Patrizia Guzzardi

Recensione della relatrice Prof.ssa Patrizia Guzzardi, dirigente dell’I.C. “Padre Pio da Pietrelcina” di Misterbianco (CT), in occasione della presentazione del libro a Misterbianco.

Nel mese di ottobre sono stata contattata dall’ Assessore alla Cultura che mi ha proposto di curare la presentazione del testo di Tosca Pagliari “Le foto salvate” edito da A&B Editrice. E’ difficile dire di no all’assessore Condorelli e così, tra i mille impegni, ho deciso di accettare anche perchè, grande lettrice in gioventù, come molti, a causa dell’attività lavorativa oggi divoro letture di tipo tecnico, legate fondamentalmente all’approfondimento di tematiche professionali e ho in parte perso il piacere della lettura per la lettura in sè.

Ho iniziato a scorrere il testo e ne sono stata subito catturata. Si afferma che leggere un romanzo significa un po’ riscriverlo, riviverlo attraverso il proprio vissuto, alla luce delle proprie esperienze ed è quello che mi è successo, nel senso che si è stabilito un rapporto empatico molto forte tra me e Ada.

Nello scorrere delle primissime pagine del testo ho rivisto mia madre mentre affannosamente cerca di spiegarmi certi rapporti di parentela con fantomatiche zie delle cugine delle cognate… me stessa che cerca ancora un’ancora di salvezza in mio padre, il quale piuttosto divertito, resta in disparte, quasi l’ascoltare, il subire la narrazione dei fatti lontani ed apparentemente insignificanti sia un atto dovuto dei figli verso i genitori.

Ho capito, attraverso la lettura del romanzo di Tosca Pagliari il valore dei racconti di mia madre ed il forte senso di appartenenza che le prova verso una realtà che col tempo tende a dissolversi.

Il romanzo ha un’articolazione particolare: la premessa ne è parte integrante e in essa l’autrice/personaggio spiega le ragioni che l’hanno spinta a raccontare: molto più semplicemente Ada vuole far partecipi i propri figli del suo passato, del suo essere parte di un mondo lontano ai suoi ragazzi.

“Anche le case hanno un’anima e dei sentimenti assorbiti da tutti i loro abitanti, in special modo se di diverse generazioni.

Che pena! Com’era affranta per l’ umiliazione subita quella casa in catene! Attorniata da campi aridi, se ne stava lì umida e sbiadita, quasi cadente. Come se fosse stata punita per aver rinchiuso echi garruli di bimbi, sospiri adolescenziali, sussurri di segreti, canti di gioventù, pianti disperati, alterchi sostenuti, grida di rabbia e spettrali silenzi.

Punita per aver lasciato che lì dentro si corresse, si amasse, ci si affaccendasse, ci si riposasse, a volte, anche per sempre. Tutto questo adesso lo doveva scontare, muta nella sua prigionia.

Nessuna anima viva poteva entrarvi, nessun fantasma uscirne.

Nessuna bimba poteva oltrepassare il cancello grande e correre lungo la discesa. La casa così rinserrata da sigilli e lucchetti non poteva più invitarla per lasciarsi percorrere, frugare, odorare, amare. Di tutto era stata svuotata, ma nella fessura segreta del sottoscala era rimasto quel che la bimba aveva nascosto, quel che la donna lì fuori non ricordava più d’aver fatto.

I figli di Ada guardavano la casa con aria perplessa come per dire:” E’ tutta lì? Che ci hai portato a vedere? “.Il più piccolo osò palesare: “ Che casa vecchia! “

La casa sembrò non sorprendersi, né tanto meno offendersi, forse ebbe solo il rammarico di non poter sentire lo scalpiccio di quei piedini nuovi, di non poter accogliere tutta l’ ultima fresca generazione che se ne stava lì fuori a guardarla quasi con indifferenza.

Ada avrebbe pianto volentieri, ma non lo fece per una forma di ritegno verso chi le stava intorno. Loro che ne sapevano? Erano entrati a vedere un film con una proiezione iniziata già da tempo e l’immagine della casa non era in grado di svelare gran che della trama già svolta. Forse se ci fossero state le foto, da sole non sarebbero bastate, ma avrebbero detto qualcosa. Se solo non fosse andata distrutta ogni cosa!

La casa restava incatenata ai sigilli dello sfratto e Ada non riusciva a riassumere le emozioni di una vita legata a tante altre. L’aveva perduta per sempre e con essa, forse, la sua stessa identità.

Non passarono molti anni che accadde un evento straordinario. Forse ogni casa ha davvero i sui Lari protettori o chissà quali altri benevoli spiritelli.

