ROMANZO BREVE “Il nome”

Achille era cresciuto col mito di quel marmo scolpito  con la parvenza d’una donna addormentata.
– Lo vedi com’è ben fatta?”
Il solito ritornello gli rintronava nella mente. Quante volte sua madre l’aveva portato a vederla e, quante volte, gli aveva raccontato tutta la storia. Gliela aveva fatta persino baciare. Pareva che il vanto d’esser lucchese, per Achille, dovesse ricondursi  tutto al prestigio artistico di Jacopo della Quercia.
Non a caso era venuto su col pallino dell’Accademia delle Belle Arti, ma dopo il diploma era rimasto solo un sogno. Non erano tempi, non c’erano abbastanza soldi, non c’era proprio l’idea dell’investimento nello studio, già un diploma era tanto. Un bel diploma di ragioniere e un bel posto di lavoro nel Nord Italia che prosperava di opportunità.
Lui non aveva voglia d’andar via da Lucca,lì aveva troppe abitudini, tra l’altro quella di continuare a dare di tanto in tanto una bell’occhiata a Ilaria del Carretto, da solo, senza la madre con la solita solfa.
Ormai non usciva più neanche di casa l’anziana donna e, quando il figlio affettuosamente le riferiva d’esser stato a vedere la statua, lei sembrava non averla mai conosciuta. Achille non capiva perché ad un certo punto la mente dovesse lavarsi di tutti i ricordi, perché ci si dovesse staccare dai luoghi consueti, perché le cose non potessero restare uguali per sempre.
Alla fine partì, la paga era buona, fin troppo buona e anche lui, di conseguenza, era diventato un buon partito.  Agli inizi degli anni Sessanta poteva pensare di mettere su famiglia. Fare lo scapolone e le bisbocce con gli amici non era da lui. Gli piacevano solide scelte di vita, provvedere  per il futuro, fare in modo che ogni cosa avesse dei frutti. Il matrimonio era un’ottima prospettiva, si predisponeva l’avvenire attraverso una dimora, una donna con le sue mansioni, i figli e la continuazione nel mondo attraverso loro. Sì, il matrimonio andava fatto e presto anche, ma bisognava trovare una signorina come si deve. Le ragazze milanesi erano tutte piuttosto belle, ma avevano una grinta che lo smontavano, troppo indipendenti, molte di loro guadagnavano anche più di lui, non erano inclini a riverire e servire l’uomo, parlavano troppo di femminismo e di diritti alla pari. Tutte cose che lo sgomentavano, una donnina che se ne stesse a casa a far trovare tutto pronto  e crescere i figli, da qualche parte, la si doveva pur trovare. E la trovò! Inaspettatamente ad una festicciola di amici alla quale non aveva potuto rinunciare per pura cortesia. La ragazza era insieme al fratello che la controllava a vista e lei, per non scontentarlo, aveva un atteggiamento esageratamente composto. Il nome però glielo disse, a lui non piacque, ma forse ci sarebbe stato qualche diminutivo a salvare la situazione. Neanche a lei piacque il suo, ma pensò che poteva farci l’abitudine, siccome non aveva neanche tanto studiato non l’aveva mai sentito menzionare nemmeno negli epici eventi. Annuziata era d’origine siciliana e il termine “origine” racchiudeva meticolosamente e  indissolubilmente ferree tradizioni. Senza alcun problema sarebbe stata la moglie che Achille desiderava. Tornava stanco da una giornata d’ufficio, ma la casa odorava di pulito e di saporite pietanze, ogni mattino una camicia fresca e ben stirata, i pantaloni con la piega perfetta, la tranquillità di un giorno dopo l’altro, del pancione che cresceva e presto avrebbe dato il suo frutto. Annunziata pregava fosse un maschio, sarebbe stato per lei un vanto, un riscatto, un innalzamento di qualità di fronte alla sua parentela siciliana. Achille non aveva preferenze, ma se fosse stata una femmina, il nome era bello che scelto: “Ilaria o non se ne fa nulla” asseriva categorico. Non se ne fa nulla che voleva dire? Non si poteva certo lasciare una creatura senza nome.
“Ilaria”, però, anche se non lo palesava, ad Annunziata non andava giù. Già era stato difficile digerire “Zita”, il diminutivo, che, in base a chissà quale abbreviazioni, il marito le aveva appioppato.” Ilaria” era troppo stravagante per lei, oltretutto nel suo dialetto aveva delle risonanze sgradevoli. Così i giorni si avvicinavano ed il desiderio del maschio aumentava. La natura,però, spesso è dispettosa, più una cosa non  ti piace, più te la mette dinnanzi. Dispettosa, ma con gusto perché la bambina  che nacque era bellissima. Quel che garbava maggiormente al padre era il candore delle sue carni, le sue manine appoggiate sul candido lenzuolino si mimetizzavano quasi. Le guance leggermente rosate e i capelli castani esaltavano ancor più la sua carnagione nivea. “Ilaria” la si dovette chiamare, per forza, aveva pure quel richiamo del bianco marmo di Carrara di cui era fatta la statua. Annunziata per fortuna non ne sapeva nulla nella sua placida ignoranza, perché già era triste il suono di quel nome, venire a conoscenza che si riferiva ad una statua d’una giovane donna morta sarebbe stato inaccettabile.

