AMMALIANTE AFRICA

Dicono che ci si ammali nell’animo lasciando l’Africa. La mancanza del suo odore, del suo calore,  dei suoi suoni, sapori e colori diventa una deprivazione troppo grande per riuscire a sopportarla. Deve essere una sorta di richiamo primordiale che lo si sente rinascere dentro e poi non lo si sa più annientare, millenni di civilizzazione che gridano al rifiuto e preferiscono lasciarsi risucchiare dalle ancestrali origini. Sarà questo? O che altro? Chi può dirlo con esattezza? Eppure sono tanti coloro che ammettono d’aver contratto il “mal d’Africa” e di non esserne più guariti.

Riscopriamola insieme questa grande Africa con tutte le sue usanze, le sue genti, la sua flora, la sua fauna, la sua  miseria e  la sua ricchezza.

Riscopriamola al caldo del camino immaginandolo un rosso sole sulla savana.

193 thoughts on “AMMALIANTE AFRICA

  1. Carissima Tosca, meno male che ci sei tu a darci un po’ di calore e colore con questo nuovo argomento, ed io inizio con lanciare un pezzo musicale dei mitici Toto dal titolo” Africa”… buon ascolto!!!

    http://www.youtube.com/watch?v=azVqekQBK8g

    ” Africa” – Toto

    I hear the drums echoing tonight
    But she hears only whispers of some quiet conversation
    She’s coming in 12:30 flight
    The moonlit wings reflect the stars that guide me towards salvation
    I stopped an old man along the way
    Hoping to find some long forgotten words or ancient melodies
    He turned to me as if to say , “Hurry boy, it’s waiting there for you”

    Chorus:
    It’s gonna take a lot to drag me away from you
    There’s nothing that a hundred men or more could ever do
    I bless the rains down in Africa
    Gonna take some time to do the things we never had

    The wild dogs cry out in the night
    As they grow restless longing for some solitary company
    I know that I must do what’s right
    As sure as Kilimanjaro rises like Olympus above the Serangetti
    I seek to cure what’s deep inside, frightened of this thing that I’ve become

    Chorus: It’s gonna take…

    Hurry boy, she’s waiting there for you

    Chorus: It’s gonna take…

  2. Pensieri sull’ Africa
    “…L’Africa è una terra antica che trasmette sensazioni antiche….
    Degli africani, poi, mi ha colpito la capacità di stupirsi.
    Dappertutto ho incontrato persone capaci di meravigliarsi, incuriosirsi, impressionarsi e di mostrare i propri sentimenti con candore.
    Anzi, credo che la differenza sostanziale tra africani e europei sia proprio questa:
    i neri sono più disposti a stupirsi, i bianchi a stupire.”
    “Il diario di Giobbe Covatta -Sono stato nero pure io”

    MATRIMONIO
    Nell’antico Egitto il re era considerato di sangue divino, figlio del dio; per mantenere intatta la purezza di tale discendenza, egli sposava solitamente una sorella, una sorellastra o parente stretta.

    In Africa, prima di sposarsi, un uomo doveva andare a letto con la futura suocera.

    VITA QUOTIDIANA
    In Africa le mogli del capo di una tribù fungevano da mobilio e servivano il marito come sedie, cuscini e tavoli.

    http://www.youtube.com/watch?v=g93cckDV33M

  3. CURIOSITA’:distanza tra Europa ed Africa

    Avete mai pensato che è più distante Roma da Napoli Che l’Europa dall’Africa?
    Detto così sembra strano e quanto mai inverosimile ma si garantisce che è vero: se si calcola la distanza che intercorre tra il continente africano e quello europeo lungo lo stretto di Gibilterra, situato a cavallo tra l’Oceano Atlantico e il Mare Mediterraneo, ci si accorgerà che bisogna percorrere solo 15 Km circa!!

    http://www.youtube.com/watch?v=XjtAj0BhrHA

  4. Wow! Che acrostico! Per non parlare di tutto il resto. Sei un’esplosione abbagliante come il sole d’Africa, in questa fredda notte d’inverno ci voleva proprio. Grazie Daniela!