Ada non ci aveva creduto del tutto finché non se le era ritrovate tra le mani: sporche, scolorite, spiegazzate, graffiate, rosicchiate, marcite, ma la maggior parte incredibilmente intatte, erano le foto di un passato che riemergeva.

Qualche giorno prima una telefonata l’aveva avvertita che il secondo acquirente della casa, chissà come, le aveva rinvenute e non si era sentito in animo di gettarle via. Era andato invece in giro a chiedere informazioni, fin che aveva trovato le persone giuste per farle recapitare all’interessata.

Solo quando si apprestò a riordinarle, Ada ebbe l’impressione di vedere la casa ammiccare furbesca a ciò che, da sola, al momento opportuno, era riuscita a combinare ed a ciò che ora si aspettava in cambio da lei: mantenere la promessa di raccontare.

Lo sapeva, adesso le toccava scrivere qualcosa in merito, ma che di preciso? Da dove cominciare? A chi rivolgersi? Non poteva di certo mettersi a dire:

“ C’era una volta una casa. Nella casa ci abitava una bambina, che lì dentro aveva nascosto delle foto. Prima di lei c’era… ed ancor prima c’era… molto tempo prima che la casa fosse edificata c’era…”

Bisognava comunque srotolale la bobina del tempo per rievocare tutto ciò che si era vissuto e che si era sentito dire, ma era possibile?

Ada volle provarci, in fondo lo doveva anche ai suoi quattro figli.

Così iniziò:

_ Di sicuro non saprò dirvi dove andrete ragazzi miei, ma solo in parte da dove venite…_ 

Ada misteriosamente sparisce e il lettore intuisce che la rincontrerà più avanti e questo stimola alla lettura. Nel viaggio fantastico il lettore viene travolto da un vortice di figure (Concetta, Santuzza, Turi, Alessio, Gigi, Irene, Adelfo, Vera, Irina, Irino) ognuna delle quali avvolge un filo sottile che alla fine formerà un gomitolo, o, come scrive Ada/Tosca, “una bobina”.

Il romanzo può essere definito caledeiscopico non solo e non tanto per la varietà dei personaggi ma soprattutto per i diversi livelli di lettura che l’autrice sa offrire.

I livello Mi permetto di definire “Le foto salvate” il romanzo della memoria

in cui  molti lettori possono ritrovarsi: un genitore che racconta ai figli la propria storia e quella della famiglia di origine…

Nella prefazione Ada manifesta il bisogno di trasmettere la dimensione di una vita domestica, familiare, intima che oggi si è perduta nel mondo della globalizzazione. Le fotografie che Ada ritrova svolgono la funzione dei biscotti delle Petites Madaine di Marcel Proust. Come quando il personaggio di Proust mangiando i biscotti torna indietro con la memoria, così le foto di Ada “offrono” al lettore un sapore di antico, di comune e di intimo allo stesso tempo. Inoltre Ada/Tosca decide di scrivere per rivivere e superare il proprio vissuto come fa il capitano Ahab in Moby Dick. Il racconto rappresenta un momento catartico per Ada donna e madre, necessario a se stessa e alla sua famiglia per superare i traumi, i vissuti dolorosi della bambina e dell’adolescente.

II livello  “Le foto salvate” è anche un romanzo storico.

Infatti come Manzoni in “Fermo e Lucia”, poi “Promessi Sposi”, nella narrazione l’autrice intreccia la storia di uomini comuni con la narrazione dei grandi eventi del secolo lungo. Alessio Piccolomini e il suo amico garibaldino, che partecipano alla spedizione dei Mille in Sicilia, sono come Renzo a Milano.

“E la sorte li attendeva per farne degli eroi, per passare alla storia anonimi, ma sotto un’unica esaltante denominazione: “I garibaldini.” Così ben descritti sui libri di storia che le generazioni a venire potessero ben imprimerseli nella mente.

Si mescolarono ad altri ragazzi dal colorito prevalentemente moro e lo stesso cuore infervorato. Ci fu gloria e sangue e tanta gioventù immolata alla storia d’Italia…

…Alessio si portava a casa il dolore della morte, un eco di voci nuove dal dialetto sconosciuto.

ed ancora come la narrazione della peste manzioniana sono particolarmente toccanti le descrizioni della miseria, a seguito della malattia di un membro della famiglia, che può in un attimo distruggere la fortuna di un intero nucleo familiare o quella della fame durante la seconda guerra mondiale, “la fame si tagliò col coltello e ci furono pulci, pidocchi e cimici”.

III livello.

