Bartolomeo Di Monaco

È il primo romanzo dell’autrice che, si legge nella quarta di copertina, “è nata al Centro Italia nella seconda metà del Novecento. Nel corso della sua vita ha avuto modo di conoscere anche una realtà siciliana. Attualmente svolge l’attività di insegnante.
Ada porta i suoi quattro figli a vedere la casa dove ha abitato da bambina, in Toscana. È una vecchia casa abbandonata che nasconde tanti ricordi. Vorrebbe parlarne coi figli, ma non è sicura che possano comprendere, ed ecco che, alcuni anni dopo, un acquirente della casa rinviene alcune foto. Non se la sente di distruggerle e si mette in cerca dei proprietari, finché non riesce a trovarli e a far loro recapitare le foto salvate.
Grazie ad esse, Ada può raccontare ora ai figli il suo passato, che è un po’ anche il loro: “Di sicuro non saprò dirvi dove andrete ragazzi miei, ma solo in parte da dove venite…
Lo scopo del libro è, dunque, dichiarato, recuperare il passato, sempre prezioso, alla memoria dei figli, affinché non muoia. Il passato come conoscenza di sé, non solo per chi lo ha direttamente vissuto, ma anche per le generazioni future.
Si comincia con l’anno 1860 e ci si alternerà tra Sicilia e Toscana. L’autrice, nel raccontare le vite dei suoi personaggi, li ritrae come ignari del proprio destino, e ciò lascia intendere il suo desiderio di sottolinearci come casualmente si intreccino le vite, e come la nascita di un essere umano dipenda da un incontro tra un uomo e una donna che avrebbe potuto anche non esserci, e come Ada, dunque, sia figlia di quella imponderabilità che governa il mondo.
Cominciamo così a seguire le vite di Concetta e Nunzio in Sicilia e quelle di Alessio e Ersilia in Toscana. Concetta Nucifora è una baronessina quindicenne che ha preferito, alla vigilia delle nozze con un vecchio barone d’Acireale, molto ricco, giacere con il suo stalliere Nunzio per evitare il matrimonio. Cacciata di casa comincerà una vita di contadina, a cui si sottoporrà con una forza di carattere insospettata. A poco a poco, sostenuto da una narrazione piacevole e linda, si procede ad un irrobustimento delle storie a mano a mano che le generazioni si avvicinano ai nostri giorni. In Toscana, intanto, Luigi, figlio di Alessio (un ex garibaldino) e di Ersilia, sposa Pia e insieme si trasferiscono prima in Francia poi in America. Stentano la vita, due bambine muoiono anzitempo. Cercano di riscattare il dolore con il lavoro e di accumulare soldi. Quando nasce il terzo figlio, Irino, decidono di tornare in Toscana dove, con il gruzzolo messo da parte, possono vivere da signori.
In Sicilia, Concetta e Nunzio hanno due figlie una delle quali, Santuzza, simile nel fisico alla madre, va sposata a un carrettiere, Turi. Anche nel carattere somiglia alla madre: è lavoratrice e donna risoluta.
La tessitura del romanzo si è ormai assestata. Assisteremo con fasi alterne alla evoluzione delle due famiglie, e saranno messi a fuoco ogni volta i personaggi destinati a diventare gli ascendenti di Ada.
Usanze, paesaggi, dialetti ci accompagnano con il passare degli anni e con il mutare dei personaggi, così che si può parlare per quest’opera di romanzo storico, sul modello, ad esempio, de “Il mulino del Po”, di Riccardo Bacchelli (1938/1940), de “Il Gattopardo” di Giuseppe Tomasi di Lampedusa (1955/1956) e, più ancora, de “L’ultimo viaggio della Canaria” di Francesca Duranti (2003). La meraviglia sta nel fatto che una scrittrice esordiente sappia tenere in mano e svolgerli sapientemente i fili di una narrazione complessa, rendendola allo stesso tempo dilettevole. Si segue la storia con l’ansia di conoscerne gli sviluppi, e ci si sente circondati dai colori e dai rumori degli anni che trascorrono.