– Ma che minchia di nome ci mittistu a sta picciridda”! [1]
Disse il padre di Annunziata quando si recò a vedere la neonata.
– Accussì bedda, ci mittistu  “Laria”! [2]
-“Ilaria”!
Corresse Achille.
– E chi cangia?, Sempri ca è brutta voli diri! Cu quali faccia l’ha prisintari in Sicilia? [3]
– La presenteremo quando la gente sarà meno arretrata…
– Tieni a cura come parli! Porta rispetto, o u carcagnu, Achilli, tu sistemo subbitu! [4]
Per fortuna la bambina si mise a strillare distraendoli e la questione finì lì.

Quando fu più grandicella, invece che in Sicilia la portarono in Toscana e la nonna lucchese, anche se era sempre più intontita, sembrò gradirla e quanto le piacque quel nome!
– Ilaria, la mi’ nipotina,  che bel nomino! O chi si chiamava ‘osì ? La gatta che l’altr’anno fece tutti quei figlioli?
– No, mamma, Ilaria del Carretto. Te la ricordi la bella statua che fece Jacopo della quercia per la bella e giovine moglie che morì a Paolo Guinigi?
– Ah! Guinigi, quel tu’ cugino della Garfagnana?
– No mamma,ma  via, un se ne parla. Ti garba la bimbina?
– Mi garba sì, l’è di molto bellina.
Annunziata aveva uno sguardo fosco, con degli occhi che se fossero stati dei fucili avrebbero già ammazzato qualcuno, primo fra tutti il marito. Lui, invece, del tutto innocente, non se ne avvedeva e stava lì davanti alla madre, incitando la figlioletta a tutte le tenere prodezze dell’età per far gioire l’anziana donna e rinvigorire il suo orgoglio paterno.
Annunziata nel vederli tutti e tre così lieti s’intenerì. No, non era Achille che andava ammazzato con gli occhi, ma il padre suo siciliano. Anche la madre sua siciliana, proprio tutti e due perché l’avevano educata alla sottomissione, al parere insindacabile dell’uomo e del marito soprattutto. Ora la sua figlioletta non avrebbe avuto quel nome da “babbiare” [5] e dal significato di “brutta”,  per di più associato ad una “morta imbalsamata dentro una statua di marmo”. Era ignorante e le associazioni d’idee le venivano così, ma l’ignoranza produce, a volte, anche delle originali metafore. Di fatto le sembrava tutto così sgradevole e la sua creatura così tenera e stupenda.

I guai aumentarono via che Ilaria cresceva. Era come se il padre, giorno dopo giorno, avesse fatto alla figlia un lavaggio di cervello tale, con la storia d’Ilaria del Carretto, fino ad averle  distorto il senso della realtà già così labile in una bimba. La piccola si identificava  nella nobildonna alle soglie del Quattrocento e giocava di conseguenza.
Con la maglietta arrotolata come un cercine ad incoronare i lunghi capelli, le mani poste sul grembo, stesa immobile sul pavimento, bianchissima e rigida nella sua voluta postura, così la rinvenne la madre che gridò inorridita. Presa dalla sua recita, la bimba non si scompose, aumentando in tal modo il terrore della povera donna che la scuoteva con forza, ma quella continuando la scena si lasciava ciondolare come un cencio. Con lo scopo di rinvenirla la madre le schiaffeggiava le guance, la baciava, la prendeva in braccio, l’attirava al petto piangendo. Lei nulla, più finta morta che mai. Il padre entrò, vide la scena e stette e per avere un crepacuore. La moglie gridando non sapeva più chi soccorrere. Solo allora la piccola Ilaria comprese d’aver esagerato e  recitò la sua resurrezione. Lo fece con  una soavità tale, come se si fosse appena destata, tanto che nessuno sospettò la messa in scena, nessuno ricollegò la maglietta arrotolata finita in un cantuccio della stanza.