A pieno titolo “Le foto salvate” può essere definito un Romanzo culturale e linguistico al pari della grande letteratura e tradizione verista siciliana per la capacità dell’autrice di presentare in modo naturale aspetti peculiari delle diverse culture. Le differenze culturali tra Nord e Sud d’Italia, Francia e Stati Uniti affiorano nella quotidianità dei gesti, nell’accuratezza della ricerca linguistica. Infatti già nei primi due capitoli sono presentati due diversi dialetti e la narrazione scorre fluida e ben articolata, fondamentalmente in italiano, ma con un intercalare in siciliano e toscano che veicolano, oltre ai modi di dire, elementi culturali forti. “Bisognava soprattutto che stesse attenta a non pronunciare le doppie quando era spezina e a ricacciar dentro le C quando era lucchese. Ma toccava imparare in fretta per non essere presa in giro. Solo in Sicilia lo straniero aveva vita facile, negli altri posti veniva additato come una incongruentestranezza.

Nonno Gigi racconta alla piccola Ada le celebrazioni per la festa di Halloween in America ed Ada, al suo arrivo in Sicilia, apprenderà della celebrazione dei morti. La stessa celebrazione è analizzata attraverso gli occhi dei bambini nella cultura siciliana: Ada, a causa del suo vissuto, ha paura dei morti – il quadro della zia-bambina Irene, morta in America – mentre i cugini meridionali, abituati ad andare al cimitero e a portare i fiori sulle tombe e chidere i giocattoli, (quasi come a Babbo Natale) aspettano la festa.

“Gli ultimi giorni d’ottobre, la bambina notò che c’era, in tutti i suoi coetanei, una strana frenesia, un’attesa insolita di qualcosa d’entusiasmante, ma di cui lei ne rabbrividiva, perché non aspettavano altro che il giorno dei morti.

Un ragazzino se ne accorse e prese a dirle:

– Babba, di chi ti scanti? Ti pottuno i jucattoli!-

– Chi, i morti? Quelli morti per davvero?-

– Allora comu pa’ finta? Tu pirò cià pripari l’altarinu.

– Come si fa? No, non me lo dire, tanto non ci provo neanche.-

– Babbazza, ti dissi ca non t’ha scantari. Ascuta: ci appari na’ mappina janca o ‘n fazzulettu, ma jancu a jessire pi fozza.

Ada era allibita, ma l’altro continuava tranquillo:

-Ci addumi ‘n luminu, ci dici quattru prijere e cia dumanni chiddu ca voi purtatu. Appoi, nta nuttata, quannu dormi e mancu i senti, arrivunu cchi riali.-

– I riali me li ha sempre portati la Befana.-

– Chi Befana e Befana, chidda è na cosa ‘nventata comu Babbo Natale, ca è babbo pi davvero. I morti, ‘nveci, ca pottuno i jucattoli ci sunu di sicuru. Non tu fanu leggiri ‘nti libri di scola picchì è cosa ca succedi sulu in Sicilia. Ma megghiu accussì, ca no sapi nuddu, accussì non su ponu insignare. Tantu jè sicuro: a mo’ patri i cosi pi jucari ci purtavunu i motti e magari a mo’ nannu. Sempri accussì.

– Il mio nonno qualche giorno prima dei morti mi faceva preparare una zucca con la faccia da scheletro per farli scantare.-

– Chi cosa bestia! E si i fai scantare chi ci venunu a purtariti i cosi. Tu l’ha prijari invece. Poi quann’è jornu a gghire u cimiteru pi dirici grazie, s’allura s’affennuno.

– Io non ci vado mai al cimitero, mi scanto!-

– Allura sì proprio persa! I morti ca venunu ni tia su cristiani da to famigghia, ca magari canoscevi o iddi conoscevano a tia o a to patri o a to matri. Chi ti scanti di jre o cimiteru, cià jre pi rispettu!

– Vale anche se erano morti picciriddi? Conosco una morta bambina, magari se venisse lei mi scanterei di meno.-

– Tu si propriu chiusa i testa. I picciriddi i jucattoli si tenuno pì iddi, chi ti portuno a tia! Ti piacissi esseri motta e per di chiù senza potiri jucari? I megghiu motti pì fare i rjali su i motti vecchi. Chiddi anu campatu accussì assai ca poi su cuntenti di moriri e nun anu ‘mmiria di cu è vivu e si voli addivettiri. Poi, a propositu du cimiteru, di chi ti scanti? Ha visto chi beddu u giornu di motti tuttu ciurutu ca pari ‘n jardinu? I tombi tutti janche e puliziate, i lumini addumati, tutti i cristiani ca furriunu tunni. Ju m’addivettu, u cimiteru mi pari na festa!