Uno dei motivi ricorrenti è l’alterna fortuna che colpisce famiglie e persone, a significare la fatica del vivere. Due calamità, la Prima e la Seconda guerra mondiale, attraversano la storia con devastazioni e tragedie. La felicità è sempre un dono momentaneo, che distribuisce prima illusione poi sconforto e pessimismo. La Sicilia in modo speciale marca il segno di una fatalità pronta a sconvolgere gli eventi; è una Sicilia rimasta antica, restia ad abbandonare i propri riti, sofferente ma mai prona. Qui l’autrice lascia più volentieri che i personaggi parlino la loro lingua dialettale, dalla quale si intravvede, come da un luminoso pertugio, la vetustà di un popolo orgoglioso del proprio passato.
Sarà il figlio di Santuzza, Adelfo ad abbandonare l’isola quando, arruolatosi come carabiniere, verrà inviato a La Spezia. Promette alla fidanzata di tornare presto per sposarla, ma nella nuova città le appare la figura di una “creatura da perderci la testa”. Anche la ragazza resta colpita dal giovane che “identificò subito con il suo attore preferito: Gregory Peck.
In questo modo improvviso si consuma il distacco da una lontananza che si è fatta fragile per lasciare il posto all’appuntamento con il proprio destino, anche se ciò comporterà di lasciare alle spalle delusioni e sofferenze. Non sapremo mai il nome della fidanzata siciliana di Adelfo, ma ella resterà nell’immaginario del lettore come la incolpevole vittima di una forza che ci travalica e che decide le scelte che ingannevolmente appaiono appannaggio degli uomini. Si leggerà nella parte finale: “magari tutto è già scritto e le strade che imbocchiamo, siano essi viottoli o larghe vie, percorsi brevi e semplici o lunghi e tortuosi, alla fine ti portano ad una meta prefissata da chissà chi e chissà come.
È così che Adelfo Lo Bello, il siciliano, il discendente di Concetta, incontra Irina Piccolomini, la discendente del toscano Alessio. Ora la messa a fuoco dell’autrice si fa insistente, il percorso si sta avvicinando ai nostri giorni. Adelfo è innamorato di Irina per la sua bellezza fisica, ma si accorge che è un po’ civettuola, che non desidera affatto diventare una donna di casa; Irina intuisce che Adelfo ha dei difetti ma a lei importa che somigli a Gregory Peck. Sarà un’unione felice? Le premesse non sembrano buone.
Santuzza, la madre di Adelfo, “Quando s’allontanarono e li vide camminare insieme percepì qualcosa di stonato che non sapeva spiegarsi.” Ricordò le predizioni della maga che aveva parlato di “mala maritata”.
Irina si è trasferita in Sicilia, nella casa di Santuzza, la suocera. Aspetta un figlio. Si trova a dover accogliere usanze, superstizioni, assai più incisive che dalle sue parti. Deve fare i conti con esse, ma non vuole piegarsi, mutare il suo carattere. Sono pagine ben costruite, che mettono in luce il travaglio psicologico della protagonista. La quale viene a sapere che la madre della fidanzata siciliana di Adelfo, morta di pena, ha lanciato una maledizione su Adelfo e la sua discendenza, e in paese, soprattutto le invidiose comari, ne bisbigliano continuamente, quando la vedono passare con la sua pancia gonfia. Decide di scappare e di tornare in Toscana, in Lucchesia, dai genitori. È da lei che nasce Ada. Appena nata pare bruttina e soprattutto il padre ne resta assai deluso; sperava che ereditasse la bellezza della moglie. Anche Irina l’avrebbe voluta più bella per mostrarla a tutti e andarne orgogliosa. L’autrice annota abilmente queste premesse, che già prefigurano una vita movimentata, poiché è arrivato il tempo di andare dritti dritti a misurare e a seguire i passi della principale protagonista, Ada. È il momento in cui ci accorgiamo altresì che tutto quanto ha preceduto la sua nascita è dentro di lei: un patrimonio genetico che affonda le sue radici nel dolore.
