella luce gelatinosa, dentro passaggi di vetro e di plastica, fra pareti gialle e azzurre e grappoli bianchi di tubi. Grumi di folla, flussi trascinati in direzioni diverse da ascensori, nastri e rampe di scale mobili. Nidi di video dovunque, sugli schermi lampi e ombre di giocatori in mischia con caschi e toraci enormi sull’erba verdissima, aerei in volo fra nuvole e bagliori di scoppi, donne piangenti, avvolte in scialli neri, in corsa per lunghi corridoi, con le braccia alzate. Un predicatore olivastro scuoteva la barba ricciuta, da un podio annunciava l’apocalisse.

Giorgio che abita in questa città da dieci anni non sembra preoccupato. Alla fine delle lezioni gioca al calcio con gli studenti sui prati del campus. Nell’aria calma i colpi al pallone risuonano netti, si sentono i vocii degli spettatori, vortici improvvisi di incitamenti, di gioia o di rabbia, e il fischio corto dell’arbitro.

Gli autobus viaggiano rapidi, puliti, silenziosi. Guardando dal finestrino l’intersecarsi quieto e regolare delle strade, dimentico la tensione, l’atmosfera impalpabile d’allarme che c’è nell’aria. Con l’autobus percorro ogni mattina il lungomare verso Sud, scendo sul boulevard, torno a piedi. Cammino sulla riva dell’oceano, fra i fusti delle palme e i tronchi bassi e ritorti di piante strane, bizzarramente cresciute in orizzontale più che in verticale, con rami stracolmi di fiori di un rosso artificiale che attirano nuvole di piccolissimi uccelli. Sui prati merli di un colore metallico che trasvolano bassi, scoiattoli che s’inseguono impazziti, homeless sdraiati sparsi per terra su letti di cartone, oppure seduti o accucciati, con accanto valigie slabbrate, cani legati con una cordicella, sacchi per le immondizie da cui rigurgitano panni e utensili. Camminando, devio per non passargli troppo vicino. Poi arrivo sino al molo, mi metto a sedere su una panchina, leggo il «Los Angeles Times» di fronte all’oceano.

Comincia a fare caldo. Il pescatore non c’è più, anche la foca è scomparsa. L’ombra dell’albero si è ritirata e a poco a poco il sole sta invadendo lo spazio della panchina. Guardo uno sciame di minuscoli uccelli vorticanti fra i rami, come insetti giganteschi. Sopra di loro gracchia una cornacchia nera che di colpo fa oscillare sotto il suo peso il ramo più alto dell’albero. Tutti insieme i piccoli uccelli frullano via, con un fruscio unico.

Allora mi alzo, ritorno al Residence.

fonte:

luperini.palumboeditore.it:8080/luperini_site/blog/archive/2008/05/12/linizio-di-let-estrema -

Appena posso vado in libreria a comprarlo per leggere il resto, poi sarà piacevole scambiare opinioni con altri lettori  su questo blog.

“LA FIGLIA DEL SILENZIO” le sue sorelle e i suoi fratelli

Lunedì, 28 Luglio 2008
copertina del libro

copertina del libro

Chi non avesse ancora letto il libro di Kim Edwards “La figlia del silenzio” edito da Garzanti, si appresti a farlo perché si arricchirà senz’altro attraverso la sensibile esposizione di una storia che ha come protagonista una bambina Down.

Non aggiungo altro per non togliervi il piacere di scoprire da soli l’avvincente trama.

Vorrei solo puntare l’attenzione sul fatto che spesso i diversamente abili, non più relegati nel silenzio dalla famiglia e dalla società, si ritrovano, a volte, immersi in un silenzio culturale.

Questo accade allor quando la scuola decurta le ore di sostegno e le insegnanti si lasciano demoralizzare da chi con saccenteria ne vorrebbe destabilizzare la tenacia e la professionalità dicendo “Non pretenderà per caso di voler sconfiggere la patologia!”.

Lasciate che una frase del genere da un orecchio vi entri e dall’altro vi esca e continuate, con il solito impegno, ad attuare tutte quelle strategie che ritenete utili affinché i vostri alunni possano raggiungere i dovuti risultati secondo le loro potenzialità. In un bambino diverso bisogna crederci e ciò si trasformerà in una medicina miracolosa. Certamente ognuna di voi possederà la saggezza di credere basandosi sulle concrete conoscenze del caso.