Così le raccontò quel ragazzino sulla strada mentre si faceva buio e lei alla fine se ne andò poco convinta e in tutta fretta. Fu pervasa da brividi intensi, l’aria era diventata abbastanza fresca e la paura faceva tutt’altro che scaldare.


Scemetta, di che hai paura?

Allora come per finta? Tu però devi preparargli l’altarino.

Stupidina, ti ho detto che non devi aver paura. Ascolta: stendi lì un tovagliolo bianco o un fazzoletto, ma deve essere bianco necessariamente.

Gli accendi un cero, gli dici qualche preghiera e gli chiedi ciò che vuoi che ti portino. Poi, durante la notte, quando dormi e non li senti neanche, arrivano con i regali.

I regali.

Che Befana e Befana, quella è una cosa inventata come Babbo natale che , è babbo

( nel senso dialettale di sciocco) per davvero. I morti, invece, che portano i giocattoli esistono davvero. Non te lo fanno leggere sui libri di scuola perché è una cosa che succede solo in Sicilia. Ma meglio così, che non lo sappia nessuno, così non possono impararlo. Tanto è sicuro: a mio padre gli oggetti per giocare glieli portavano i morti ed anche a mio nonno. È sempre stato così.

Spaventare

Che cosa stupida! Se li fai spaventare non vengono a portarti le cose. Tu li devi pregare invece. Quando si fa giorno devi andare al cimitero per ringraziarli, altrimenti si offendono.

…mi spavento.

Allora sei proprio irrecuperabile. I morti che vengono da te sono persone ( il termine “cristiano” indica una persona in genere, va al di là del significato religioso) della tua famiglia che magari conoscevi o loro conoscevano te o tuo padre o tua madre. Che ti spaventi di andare al cimitero, ci devi andare per rispetto.

Tu sei proprio chiusa di testa ( sei ottusa). I bambini se li tengono per loro i giocattoli, mica li portano a te. Ti piacerebbe essere morta e per di più senza poter giocare? I migliori morti per fare i regali sono i vecchi morti. Costoro sono vissuti così tanto che poi sono stati contenti di morire e non provano invidia per chi è vivo e si vuole divertire. Poi, a proposito del cimitero, di che hai paura? L’hai visto com’è bello il giorno dei morti tutto fiorito che sembra un giardino?

Le tombe sono tutte bianche e pulite, i lumini accesi, tutte le persone girano intorno. Io mi diverto al cimitero, mi sembra una festa.”

IV livello

” Le foto salvate” presenta un taglio pedagogico forte e deciso, un Emile contemporaneo, quasi un ROMANZO PEDAGOGICO. Molte volte vediamo affiorare l’irrefrenabile voglia dell’insegnante che, anche quando apparentemente afferma semplici banalità o sembra conversare amabilmente, insegna ed educa. Argute e sottili sono le descrizioni del mondo o le interpretazioni di fatti realizzate dai bambini come quando Irene riflette sulla morte o su Dio “la sua mente sembrava che volesse accelerare i tempi dell’umano comprendere…” ” lo sviluppo precoce dei centri della memoria a breve e lungo termine le permetteva di assimilare, catalogare e reperire immediatamente tutti i dati raccolti, sicchè lasciava spesso gli adulti di stucco” . Come non leggere in questi brevi affermazioni l’insegnamento di Bruner, grande pedagogista americano dell’era moderna, il quale afferma che tutto è possibile per i bambini secondo l’età. Un attento lettore e conoscitore del mondo scolastico sicuramente apprezzerà la capacità dell’autrice di “Leggere” l’evoluzione della scuola attraverso le varie epoche: nelle punizioni corporali inferte ai piccoli a scopo educativo, così come nella descrizione del primo giorno di scuola di Ada, nella pagine piene di aste, nelle giornate fatte di ripetizioni mnemoniche, fino ad una certa apertura ed attenzione ai giovani come protagonisti del loro mondo culturale alle soglie degli anni 70.

L’insegnante è sempre simpaticamente in agguato quando descrive il goffo effetto linguistico del dialogo tra Adelfo e i futuri suoceri “non si capiva bene quando ci metteva la D o la T, arrotondava tutte le R e poi quel verso di far cadere sempre il verbo in fondo al discorso…” Infine l’insegnante riaffiora quando l’autrice descrive i garibaldini o la Battaglia di Marsala. Nel leggere queste pagine ho provato le stesse emozioni di quando ragazzina studiavo la storia del risorgimento italiano.

