ROMANZO BREVE “La mappa”.

Il gatto sudicio e contento schizzò fuori dal cassonetto con qualcosa di prelibato in bocca. Per quel giorno sarebbe sopravvissuto senza bisogno di cacciare altri animali. Con tutto quello che avanzava uccidere sarebbe stato uno spreco.
Imbacuccata tra stracci informi la donna infilò la mano nello stesso punto in cui aveva visto tirar fuori la felina provvista, ma subito la ritrasse. Altri gatti avrebbero potuto approvvigionarsene, lei aveva altri espedienti. Bastava che si sedesse immobile sul marciapiedi con la mano tesa e una monetina di tanto in tanto sul suo vecchio e lurido guanto sarebbe caduta. Non faceva freddo, ma quelle stratificazioni d’indumenti disparati e logori sembravano comunque proteggerla. Camuffavano le forme troppo smagrite del suo corpo, confondevano il numero dei suoi anni. I guanti poi celavano le sue mani. Le sue mani dovevano, per qualche ragione che solo lei sapeva, rimanere nascoste alla vista altrui ed anche alla propria.
Eppure c’era stato un tempo, chissà quanto lontano, che restava a lungo a guardarsele, come se le parlassero e lei potesse loro rispondere. Le raccontavano quel che avrebbero potuto fare e le ricordavano quel che erano già riuscite a mettere in opera. Ora non le voleva più vedere che non le importava nulla del prima e del dopo, ma solo della morsa allo stomaco del presente.
Le monete cadevano nel guanto senza far rumore, dal guanto le passava in una lattina e lì, metallo contro metallo, cantavano all’incontro. Ogni tanto la lattina veniva scossa ed era il tintinnio, più che il peso, a stabilire se la dose fosse giusta per essere trasformata in cibo.
A passo strascicato si diresse verso la pizzeria e davanti alla porta iniziò ad agitare la sua strana maracas con il suo metallico suono. Era segno di consistente ricchezza per poter accedere ad un lauto pasto. Ma non è poi così vero che con i soldi si ottiene tutto. Prima dei soldi c’è l’apparenza e spesso i soldi non bastano a sostituirla. Così lercia com’era non l’avrebbero fatta entrare neanche se avesse tirato fuori un fascio di banconote, ne andava il buon nome del locale. Scacciata in malo modo si ritrovò a correre con il suo barattolino sonante.
Chi non ha molti mezzi possiede infinite strategie e lei una pizza calda se la sarebbe mangiata comunque, era solo questione d’attendere. Con tutto quello che avanzava anche tentare di comprare sarebbe stato uno spreco. Nella stradina sul retro arrivano le pizze ancora tiepide . Bastava ficcare una mano nel grosso bidone di plastica facendo attenzione che il formaggio, ancora semifilante, non si attaccasse al guanto bisunto.
Lo zampillo della fontana della piazzetta dissetava chiunque non fosse troppo schizzinoso, i cartoni accatastati di fronte al supermercato chiuso erano abbastanza per una dimora di lusso. Dormire in uno scatolone era come tornare bambina dentro la culla o il preludio del sonno della bara, ma in ogni caso l’accoccolarsi in un riposo che non fosse già l’ansia del risveglio.
C’erano spesso dei litigi sui marciapiedi vicino alla stazione per i furti di scatoloni e la gente si pestava per garantirsi la casa della notte, ma lì, dove lei aveva scoperto il vicolo cieco vicino al supermercato, poteva trascinarci tutti quelli che voleva ed ogni notte essere così ricca d’avere una dimora diversa. Ce n’erano proprio tanti e con tutto quello che avanzava era uno spreco rubare.

L’unica cosa che le dispiaceva di quei suoi guanti incollati ormai alle mani come una seconda pelle era che le impedivano l’esatto contatto con le cose del mondo. Il caldo, il freddo, il liscio, il ruvido, il duro e il morbido le giungevano attutiti, quasi contraffatti. Ma, forse, era proprio quell’alterazione del vero che desiderava. Le mani sanno carpire dettagli e verità quando sono nude e lei, apposta, le teneva coperte.

Da dove veniva? Non lo sapeva più. Chi era stata? Non se lo ricordava più. Quali affetti aveva smarrito? Non le importava più. Solo il mucchio informe dei suoi stracci le faceva compagnia. Solo le sue mani celate dai guanti le garantivano la sopravvivenza afferrando quel che potevano.
Anche le sue gambe apportavano un grosso contributo andando di qui e di là senza sosta fino a sera, fino a quando si rannicchiavano nello scatolone.

Quel mattino si alzò di scatto, come un grottesco fantoccio a molla, dal suo scatolone. Aveva un’energia nuova, si sentiva come attratta dal richiamo di un ultrasuono di cui solo il suo animo riusciva a percepire. Andava non sapendo dove eppure seguiva un percorso segnato. Si ritrovò in coda ad una lunga fila di persone. Sembravano tutte una copia di se stessa. No, di diverso avevano le mani nude con le palme rivolte verso l’alto.
I guanti iniziarono a pungerla, un irrefrenabile prurito glieli rese insopportabili. Cominciò a sfilarseli adagio, con sofferenza, come se si stesse spellando. Le sue mani le vide e non erano più le sue, solo delle misere cose raggrinzite e ossute. Ma girandole si accorse che le palme erano rimaste le stesse, con le stesse identiche linee, quella mappa assurda che non era mai riuscita a decodificare.
La fila di fagotti imbacuccati proseguiva senza identità e lei gli andava dietro perché il richiamo era ineluttabile. Finché giunse al capolinea. Esseri di altri mondi, molto più strani di lei e di tutti i suoi sosia, aspettavano accanto a mezzi di trasporto d’altri mondi, inimmaginabili per chi di mondi ne aveva conosciuto sempre e solo uno. La fila passava loro davanti, ognuno mostrava le palme ed ognuno veniva afferrato e fatto salire a bordo di quella o quell’altra assurda imbarcazione. Il biglietto era stampato sulle palme delle mani e ognuno aveva la sua destinazione. Lei si dispiacque soltanto di non essere mai riuscita a comprendere i segni d’una mappa che si portava dietro fin da quando era nel ventre di sua madre. Tutto il resto non aveva importanza, solo l’insopportabile amarezza di quella mancata conoscenza. E non le dispiaceva andarsene con uno o l’altro di quei mezzi bizzarri, non le dispiaceva proprio lasciare le strade già percorse, non era l’ignoto di quel che avrebbe trovato a spaventarla o avvilirla, ma solo la mancata conoscenza di quel che era in lei e mai le sarebbe stata data la possibilità di scoprirlo.
La strana creatura le scrutò le palme delle mani e le fece cenno che era arrivata al mezzo giusto, era quello che l’avrebbe trasportata e lei s’incamminò come un automa. Avrebbe voluto il pianto agli occhi, il velo pietoso e tremolante delle lacrime per non vedere il groviglio di linee che segnavano l’imperscrutabile mappa di quelle appendici del suo corpo. Invece non l’ ebbe affinché la non verità fosse ancora più chiara. Fu l’ultimo dispetto, ma che poteva aspettarsi, tra migliaia di misteri capire sarebbe stato uno spreco.

Tosca Pagliari.

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