Aveva circa quattordici anni, Ilaria, quando cominciò a immedesimarsi ancor più nel personaggio. Alle storie raccontate dal padre si erano aggiunte le sue letture e sognava ad occhi aperti, sognava di notte, sognava di andare indietro nel tempo, era Ilaria, quella delle antiche sontuose dimore, in attesa dello sposo. Sentiva addosso il peso delle lussuose vesti, ne avvertiva al tatto, nella sua fervida immaginazione ,la morbida consistenza, i ricami e i drappeggi. Ripercorreva svariate e svariate  volte il tragitto in carrozza dalla Liguria alla Toscana, ne riviveva le soste, le fatiche, le attenzioni delle dame, gli inchini e i fasti al suo arrivo alla corte di Paolo Guinigi.
La madre nel vederla così trasognata pensava avesse qualche  cotta adolescenziale, il padre non si accorgeva di nulla. Anzi da quando la ragazza aveva i suoi libri e i suoi interessi ,aveva persino smesso di passare il tempo raccontandole la storia d’Ilaria del Carretto. Ormai quel nome era di sua figlia e basta senza alcuna attinenza con la fonte da cui era scaturito.

Ilaria la cotta se la prese per davvero, più che una cotta, una passioncella bella e buona, a diciotto anni appena compiuti.
Il giorno che credette d’essere rimasta incinta non si preoccupò affatto della cosa in sé per sé, ma prepotente  le tornò l’identificazione con l’Ilaria della statua, con la giovane Ilaria morta di parto.
La madre la sentì piangere disperatamente dalla sua stanza e accorse premurosa.
– Che ti succede?
– Morirò, mamma, morirò presto.
– Ma che dici?
– La mia sorte è segnata, morirò!
– Che male hai?
– Non voglio morire, mamma aiutami non voglio morire!
Non c’era modo di saperne di più, l’unica cosa era farla vedere da un medico.

Era un giovane medico della mutua, Ilaria era magrissima, pallida per lo spavento  e la carnagione già troppo chiara peggiorava la situazione. Consigliò un ricovero in ospedale per accertamenti.

Nunziata, che alla fine era riuscita a farsi chiamare dal marito col suo nome tutto intero e aveva ripudiato l’inconcludente “Zita”, era come se con questa conquista si fosse riappropriata di tutto il suo essere. Adesso quel che pensava lo diceva senza servilismi e senza paure.
– E’ colpa tua. Quel nome le ha portato sciagura. Come si può mettere a una figlia il nome di una morta! D’una statua d’una morta! Se morirà è colpa tua.
Achille era talmente avvilito che quasi quasi si sentiva davvero colpevole, le parole della moglie lo convincevano, si prendeva tutta la responsabilità ed era distrutto dal dolore e dal rimorso. Perciò non le rispondeva neanche e quella continuava ancor più a dargli contro.
– Lo vedi che non hai neanche il coraggio di parlare? Perché è vero quel che dico e non lo puoi negare!
Intanto che sbraitava, Annunziata preparava la valigia per l’ospedale.  Ilaria in bagno vomitava e piangeva la sua prossima morte. Achille seduto sul divano si teneva la testa fra le mani.
Poco dopo, pallida come se la morte l’avesse già colta, la ragazza si presentò. Aveva l’aria stralunata e diceva cose senza senso.
– Sarà una bambina e la dovrete chiamare Ilaria come me. Io morirò e lei porterà il mio nome, è così che deve andare la storia.