V livello

“Le foto salvate” è il Romanzo dei sensi: grazie alla capacità di Tosca di narrare-descrivere, il lettore vede-sente gli odori del mondo di Ada e della sua famiglia. Nel primo capitolo l’autrice scrive:

“Tra la fine d’aprile ed i primi di maggio, nella terra di Sicilia, sulle colline che dall’ Etna degradano verso lo Ionio, ci sono sempre stati odori così intensi e struggenti, che impregnano l’aria e l’anima. Sono una mistura di zagare, glicini, rose, gelsomini e gardenie. Sul calar della sera, esalano un’essenza rara capace di alimentare malinconie e passioni tali da predisporre a nottate dove tutto appare possibile.”

In passi come questi il lettore, soprattutto se siciliano, è rapito e l’olfatto e la vista, sensi normalmente passivi nella lettura, sono fortemente sollecitati.

VI livello

Le foto salvate è il romanzo delle immagini

nel senso che esse rappresentano il filo conduttore lungo tutto l’arco temporale di oltre un secolo. Le foto salvate di cui parla Ada fanno la loro prima apparizione con la descrizione di un “dagherrotipo dai colori di seppia” e diversi anni dopo, in Toscana, anche per Pia le foto rappresentano il legame con Irino quando partirà per l’ America così come il ritratto di Irene incombe costantemente sulla vita di Irina, condizionandola in buona parte.

In tutto il romanzo ci sono delle descrizioni come quella della casa costruita da Gigi e Pia in Toscana talmente vivide che ci consentono quasi di vedere quei luoghi. La descrizione procede come un’esplorazione nella quale il lettore è condotto per mano dalla narrazione con un narratore forte, presente ma trasparente.

VII livello

“Le foto salvate” è un Romanzo sociale

  1. In cui l’autrice analizza la divisione tra le diverse classi sociali: in Sicilia tra la nobiltà acese e le famiglie di contadini e pescatori, in Toscana tra la famiglia Reggiani e lo stuolo della servitù che andava dalle dame di compagnia, alle balie con i pargoli al collo, alle governanti, alle cuoche, ai maggiordomi, ai cocchieri, alle guardarobiere, alle lavandaie.
  2. In cui l’autrice analizza i dolorosi vissuti di nostri emigranti alla fine del secolo scorso: Gigi e Pia si trasferiscono in Francia alla ricerca di una condizione sociale migliore ma diventano “proletari”, padroni solo del loro lavoro, della loro fatica e provano una condizione di stenti ben lontana dalla realtà che avevano immaginato. Essi sono come gli immigrati di oggi, attratti dall’illusione di una vita migliore ma trovano la miseria. In America Gigi e Pia tentano di realizzare l’ America Dream e qui la rabbia, la fame li portano a non mollare, ad andare avanti nonostante le disgrazie, la morte della figlia e alla fine riescono a tornare in Toscana e a garantirsi una discreta vecchiaia ma sempre con la paura dalla fame. Nel rileggere alcuni passi che riguardano Gigi e Pia non è possibile non vedere un debito letterario nei confronti di “La roba” di Verga.
  3. E’ il romanzo del meridione nelle differenze tra Nord e Sud che si sono intuite ma che diventano evidenti ni preparativi del matrimonio tra Adelfo ed Irina. I Piccolomini vogliono un matrimonio contenuto, Adelfo dichiara “Io nulla pretendo”, ma la famiglia in Sicilia si prepara al grande viaggio per partecipare al matrimonio. In particolare Vera per l’evento si rifà il guardaroba da gran signora (“che vedessero la nobiltà del sangue siciliano”) e nei giorni dell’ospitalità in Toscana confronta ciò che le veniva offerto con ciò che avrebbero fatto in Sicilia. Ma le distanze tra Pia e la Bassa, la Sicilia, saranno sempre insormontabili ed anche quando la piccola Ada sarà costretta a trasferirsi nell’isola, Pia pur acconsentendo dimostrerà forti perplessità anche se un giorno dovrà ricredersi. In realtà il mondo di Adelfo ed Irina non si incontreranno mai veramente, sempre a rincorrersi per l’Italia tra la Sicila, la Toscana e la Liguria. Solo Ada riuscirà a coniugare i due mondi in un essere dicotomico, allo stesso tempo amante della Toscana e profondamente siciliana. “Ada si sentì improvvisamente staccata da mondo che sentiva ormai le appartenesse tanto quanto quello fino a prima di allora conosciuto”.
  4. E’ il romanzo della condizione dell’infanzia tra l’ottocento e il novecento. Infatti sebbene Irene sia arguta e coccolata dalla famiglia e molte delle miserie della sua epoca le vengano risparmiate alla fine si ammala e la madre attribuisce la causa ad un gesto del parroco piuttosto che a un destino comune a molti bambini: “in quasi tutte le famiglie sono morti dei bambini e poi ne sono nati e cresciuti degli altri sani e forti fino a vecchi!”