  5. In questa stupenda canzone di Battiato il mal d’africa giunge da un’altra dimensione. Del resto la Sicilia è un Nord Africa e chi ha vissuto certi pomeriggi e certe nottate estive, caldo a parte, sa quanto siano affascinanti e irrinunciabili. Quelli poi appartenti alla giovinezza hanno un richiamo così nostalgico che davvero è un “Mal d’Africa”.

    Ecco a voi il testo e il video.

    Dopo pranzo si andava a riposare
    cullati dalle zanzariere e dai rumori di cucina;
    dalle finestre un po’ socchiuse spiragli contro il soffitto,
    e qualche cosa di astratto si impossessava di me.
    Sentivo parlare piano per non disturbare,
    ed era come un mal d’Africa, mal d’Africa.
    Saturday night I’m a dreamer,
    I can’t live without you
    on my own, lies a photograph,
    please come back and stand by me.
    Con le sedie seduti per la strada,
    pantaloncini e canottiere, col caldo che faceva.
    Da una finestra di ringhiera mio padre si pettinava;
    I’odore di brillantina si impossessava di me.
    Piacere di stare insieme solo per criticare
    ed era come un mal d’Africa, mal d’Africa.

  6. La madre Africa. Tutto si dice, ebbe inizio da lì, il genoma umano ci dimostra che il primo uomo era Africano. Continente affascinate, pieno di mistero e contraddizioni; chi ci è stato tenta di tornarci , chi non è mai andato ha voglia di conoscerlo. Io ho amici in Sudafrica sono partiti per restare una anno ed invece di anni fino ad adesso ne hanno contati tredici. Mal d’Africa?

    http://www.youtube.com/watch?v=KBQn194J0KY

  7. LA RELIGIOSITÀ AFRICANA NELLA MUSICA

    Religiosità del popolo africano

    Ovunque vi sia un africano, là c’è la sua religione. Egli la esprime nelle collane o nei bracciali che porta; nelle frasi scritte sui camion per il trasporto pubblico; nel genere e nello stile degli abiti che indossa; nella maniera in cui sistema il proprio recinto; nel tipo di lavoro che fa; e nelle canzoni che canta. Un autore descrive gli africani come “notoriamente religiosi”.

    L’uomo africano mangia, dorme, si alza, cammina, lavora, pensa e fa praticamente ogni cosa religiosamente. La religione è parte integrante della sua esistenza. La vita religiosa africana non si limita ad alcuni luoghi e tempi. La vita è un continuo atto di culto. È impossibile parlare di un africano a-religioso. Nessun vero africano può essere indifferente ai sentimenti religiosi.

    Il sentimento di appartenere ad una comunità gioca un ruolo importante nella vita di ogni africano. L’identità personale più importante per un africano, non è il titolo che ha in ufficio, ma il suo rapporto con la famiglia, con la tribù, e con il clan. I bambini africani nascono in una famiglia estesa, e non soltanto in un nucleo familiare ristretto, composto dalla madre, dal padre e dal figlio. I bambini africani non diventano subito adulti; non crescono da soli. Hanno bisogno di attraversare vari stadi della iniziazione religiosa, secondo le prescrizioni dell comunità. La sua formazione è allo stesso tempo un dovere dell’intera comunità. In questo modo i genitori tradizionali africani non hanno nessuna paura che il bambino cresca “per strada” perché sono sicuri che ci sarà sempre qualcuno che vigili sulla buona condotta dei bambini, ovunque e in qualsiasi momento. La loro esperienza religiosa inizia con il padre che è allo stesso tempo capo famiglia e maestro spirituale — un sacerdote nel contesto familiare — che ogni mattina compie riti sacri agli antenati e agli spiriti, e nelle occasioni speciali, dinanzi all’altare domestico, compie cerimonie formali. Ci sono sicuramente diversità tra la formazione di un ragazzo e quella di una ragazza nella società africana. Ma l’intenzione di elevare una persona come pienamente cresciuta, acculturata e formata, è la stessa. Le specificità introducono la diversità.