I genitori non si capacitavano. Achille trovò la voce per chiedere.
– Quale bambina?
– Mia figlia, la figlia che sto per avere. Sono incinta.
Se la morte li aveva resi sgomenti, questa vita appena annunciata sembrava non risollevarli. Annunziata per prima riuscì a riordinare le idee e si fece risoluta.
– Bene, non andremo in ospedale, ma in una clinica, in una di quelle che ti fanno anche pagare caro, ma il problema te lo risolvono. Chi sa di questo fatto?
– Nessuno.
Rispose la ragazza, quasi meravigliata  che si fosse dubitato di un qualcuno a conoscenza del suo segreto.
– Meglio così, è tutto a posto.

Achille sembrava inebetito. No, era, veramente, inebetito. La sua bambina che diceva d’avere una bambina. La sua bambina che pareva dovesse morire per cattivo presagio di quel nome da lui imposto. Sua moglie che sapeva, per la prima volta, prendere in mano una faccenda. C’era sì di che essere inebetiti. Ma che si era messa in mente di fare di preciso sua moglie? La mente, a fatica, cominciò a schiarirsi. Voleva forse farla abortire? Col rischio che morisse per davvero! Era lei ora il pericolo per sua figlia, doveva fermarla, ma a guardarla, soltanto a guardarla, si capiva che era impossibile. I suoi occhi sparavano come fucili a ripetizione, peggio, come mitragliatrici, non si poteva fermare una donna con quello sguardo.
Il medico questa volta aveva i capelli grigi e l’aria spavalda. Più che spavalda, a ben guardare, aveva qualcosa d’ironico, o meglio qualcosa a mezza strada tra la cattiveria e la benevolenza, ma,  in sostanza,  non era un’aria gradevole, s’avvertiva a pelle.
– Pensavate che qui avessimo del tempo da perdere? Questa è una clinica seria dove il lavoro svolto scrupolosamente va retribuito. Anche se la ragazza non è incinta, anche se l’aborto non è stato eseguito vi toccherà pagare…
Continuava a parlare, ma chi lo stava più a sentire? Tanto era il sollievo che si tramutava in gioia. Ilaria era lì e viva, nessun aborto, nessun parto a minacciarla di morte, nessuna paura, nessun rimorso. Ilaria aveva di nuovo le gote rosee, le era passata persino la nausea. Ilaria,soprattutto, si era resa conto che il suo nome era suo e basta e non c’era alcun bisogno d’identificarsi con quell’altra fatta di marmo ad immagine di un’altra ancora morta secoli e secoli scorsi. Non era neanche incinta! Aveva di che spendere la sua giovinezza spensierata. Il diploma, poi l’università. La sua magnifica laurea in Storia dell’Arte con 110 e lode e tanto di tesi su  “Conseguenze post partum di Ilaria del Carretto”. Ma allora non sarebbe stata più appropriata una laurea in medicina con specializzazione in ginecologia? Forse sì, magari per togliersi lo sfizio di poter contestare meglio quel tizio in camice bianco, che non calava il suo tronfio tono di voce, mentre lei aveva solo voglia di ridere e di correre a raccontare a qualche amica la farsa di quel giorno e di tutti i giorni passati.

[1] Ma che  razza di nome avete messo a questa bambina?
[2] E’ così bella e le avete messo “Laria” ( in siciliano “laria” significa brutta)
[3] E che cambia? Sempre che è brutta, vuole dire! Con quale faccia la dovrò presentare in Sicilia?
[4] Stai attento come parli. Porta rispetto, o il tallone, Achille, te lo sistemo subito.
[5] Prendere in giro

1 commento »

  1. Commento di Gian Gabriele Benedetti — 30 agosto 2009 @ 16:42

    Con un linguaggio limpido, immediato e, a volte, anche scaltrito, scaturisce una storia che mette insieme disparate problematiche, che la rendono originale, piacevole e interessante. Le diverse caratterizzazioni dei personaggi si imperniano su una certa sapienza psicologica, tanto da risultare ben modulate e dinamicamente articolate. L’ironia di alcuni momenti narrativi denuncia una vivacità dello spirito in chi scrive e fa trasparire freschezza godibile di situazioni e di immagini. Su tutto aleggia la figura carismatica di Ilaria del Carretto, qui resa ancor più umanizzata
    Gian Gabriele Benedetti  – Commento pubblicato sul sito di Bartolomeo Di Monaco http://www.bartolomeodimonaco.it/online/?p=6198

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