VIII livello

Ma le foto salvate è fondamentalmente un Romanzo rosa nell’accezione più alta del termine, romanzo che narra di donne che non accettano la loro condizione, il divieto di pensare, che affrontano un percorso di sofferenza, che sono più scaltre e intraprendenti degli uomini che hanno sposato, madri, donne casalinghe, orientatrici delle scelte familiari.

Concetta Nucifora, ragazza nobile della Sicila del 1860, una notte decide di cambiare la sua vita, la storia della famiglia che verrà, contro le norme non scritte che sancivano il matrimonio tra la giovane ed un vecchio di pari rango. Concetta pagherà amaramente la sua scelta e sarà ripudiata. Struggente e crudele, ma intriso di grande amore materno, è il discorso della madre di Concetta.

“Donna Santa attendeva davanti alla porta avvolta in uno scialle scuro dai ricami dorati. Lei tutto già sapeva, glielo aveva suggerito il suo fiuto di madre e di femmina. Non ci vollero spiegazioni. Accolse la figlia in silenzio, la condusse in casa, la fece lavare, vestire e pettinare in modo dimesso come ormai si conveniva alla sua nuova condizione. Infine prese un grande drappo quadrangolare di stoffa damascata color vinaccio. Lo stese sul letto, nel centro vi ripiegò gli indumenti della figlia meno eleganti, lenzuola ed asciugamani di lino, ma senza alcun ricamo, neanche le cifre di famiglia. Infine vi depose una pila di panni quadrangolari orlati di frange sfilate dallo stesso tessuto, erano anch’essi di bianchissimo e purissimo lino e in merito la madre disse:

– I vidi sti pezzi janchi, su’ pi tia e pi to figghi! E chi to manu, chi to manu ti dissi, nenti servitù, chi to manu, appoi, ti l’ha a lavari lordi di merda e di pisciate di to picciriddi, lordi du to sangu e di schifenzie di to maritu. E quannu appoi menti o munnu ‘na figghia fimmina, affughila subbitu, prima ancora di vaddalla. Ogni figghia fimmina è ‘na disgrazia, ricorditillu!-

Così dicendo donna Santa annodò i quattro lembi del drappo e lo porse alla figlia.

– Eccu, cà c’è a to truscia!

Aggiunse porgendolo alla ragazza e quasi le venne voglia di piangere e d’abbracciarla, di tenersela stretta come quando gliela aveva mostrata la prima volta sua madre dicendole:

– Santuzza, dopu tri figghi masculi beddi comu u suli, sta fimmina laria e niura facisti! Speramu ca è a prima e magari l’uttima e ca javi bonu distinu.-“

Anche Santuzza(figlia di Concetta) avrà un carattere “sostenuto e difficile a piegarsi a ordini e voleri” ciò costringerà la famiglia ad affrontare uno sposalizio con più denaro e l’aggiunta di qualche capo di corredo. Ma Santuzza, come sua madre, “non era chiusa di testa, era in grado di fare i conti alla svelta… intuiva se un affare era giusto o sbagliato e così via in tutte le situazioni che richidevano un bel discernimento.” “na testa ca ci caminava megghiu di un masculo”( una testa che le ragionava meglio di un uomo).

Pia sarà l’artefice delle decisioni della famiglia da lei e da Gigi costituita: troppo presa dalla ricchezza dei Reggiani, deciderà di andare in Francia e poi in America. Lavorerà sodo, si occuperà della famiglia fino alla morte della figlia. Ma da quel dolore non si riprenderà mai e questo fatto condizionerà completamente la sua vita e il futuro rapporto con Irina e Ada.

In America nasce Irene che come tutte le altre donne del romanzo dimostra fin da subito “intelligenza viva, precocità di linguaggio, di pensieri e d’azioni tanto da lasciare tutti strabiliati”.

Altra figura femminile importante è rappresentata da Vera, la zia di Ada. Fin da bambina si dimostra svelta di lingua, curiosa, spavalda, donna forte ed intraprendente che gestirà la vita di Ada. Il carattere forte le impedirà di dimostrare realmente tutto l’affetto per la nipote anche se si intuisce dalle responsabilità che si assume nei momenti decisivi della vita della bambina e dell’adolescente a lei affidata.