    Gli africani sono consapevoli che il cosmo è sacro. Ma ciò non nel senso che ogni cosa sia viva ed abbia un’anima, come alcuni dei nostri fratelli e sorelle non africani hanno attribuito alla nostra credenza. No, il cosmo è sacro perchè è opera di Dio. Rivela la magnificenza di Dio. Deve, pertanto, essere rispettato. Deve essere ammirato a motivo delle meraviglie che vi sono. Ogni azione per manipolarlo, per esempio, per far scendere la pioggia o per usare erbe locali per curare le malattie, deve essere accompagnata da rituali religiosi.

    Ogni cosa in questo universo segue un ordine bene definito. Vi è un tempo per la pioggia, un tempo per il sole, un tempo per nascere, un tempo per morire, e così via. Vi è un ritmo regolare. Questo ritmo viene riprodotto nel tipo di musica per la quale sono conosciuti gli africani. Si può facilmente pensare al reggae e alla musica jazz che rappresentano un tentativo spirituale africano di rappresentare il ritmo del movimento nel cosmo.

    Musica in Africa

    Si possono distinguere tre forme di espressione musicale in Africa: canto, suono di strumenti musicali e danza. L’ambiente per la musica tradizionale africana è, idealmente, comunitario. Mentre vi sono alcuni africani cantanti “professionisti”, la musica non è riservata a loro, ma appartiene all’intera comunità. Non esiste una persona che non possa cantare! La qualità della voce non interessa. È lo stato del cuore che si rivela essere di maggiore importanza.

    La musica non è vista nel contesto tradizionale africano come qualcosa in se stessa, ma correlata a varie esigenze:la memoria storica collettiva la richiama, la coesione sociale la impianta nella comunità, il vincolo col mondo spirituale la crea e la favorisce,ecc., tutte queste combinazioni danno al brano musicale il suo vero significato.

    Nella musica africana il ruolo degli strumenti non è semplicemente di accompagnamento. Gli strumenti africani costituiscono una gran parte della musica, come la voce. Gli strumenti parlano. Molte lingue africane sono tonali. Ciò significa che una particolare parola può essere pronunciata in diversi modi mettendo l’accento su una diversa sillaba, o in particolare, intercambiando i toni. Così facendo si possono ottenere significati totalmente diversi di una parola. Queste regole dei toni semantici devono essere osservate con grande cura nel linguaggio tonale africano a causa dello stretto rapporto tra sistema tonale-linguistico e sistema musicale, e tra lingua e musica.Gli strumenti melodici sono spesso accordati per riprodurre il linguaggio parlato. Vi sono infatti “tamburi parlanti” che trasmettono messaggi molto chiari per la gente. E il loro messaggio è valido come quello del cantante.

    La più profonda disposizione, l’armonia con il cosmo, non sono tenute chiuse dentro la persona africana. Egli vuole mostrarle. Egli danza. Egli esprime il suo mondo interiore all’esterno.

    La musica africana veicolo per l’espressione della religiosità

    Un amico mi ha fatto notare che in Africa, paese dopo paese, il punto di partenza dei missionari europei nel preparare le persone all’evangelizzazione è tradurre le canzoni cristiane in vernacolo e nell’incoraggiare il canto collettivoperchè si resero conto che la musica era ed è ancora un importante veicolo per raggiungere la profondità spirituale degli africani che è comunitaria ed allo stesso tempo religiosa. Si noterà ugualmente che è la musica ad aver ricevuto la prima è più evidente attenzione nel processo di inculturazione in Africa. Non è perchè sia più semplice inculturare la musica ma perchè essa va dritta al centro dell’espressione religiosa africana.

    Sebbene non si possa usufruire di accurate statistiche ho raccolto una lista di circa cinquanta artisti musicali dall’Africa. È sorprendente che di questi, 49 abbiano almeno uno o due brani dei loro album su di un tema strettamente religioso. Nei brani, essi esprimono la loro credenza in Dio e nella sua provvidenza; pregano che possa venire a salvare il suo popolo; chiedono protezione; vogliono che il suo Regno venga qui ed ora, ecc. Coloro che suonano questi brani musicali gradualmente si imbevono della fede religiosa che vi è espressa.