Mi sono accorta che mi rivolgo al femminile, è la mia abitudine perché ruoto maggiormente tra insegnanti donne. Non me ne vogliano “gli” insegnanti anche ai quali questa pagina è rivolta.

Spero in una scuola che non produca ingiustamente figli del silenzio culturale e che gli sforzi di tutti siano tesi in questa direzione.

Un cappello pieno di ciliegie

Venerdì, 25 Luglio 2008
Copertina del libro

Copertina del libro

Che Oriana Fallaci fosse “grande” lo scoprii la prima volta nel 1975 quando, studentessa liceale, ebbi tra le mani “Lettera ad un bambino mai nato”, che lessi allora e mai più, ma che ancora oggi ricordo. Erano gli anni inquieti della mia giovinezza, quando, avendo preso coscienza che il mio essere donna avrebbe potuto farmi riprocreare, attendevo gli eventi della mia vita futura tutta protesa in questa dimensione.

Adesso capita questo suo nuovo ed ultimo libro, pubblicato postumo, “Un cappello pieno di ciliegie”, in un altro momento particolare della mia vita. Ho da poco pubblicato il mio primo libro che ho cosiderato un parto tardivo della mia vena di scrittrice bistrattata dall’incapacità di credere in quel che riuscivo ad ideare.

Quel che mi colpisce è che l’impianto di questo mio libro, anche se con toni minori, o, con un po’ più di autostima, dovrei dire con diverso stile, somiglia a quello della Fallaci. Il mio male oscuro era la malinconia, una malinconia profonda in mezzo alla gioia di vivere in una meravigliosa famiglia. Era la malinconia di uno spazio tutto mio, una malinconia esistenziale che aveva bisogno di dare un significato allo scorrere del tempo in un presente dove vedevo crescere nuove vite ,senza un futuro ancora definito, ma con la mia personale convinzione che la loro essenza fosse già stata scritta nell’essenza di chi li aveva preceduti. Per esprimere loro questa visione ho sentito il bisogno finalmente di scrivere per non gettare via, come era sempre accaduto dai tempi in cui avevo scoperto il modo di fare incontrare carta e penna per concepire pensieri d’inchiostro.

Ho inventato una storia genealogica a partire dall’Unità d’Italia fino agli inizi del 1970 dove ogni personaggio si porta dietro le vicende di chi lo ha preceduto per poi produrre le proprie e rifletterle nei suoi discendenti. Vicende influenzate dai grandi e piccoli eventi storici subiti o cambiati o creduti di cambiare sulla strada di un destino in fondo prefissato a grandi linee ed abbellito a proprio gusto quel tanto che basta per convincersi che ognuno può dare il proprio tocco alla vita. L’ho “dedicato ai miei figli perchè siano liberi di volare lontano ricordandosi sempre da dove sono partiti”, ma in fondo l’ho dedicato a tutte le nuove generazioni.

Quando ho spedito il mio libro al primo editore l’ho avvolto come un fragile neonato in una copertina di cellophane a bolle, l’ho sistemato nella culla gialla della scatola dell’ufficio postale. Non è stata la mossa ideale per avviarlo al mondo, dopo averlo recuperato, la seconda volta l’ho consegnato con le mie stesse mani sperando di metterlo in altrettante buone mani. Sto aspettettando di vederlo crescere, è un bambino ancor figlio di madre ignota con poche possibiltà di riuscita, ma non è detto, ognuno ha il suo destino a prescindere dalle partenze iniziali. Intanto esiste tra milioni di altri in un cappello pieno di libri anch’essi figli di chi li ha preceduti e padri e madri di quelli che verranno in questa crescita esponenziali di scrittori in cerca di lettori. Il bello è che il loro animo cartaceo non conosce il loro prezzo di mercato e vivono senza l’anelito di spopolare felici di racchiudere l’essenza che l’umana creatività gli ha regalato.

Tutto questo in attesa di poter leggere, una ciliegia dopo l’altra, l’ultimo regalo letterario di Oriana Fallaci.