A metà della narrazione fa la sua apparizione Ada. Il tono e il ritmo della narrazione cambiano nel descrivere la bambina dalla personalità forte e dalla irrequietezza innata. “Santuzza s’avvide che quella picciridda (riferita ad Ada)  aveva gli occhi grandi ed irrequieti della nuora continentale, ma neri e fieri come quelli della buonanima di sua madre Concetta”.

Ada è una bambina dalla forte personalità che vive in un livello superiore rispetto agli uomini che la circondano (suo padre, i compagni di gioco, i ragazzi che conosce nell’adolescenza). Tuttavia la piccola stabilisce un rapporto di complicità immediato con il nonno Gigi che sarà per lei un’ancora durante i suoi anni di crescita.

“Ormai persino le galline quando la vedevano si disperavano e cominciavano a chiocciare correndo via con le ali aperte. Ada si infuriava per non riuscire ad acciuffarle e il nonno rideva con le gote accese:

– O morina, prova un po’ a metterci il sale sulla ‘oda, vedrai che poi si fan pigliare.-

– Bravo bischero[1]! Se non stan ferme come ci si mette il sale? –

E via di nuovo a correre a rompicollo tra il pollame impazzito.”

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“Arrivò l’estate e fu tempo di vacanze, di corse per i campi, di felici rotolate tra i mucchi di paglia, di piedi scalzi nell’acqua adesso che non c’era bisogno d’ ”abbaccare [1]” il torrente, di viaggi sul baroccio del nonno verso le campagne circostanti.”

“Il nonno entrò dalla porta della camera. Aveva un cosino in mano tutto intirizzito e la gatta di casa gli andava dietro miagolando.

– Madonnina…, bada te se doveva andare a fare i figlioli in soffitta con codesta gelata, madonnina…, Son tutti belli e stecchiti, ma almeno la tu’ nonna non dovrà affogarli nella fogna. Non c’è mica di che scegliere stavolta, o campa questo qui o non se ne fa nulla. E’ tutto “diaccio marmato”[1] anche questo, ma pare ancora vivo, mettilo lì nel tu’ letto, magari al caldo rinviene.-“

” … il nonno e poi continuò rivolto prima alla nipote e poi alla moglie:

– E ora via, non si può mica star qui a sprecare il tempo e a piangere! Te magari di tempo ce n’avrai anche tanto per far quello che ti pare, io che ormai ne ho poco preferisco usarlo bene e a modo mio. Intanto domani, Pia, si fa la polenta, s’ammazza il coniglio e si prepara anche il castagnaccio. Si vuol trovare tutto pronto quando noi due si ritorna dal giro col barroccio. Madonna…la vita va presa con allegria prima che il gioco resti[1]!-

S’allontanò nei campi continuando a smoccolare[2] e, forse, ad asciugarsi gli occhi.”


[1] Modo di dire: Prima che sia finita.

[2] Bestemmiare.


[1] Modo di dire: Ghiacciato a causa della temperatura atmosferica.


[1] Modo di dire: Attraversare usando le pietre per non bagnarsi i piedi.

Gigi, che nel corso della prima parte del romanzo, era vissuto all’ombra di Pia, grazie al rapporto con la piccola Ada, acquisisce personalità e il lettore è obbligato a rivalutarlo.

Il diverso approccio ad Ada da parte dei due nonni materni è una costante di tutta la seconda parte del romanzo: Pia cerca di imporle le proprie idee e norme comportamentali, caratterizzate dall’”austerity” di una persona che ha sofferto, che ha patito, che a causa dell’età non ha la forza di trovare strategie alternative e vive la gestione di Ada come un peso; Gigi asseconda l’essere ribelle e la curiosità di Ada e ottiene risultati migliori riuscendo a donare ad Ada momenti veri di serenità e stabilendo con lei un rapporto duraturo e profondo.

Il rapporto tra Ada e questi nonni, atipico alla fine degli anni 50-60 in quanto la cura dei minori era quasi esclusivamente demandata alle madri casalinghe, impone una profonda riflessione nella società moderna. Molte delle tappe conseguite nella mia vita sarebbero state mete irraggiungibili senza la presenza dei miei genitori ed anche nel mio caso il nonno è complice del nipote, privo di ogni responsabilità educativa torna anch’egli a godere delle cose semplici della vita.

L’irrequietezza di Ada nei primi anni di vita è speculare a quella della madre in gravidanza che percorre in pochi mesi l’Italia alla ricerca di una propria collocazione.

Ada è una donna in linea con le altre figure femminili siciliane: Santuzza s’avvide che quella “picciridda aveva gli occhi grandi ed irrequieti della nuora continentale, ma neri e fieri come quelli della buon’anima di sua madre Concetta” .