    Nella società tradizionale africana, la musica è raramente eseguita per guadagnare. Nelle varie occasioni, come la nascita di un bambino, l’iniziazione, le feste maggiori, nel santuario, al funerale, ecc., in cui è suonata, si rivela in maniera predominante la sua natura religiosa. Queste sono occasioni per lodare Dio e gli spiriti, per pregare e per raccomandare qualcuno.

    La musica è un mezzo di comunicazione. La Religione Tradizionale Africana non ha testi scritti. L’unica maniera per trasmettere la fede del popolo e l’etica della società è tramite la tradizione orale e attraverso rituali e simboli. La musica come una forma di comunicazione realizza questa trasmissione in maniera teatrale, facile da assimilare.

    La musica africana è una forma di preghiera – preghiera, intesa come un’ascesa del cuore e dell’anima, l’intera persona, verso l’Essere Supremo. Essa provoca energia spirituale. Ha un effetto trascendentale. Un africano che canta o suona strumenti musicali o danza, cerca di entrare nei domini spirituali in armonia con i ritmi del cosmo. Nel fare questo, essi esprimono la loro fede in Dio, il creatore.

    Conclusione

    Non è sorprendente che la vera origine della musica Gospel si può rintracciare in Africa. I testi della musica possono provenire da vari luoghi ma la forma è africana. È l’interpretazione spirituale africana dell’espressione biblica “ogni cosa che vive e respira lodi il nome del Signore” (Salmo 150). La stessa espressione fisica dei cantanti, il ritmo della loro musica, il tema, e l’effetto successivo, tutto conferma che, nella musica, gli africani esprimono ciò che credono, ciò che confessano e ciò che sperano – un’unione con gli antenati nella terra degli spiriti che, in termini cristiani, è l’eterna felicità nel Regno di Dio nei cieli.

    http://www.afrikaworld.net

    http://www.youtube.com/watch?v=SEVeJs83q6I

  8. Il Continente nero
    vive ancora al buio
    Un miliardo e 600 milioni di persone, più di un quarto della popolazione della Terra, non hanno accesso alla corrente elettrica. Di essi il 99% vive nei Paesi in via di sviluppo, principalmente nell’Asia meridionale e nell’Africa Sub-Sahariana. L’80% risiede in aree agricole.

    Limitatamente al continente africano, nonostante disponga il 7% delle riserve mondiali di petrolio, gas naturale e carbone, il 90% dell’elettricità viene prodotta dalla biomassa, ossia dalla combustione della legna e dei detriti organici. Ciò significa la graduale distruzione del patrimonio boschivo, malattie respiratorie e effetti nefasti sulla salute delle donne costrette a trasportare il legno.

    Complessivamente il consumo di elettricità in Africa rappresenta solo il 3% del consumo mondiale, che è leggermente al di sopra del suo peso nell’economia internazionale, pari al 2% del Prodotto nazionale mondiale. In particolare nell’Africa Sub-Sahariana il consumo di elettricità è aumentato del 15% negli ultimi 25 anni, a fronte del raddoppio della popolazione nello stesso periodo.

    Soltanto a Maurizio, un tranquillo isolotto nell’Oceano Indiano, il 100% della popolazione dispone dell’elettricità. Segue l’Africa del Sud con il 66,1% e la Costa d’Avorio con il 50%. Tutti gli altri stati dell’Africa Sub-Sahariana si situano al di sotto di questa soglia. Il caso più disperato è quello dell’Uganda dove solo il 3,7% della popolazione dispone di energia elettrica. Ma tante altre popolazioni vivono di fatto in un’era pre-industriale se non addirittura medievale non avendo mai conosciuto la luce artificiale.

    Nella Repubblica democratica del Congo solo il 6,7% della popolazione dispone di corrente elettrica, in Kenya il 7,9%, nel Madagascar l’8%, in Togo il 9%, in Tanzania il 10,9%, in Angola il 12%, nel Burkina Faso il 13%, nel Camerun il 20%, nel Benin il 22%, nel Sudan il 30%, nel Senegal il 30,1%, nel Gabon il 31%, in Namibia il 34%, in Nigeria il 40%, nel Ghana il 45%.