Appare così molto appropriato il titolo del capitolo con il quale ci introduciamo nella sua vita: “Il mondo di Ada”. Siciliana e toscana ad un tempo, ci domandiamo se prevarrà in lei il sangue ribelle ed indomito della baronessina Concetta, o quello della madre, Irina, dal carattere bizzarro, frivolo, proteso più alla vanità che alla fatica del vivere. Oppure Ada sarà un po’ l’una e un po’ l’altra dando vita ad una personalità composita e affascinante, capace di fondere quel miscuglio di sangue in un essere del tutto speciale: “Santuzza s’avvide che quella ‘picciridda’ aveva gli occhi grandi ed irrequieti della nuora continentale, ma neri e fieri come quelli della buon’anima di sua madre Concetta. Comprese che non sarebbe stato facile allevarla.
È così infatti. E in più si aggiungono i rapporti difficili tra i genitori, a cui le bizze della bimba complicano la vita. Irina si ammala e tocca ai nonni toscani Gigi e Pia badare alla bambina.
Irina sente la figlia come un peso; quando può cerca di evitarla, Ada se ne accorge e comincia così “un lento e inesorabile” distacco dalla madre.
Con pochi tratti efficaci viene reso un dissidio psicologico non infrequente tra genitori e figli: “Litigavano spesso quasi avessero la stessa età madre e figlia, l’una persa in un spirito troppo fanciullesco, l’altra ostinata a mantenere un atteggiamento forzatamente da adulta.” È caratteristico dei figli, quando stanno per uscire dall’infanzia, voler essere considerati grandi. In Ada s’aggiunge una eredità di sangue che rende questa vanità vera e propria superbia.
Il complicato rapporto tra le due riesce a porre in risalto l’insoddisfazione e l’insicurezza di Irina, che non ha mai perso quel suo estro giovanile, e il tormentato crescere di Ada, che deve farsi largo con la propria spavalda personalità tra le mura del dolore e dell’affanno dei suoi genitori. Le dirà un giorno la madre: “Che vuoi avermi fatto te, che ho fatto io a metterti al mondo.
Irina, di sua spontanea volontà, un giorno fa le valigie e va a rinchiudersi in manicomio. Quando ne esce, Ada “ebbe l’impressione che quella madre fondamentalmente se l’era scrollata di dosso per non soffrire e adesso non riusciva a riafferrarla.” Del resto: “Irina prese ad andare e venire dall’ospedale a suo piacimento, quasi fosse un rifugio, un’oasi di pace, un’evasione totale da tutti i problemi del mondo.
Si passano in rassegna episodi della fanciullezza di Ada (la seguiremo anche da adulta fino al suo matrimonio e alla nascita dei figli) che non sono mai fini a se stessi; si guardi la Prima Comunione, quando la madre non intende comprare per Ada un abito bianco nuovo, ma le fa indossare un abito preso in prestito da un’amica: qui i dialoghi (che appaiono sempre ben costruiti e ricchi di sfumature dei modi di dire dialettali) fanno affiorare incrinature e ferite psicologiche destinate a segnare i protagonisti per sempre: “Ada ci restò male, troppo male, un male che non si tolse più dalla mente e dal cuore.
Narrato con uno stile piacevole, ricco di scene vivide, il romanzo affonda però le sue radici nelle parti più segrete dell’animo umano, quelle che, come il parassita sotterraneo di una pianta, ne determineranno il rigoglio o la sofferenza. Risponderà alla nonna Pia: “Io sono me! Non sono né te, né la mamma, né nessun altro. E se nessuno mi vuole bene son capace di volermi bene da sola.
