RACCONTO BREVE : ” Una lunga passeggiata sul lungomare”

LUNGA PASSEGGIATA SUL LUNGOMARE.

Ci sono giornate in cui le batterie sono così cariche da stupirti, altro che quelle quasi inesauribili pubblicizzate in TV. Allora si ha voglia di muoversi, di fare chissà cosa fino a quando ci si sente vivi e sani e forti e non si sa quanto ancora si potrà godere di così tanta energia.
C’è un lungomare, ma proprio lungo, che segue una costa scogliosa per diversi chilometri. Lì si va a fare il pieno di vita. La meta è un porticciolo anch’esso scoglioso e poi il ritorno verso il punto di partenza.
In quell’andare a passo lesto, testa alta e capelli svolazzanti il mare ti regala il suo odore, il suo suono, la sua vista infinita, la sua brezza e sulle labbra ti posa il suo sapore salmastro. E’ un andare con tutti i sensi in un unico senso, sempre avanti dritto.
Gli incontri che si fanno non sono incontri, ma visioni, lampi di vita altrui appena incrociate e subito oltrepassate. Le ragazze snelle con le cuffie che seguono una musica tutta loro e le loro pance compatte sfoggiano percing stralucenti. Le ragazze grassocce che s’affannano speranzose a bruciare calorie. Le mamme leste con i passeggini o i pupi a strascico per mano. I padri se li piazzano sulle spalle concedendo loro una visione più ampia del mondo. Le signore tutte in tiro in completi di lino e capelli impeccabili a braccetto di mariti dall’aria compunta. I ragazzi con sfoggio di muscoli che corrono e sembra che non tocchino terra. I ragazzi a combriccola sui muretti che commentano a voce alta le grazie delle ragazze e poi si danno pacche e spintoni quasi un premio a chi l’ha detta più grossa. Le fanciulline in fiore sedute su altri muretti con l’aria circospetta e il brusio di mille chiacchiere in contemporanea come se non bastasse il fiato per raccontarsi la vita di adesso e di poi, lì su quel muro. Gli anziani in carrozzella con il viso sereno, spinti da braccia amorevoli, un viso quasi gioioso per quello squarcio di mondo in cui ancora possono andare anche se su mezzi diversi dai loro piedi. I cagnolini a guinzaglio, graziosi e composti, anche se poi ti tocca stare attenta a dove cammini, ma questa è l’incuria dei loro padroni. Così come tocca stare attenti alle buche sul marciapiede, ma questa è l’incuria di chi dovrebbe averne corretta gestione. E il mare non s’impressiona, è mare in ogni modo, è mare per tutti. Due fidanzatini bisticciano seminascosti dietro il tronco di un grande albero. Si rinfacciano colpe … i piedi vanno lesti e già non li senti più. Oltre, su altri muretti, bimbi si scolano addosso il gelato, le madri si lagnano. Altri bimbi piagnucolano per una pizzetta, intanto t’accorgi che spostando i sensori olfattivi dal mare, arrivano afflati gustosi dai bar e dalle pizzerie sull’altro lato della strada. Da lontano il porticciolo comincia ad intravedersi, ma il passo mantiene lo stesso ritmo. E’ un passo che va a tempo con i pensieri, cammini e pensi, pensi e cammini, una marcetta ben congegnata per mente e piedi. Il respiro si fa più forte e le narici catturano odori su odori. I profumi delle signore, il fumo delle sigarette, cespugli di erbe infestanti dall’aroma aspro, a tratti odore di fognatura. Non si sta camminando in paradiso, anche se con gli occhi potresti coglierlo catturando i riflessi sull’acqua della luna e delle lampare. Questo posto non è perfetto, è un peccato dell’uomo, un grave peccato. Potrebbe essere un meraviglioso connubio di ambiente naturale ed antropico, invece ha le sue numerose pecche. La mente nel cercare d’andare a tempo con i piedi scarica riflessioni strampalate come quella d’ammettere che è meglio così. Sì, in tal modo chi ha solo voglia di cose