    In questa vasta area del mondo le infrastrutture legate alla produzione e alla distribuzione della corrente elettrica sono obsolete. Gli organismi internazionali condizionano la concessione di fondi per l’ammodernamento alla loro privatizzazione. Ma manca anche una autentica volontà politica dei regimi al potere. Il risultato è che in Africa non solo scarseggia la corrente elettrica, ma quella che c’è risulta tra le più costose al mondo. Nell’attesa che succeda un improbabile miracolo, la gran parte degli africani continua a depredare le foreste e a riciclare i rifiuti organici per procurarsi la corrente elettrica. Con il risultato che tra 30 anni la catastrofe ecologica e sanitaria che ne conseguirà si ripercuoterà sull’insieme della comunità internazionale che, per il momento, continua a far finta di niente.

    http://www.repubblica.it

    http://www.youtube.com/watch?v=R8Pn-AG8FEE

  9. I TUAREG: GLI ULTIMI UOMINI LIBERI RIMASTI SULLA TERRA

    I leggendari cavalieri Tuareg sono gli ultimi uomini liberi.

    Detti “uomini blu” dal caratteristico turbante blu scuro che indossano e dal velo che copre sempre il loro viso, vivono nella desolata distesa del Sahara centrale.

    Un tempo predoni feroci oggi vivono di pastorizia praticata dai loro servi.

    Sono alti, hanno i capelli rasati tranne una striscia in cui vengono lasciati lunghi e raccolti in una treccia. Gli occhi presentano una piega sul bordo superiore esterno che li protegge dalla luce troppo intensa.

    L’ordinamento sociale dei Tuareg si basa sulla distinzione di quattro classi: i nobili, i vassalli, i servi egli operai.

    I nobili costituiscono la classe più pura, invece gli operai, specialmente i fabbri, vengono grandemente disprezzati dai Tuareg che li considerano amici del “diavolo”. Il re viene eletto dai nobili.

    Spesso succede che un uomo possieda più schiavi di quanti gli occorrono e possa mantenere, allora concede loro la libertà. A uno schiavo può essere donata la libertà solo se è giovane e forte abbastanza per provvedere al proprio sostentamento.

    Schiavi vecchi e malati non vengono mai liberati e il loro padrone li deve mantenere.

    I Tuareg che possiedono terre vivono in villaggi; alcune pozze di acqua torbida costituiscono la possibilità di vita o di morte dell’intera comunità . Le loro case sono rettangolari, con tetto a terrazza, costituite da mattoni e da pietre. Le abitazioni dei nobili sono la tenda o la capanna e la donna è la padrona, che ha gli stessi diritti del marito. Il bambino appartiene sempre al rango e alla posizione della madre. Il padre gode di un’importanza molto minore. La donna non sa però se il marito è bello o brutto, appunto dal velo che porta, lo giudica in base alle sue attitudini. D’importanza massima è, per loro, la sua fama di guerriero .La rapina non è calcolata come delitto ma atto eroico. Il ladrocinio è invece ritenuto infamante e perfino gli schiavi non rubano. Un assassinio si vendica con un assassinio. L’antichissimo diritto tradizionale dei Tuareg, trasmesso di generazione in generazione esige la vendetta del sangue.

    Circa la metà di tutti i bambini sono orfani di madre. Infatti, più di 2/3 delle donne muoiono dando alla luce i propri figli. Perciò si trovano presso i Tuareg relativamente poche donne che abbiano più di cinquanta anni. Se un bambino perde la madre, viene accolto subito da un’altra famiglia ed allevato con lo stesso amore che si ha per un figlio proprio.

    L’unico mezzo di educazione è una parola di rimprovero o di monito. Battere un bambino è considerato crudele. I Tuareg sono gente molto sana e, se per caso si ammalano, si tratta, per lo più, d’infreddature che si possono curare benissimo con l’aspirina.

    In autunno una carovana di mille e più cammelli

    dalla catena montuosa dell’Hoggar si dirige a sud trasportando una merce che si trova in abbondanza nel Sahara: il sale.

    Il sale è molto importante per l’economia dei tuareg, con esso barattano tè, zucchero, stoffe, saggina, stuoie, sorgo.

    Quando tornano a casa gli uomini possono raccontare di aver visto molte cose nuove e animali che nell’Hoggar non esistono come: leoni, giraffe, zebre e struzzi.