La felicità, seppure momentanea, arriva quando per vie misteriose Adelfo e Irina si riappacificano, e si trasferiscono nella casa in Liguria. Vi trascorrono le più importanti feste dell’anno nella più completa serenità, finché Irina ricade nella sua malattia.
Il capitolo “Il distacco” è esemplificativo della padronanza del narrare dell’autrice. La madre viene ricoverata di nuovo in clinica, vorrebbe che la figlia restasse con lei nella speranza che, grazie alla sua presenza, la lasciassero in casa, ma Ada preferisce uscire con il padre che le promette a bella posta dei regali e dopo la consegna ad una conoscente. Le dirà poi che dovrà tornare dai nonni toscani perché la madre deve restare ancora in ospedale. I nonni toscani, invece, non possono accoglierla, sono troppo vecchi. Le dirà Pia, in risposta ad Ada che le ha rinfacciato che dovrà andarsene in Sicilia: “perché qui non mi ci vuoi!”: “Che ne sai te della vita? Fai presto a parlare, a giudicare, a pensare che siamo così cattivi a non volerti. Ma che ne sai di che passa a questo mondo? Il guaio è che ti toccherà scoprirlo. Se non t’avessi voluta, non ti avrei mai tenuta, ma, lo vedi, fra poco non sarò più buona neanche a badare a me stessa. Che ne sarebbe di te con una vecchia così?” È deciso, dunque: poiché non vuole andare in collegio, andrà a vivere con la sorella di Adelfo, zia Vera, in Sicilia. Vera ha un figlio, Tino, e avrà modo di giocare con lui e con gli altri suoi amici, la rassicura il padre. Ada accetta così di partire. Sia il distacco dalla madre (quando, per uno strano capriccio, non credeva che la ricoverassero in ospedale e fu insensibile alla sua invocazione di aiuto), sia quello dai nonni, saranno due distacchi che faranno emergere quello scivolamento dell’amore che può derivare tanto da un capriccio quanto dalla inesorabilità degli anni che trascorrono e ci impediscono di ascoltare il proprio cuore.
La narratrice è molto brava nel tessere la trama e nel tenere desta l’attenzione del lettore per tutte le 314 pagine che compongono il romanzo. Quell’album di foto che è stato ritrovato in un buco dello scantinato della casa dei nonni toscani, era stato nascosto proprio da Ada quando era bambina e le foto erano restate lì per ben sette lustri, dimenticate. Ora sono di nuovo nelle sue mani. Come l’Elisa del romanzo di Elsa Morante, “Menzogna e desiderio”, uscito nel 1948, così Ada viene sollecitata dai ricordi a rievocare il passato non solo proprio ma della sua famiglia, e ciò allo scopo di interpretare e, se possibile, sciogliere la sua irrequietudine e la sua insoddisfazione: “Ada del resto non si considerò mai sfortunata, anzi s’avvedeva che alla fine arrivava comunque un propizio accomodamento per ogni evenienza. Il suo bicchiere era sempre mezzo pieno.
Il radicamento in Sicilia avviene gradualmente. L’autrice la mette a contatto con dialetti e usanze nuove ma ficcanti. Si legga di quel ragazzino che spiega a Ada l’usanza dei regali nel giorno dei morti. Si tocca con mano tutto l’umore di una tradizione amata e venerata. Ancora: “Sempre più spesso, Ada pregava la zia Vera che la portasse, nei momenti liberi, a trovare le zie in campagna. Le piaceva quel loro parlare un dialetto puro, non ancora influenzato da sfumature italianizzanti. Si esprimevano spesso per immagini, per proverbi, per modi di dire. Erano l’espressione di una cultura contadina immutata nel tempo dove il giorno e la notte, il sole e la pioggia, la nascita e la morte, il bene e il male erano gli elementi chiave.

Il dissidio con la madre Irina non si sanerà mai più. Sono due mondi diversi, i loro, destinati a non incontrarsi. Pur nata da lei, Ada la sentirà sempre fredda ed estranea.

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