fatte a modino rifugge la zona è c’è meno gente intorno. Forse i piedi cominciano ad essere stanchi e la mente s’è fatta egoista. Ecco che il porticciolo sembra avanzare verso di te e non più tu verso esso. Nel bel mezzo di questa illusione ottica, tocca passare sotto un arco e alzando lo sguardo t’accorgi dell’orrore della ristrutturazione. Era molto meglio prima con tutte le pietre laviche a vista, ora, incredibilmente, l’hanno ricoperto di malta. Ha l’aria più intatta, più moderna, ma dopo decenni e decenni di pietre laviche incastrate a regola d’arte, questo appare come uno scempio. La luce dei lampioni impietosa sembra sottolineare la cosa. Ad pochi passi dal porticciolo balzano agli occhi le bancarelle luccicanti di collane, bracciali, orecchini … La tentazione è forte, ma quando ci si è prefissati una meta, bisogna mantenere la rotta. Il porticciolo è una lingua nera nella notte che si protende in un mare nero dove le creste schiumose in collisione con gli scogli possono mettere in risalto tutto il loro biancore. Il porticciolo è un baluardo, un arrivo per questa nave umana fatta di passi e pensieri che lì attracca qualche minuto felice d’essere giunta, felice d’esistere sotto un cielo di stelle e al di sopra degli spruzzi di salsedine.
Il ritorno è un viaggio all’incontrario, dove le stesse cose incontrate all’andata sembra che abbiano cambiato anch’esse prospettiva. Le pietre colorate della bancarella dei gingilli non attirano più, l’occhiata veloce lanciata a prima vista adesso sembra aver saziato ogni brama. La gente dai muretti si è spostata, si è mischiata. Persone che si erano sorpassate di spalle, ora le si rincontrano di petto. I fidanzatini hanno trovato una panchina e se ne stanno accanto in silenzio, non si sa se sono immusoniti o teneramente pensosi. I bimbi con le magliette impiastricciate di gelato fanno i salti dai muretti e le loro madri sono prese da quest’altra preoccupazione.
Quel che è più strano è che, pur percependo la stanchezza, pare di andare più veloci che all’andata, pare che il viaggio di ritorno debba finire prima. La mente al passo con i piedi produce metafore. E’ come la vita del resto, la prima parte scorre lenta, raggiungere la meta dell’età adulta è come un viaggio che sembra non aver fine. Poi si gira la boa e tutto s’accelera. Il viaggio di ritorno hai paura che finisca troppo presto, tornare nella non esistenza del punto di partenza sgomenta. Però t’accorgi che l’ora è tarda e il pensiero di rientrare a casa diventa piacevole.
Sarà così anche allora? Allora quando? Chiedono i piedi alla mente ottusa. Allora dove? Risponde la mente ottusa ai piedi stanchi. Per fortuna gli occhi sono ancora vigili e scorgono il vecchietto, la sedia a rotelle e tutto l’armeggiare per essere risistemato in auto. Il vecchietto ha una faccia immota e nessuna espressione dà una risposta chiara riguardo ai suoi pensieri. La mente e i piedi ormai alleati mandano a dire agli occhi di godersi la vista del mare prima che il tratto di marciapiede abbia fine. All’orizzonte una nave da crociera illuminata procede lentamente nel buio della notte.
Negli anfratti più impensati, dove gli spigoli degli scogli hanno lasciato spazio a massi arrotondati, qualcuno s’è piazzato per un picnic notturno .La pancia si ricorda allora d’aver fame.
Di fronte alla fame tutto diventa prosaico. La chiave nel cruscotto dell’auto. Via a casa, a cena, ad adesso, a subito ,a tutto ciò che è pratico e urgente. La mente sbruffona sferra il suo pugno in quel vuoto indifeso fatto di viscere in attesa di cibo.Suvvia, non poteva mica vincere così impunentemente una pancia vuota su tutto quel filosofare!

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