Ada affronta le incomprensioni tra i genitori troppo diversi e le continue crisi depressive della madre come molti bambini (qui si nota la sapiente conoscenza del mondo infantile dell’autrice) costruendosi un mondo fuori da casa : gioca con i gatti che incontra, e che diventeranno i suoi compagni di avventure “sorelle e fratelli” immaginari nel lungo peregrinare per l’Italia o facendo capricci. Il rapporto tra madre e figlia sarà difficile, tra una madre che non vuole crescere ed una figlia che reclama affetto ed attenzione. Solo una volta Irina teme per la figlia quando la perde tra la confusione e il lettore intuisce che probabilmente le vuole bene ma è incapace di dimostrarglielo perché da bambina la madre Pia, inaridita dalla vita, non aveva saputo essere una madre “materna”.

Ada in Sicilia prega di non incontrarla più, chiusa dentro l’armadio semivuoto della stanza del padre “eppure non dovette essere una scelta facile perché pianse, tanto ed in silenzio, dentro il grembo di legno con l’odore della madre rinnegata”. Struggente è il momento dell’incontro tra Ada e la madre durante un viaggio in Toscana. Ada scopre che la mamma ha conservato diversi suoi giocattoli e che in fondo è una donna diversa da come l’aveva vista con gli occhi di bambina.

Per sfuggire alla sua realtà Ada si rifugia spesso in soffitta “era il suo regno di pace e di meraviglie”…. Lassù le piaceva spalancare i vecchi arcili, scoprire le misteriose robe che celavano…. Tutto quel vecchiume era il suo tesoro…quella casa era per Ada il proprio guscio e il proprio ventre che attendeva i suoi figli futuri, così come intuiva doveva essere stata ancor prima per sua madre”.” Ada sapeva che era la sua casa, che lo sarebbe stata per sempre, diventare orfana per lei significava perdere l’abbraccio di quelle mura”. Ma Ada è costretta a lasciare quella casa ed allora “Crescendo trova nella poesia e nella scrittura di brevi romanzi , semplici sceneggiature, disegni, lo spazio per dare sfogo alle sue emozioni, alle sue fantasie”. Ada si costruisce un mondo fantastico per affrontare le perdite, le mancanze della sua infanzi.

Ad un certo punto adolescente, sentirà il bisogno di mettere ordine nella sua vita e cercherà notizie sulle ave così presenti nel racconto. Nel ricostruire la storia di Concetta Nucifora, a cui così tanto assomiglia, in realtà cerca se stessa e nelle visite alle zie in campagna cerca gli odori, i sapori della sua origine. Ha bisogno di respirare l’aria della campagna acese impregnata di zagara. Gli ultimi capitoli, caratterizzati da questa, ricerca riportano alla mente del lettore episodi narrati, accennati nelle prime pagine ed il lettore riesce a ricomporre il puzzle dei primi capitoli. Ogni frammento ora sembra comporre un unico grande affresco: la complessità dell’animo di Ada!!

Solo un volta nel romanzo Ada/Tosca si mostra senza veli: “Le piaceva osservare e cercare di riportare tutto sulla carta, in modo che altri occhi, leggendo, potessero rivedere, con l’immaginazione, ciò che dettagliatamente descriveva. Spesso vi saliva all’alba e quanti fogli scrisse e poi strappò nel tentativo di raccontare i giochi, i suoni, gli odori, e le sensazioni del momento” “Ada scriveva spesso e volentieri , aveva stabilito un filo diretto tra l’inchiostro ed il suo animo e suor giuliana leggeva. Quando riteneva che i pensieri non fossero troppo intimi da essere profani, aveva il piacere di leggere i suoi temi alle restanti classi… Ada invece di inorgoglirsi s’infastidiva…..

Conclusione

Nella vita di ognuno di noi c’è una soffitta o un sottoscala di cui, in un momento particolare della nostra vita, sentiamo il bisogno di andare alla ricerca ed in cui forse le belle foto dei tempi andati sono rimaste nascoste così a lungo che il tempo può dar loro un magico ritocco. “Ancor oggi le foto salvate sono soffuse da una luce d’oro, la stessa che luccica nei ricordi di chi è rimasto per raccontare”.

Ada conclude con un’esortazione ai figli:” figli miei, tutto ciò che vi ho raccontato è la mia eredità, con questo vi consegno le chiavi del passato

, ma date ascolto a voci, che ancora vorrebbero dire:

Apritelo con garbo.-

-Tiniti a cura![1]-“

Dobbiamo conoscere ciò che siamo per sapere dove vogliamo andare.


[1] State attenti.

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