    La sera, seduti intorno ai fuochi nascono mille racconti per grandi e piccoli.

    Carovana di cammelli

    Nelle zone rurali del mondo è ancora comune l’uso degli animali da soma per il trasporto di beni e persone. In Algeria, presso il popolo tuareg, il principale mezzo di trasporto è il cammello.

    http://www.youtube.com/watch?v=hpelFwzX1aw

  10. Ciao Daniela, grande fornitrice di notizie sempre più interessanti e sentinella attenta di questo nuovo thread. Questo freddo credo abbia gelato il tempo libero di tutti gli altri che, attanagliati da mille impegni, pur volendo non riescono a scongelare la loro prodigiosa creatività. Tocca attendere tempi di mitigata frenesia e nel frattempo tenere accesa la fiamma. La vestale adatta sembri proprio tu, non demordere. Grazie infinite.

  11. Fantastico Tosca ora non ho più dubbi sulla ” affinità telepatica” ! Lo stesso post in contemporanea! Ma è bello anche questo; lo spirito del blog ci pervade. Buongiorno a tutti, nell’attesa del rientro del saggio Raffaele, mi complimento con Daniela per l’apporto culturale che dà agli argomenti a parte la grande capacità poetica e l’inventiva letterale. Brava Daniela !
    TAM-TAM,TAM-TAM-TU

    Silenzio.
    Sempre silenzio.
    Non parliamo piu’.
    Non danziamo piu’.
    Non gridiamo piu’.
    Perche’ non siamo liberi.
    Perche’ non siamo piu’ liberi in casa nostra.
    O Africa d’un tempo!

    O Africa domata!
    O Africa, Africa nostra.
    Tam-Tam,Tam-Tam-Tu
    senza sosta, per sempre.

    Africa, paese delle tristezze!
    Africa,paese senza danze, senza canzoni!
    Africa,paese di pianti e lamenti…

    Tam-Tam, Tam-Tam-Tu
    Senza sosta,
    suonati per sempre ,
    per rianimare tutta l’Africa,
    Per risvegliare quest’Africa addormentata,
    fino alla creazione d’un’Africa Nuova,
    ma sempre Nera.

    (Matial Sinda)

  12. Mi rendo conto che da quando abbiamo intrapreso la via dell’Africa è sparito Raffaele. Lo voglio immaginare in attesa d’imbarcarsi in tenuta coloniale per grandi avventure nel Continente Nero. Tutti noi siamo qui col binocolo in attesa del veliero all’orizzonte.

  13. La mia è comunque una presenza, anche se silenziosa. Come sapete attraverso un periodo fitto di impegni e devo amministrare il tempo con una certa attenzione. Curiosamente l’Africa del blog mi ha colto in uno dei periodi più freddi e nevosi degli ultimi decenni. Oltretutto molto denso di attività. Il panorama della mia quotidianità attuale è decisamente… poco africano. Anzi, vi dirò che questa stagione quasi monocolore mi cattura, ha un suo fascino e una sua poesia. Per questo, al momento, il mio passaggio nel blog è silenzioso, forse un po’ come i paesaggi innevati di queste fantastiche giornate. Un saluto a tutti voi.

  14. Vi lascio alcune brevi testimonianze sull’Africa, almeno sull’Africa di cui ho fatto personale esperienza. Oltre vent’anni fa andai con mia moglie e mio figlio in Tunisia per un breve soggiorno a Djerba, nel mese di Febbraio. Visitammo inoltre Tunisi, le rovine di Cartagine e anche l’entroterra fino a Matmata. Ricordo il soprattutto il fascino delle oasi, delle brulle distese desertiche. Ricordo anche il tempo che sembrava scandito da un orologio diverso, molto più lento. Ricordo la Luna che aveva un’inclinazione molto diversa rispetto alle mie latitudini. Ricordo infine un sogno che feci a Djerba la prima notte. Sognai di essere a Faenza nel mio abituale scenario quotidiano,e – sorpresa! – nelle strade circolavano giraffe, leoni, rinoceronti e altri animali tipicamente africani. L’Africa aveva fatto la sua comparsa nell’inconscio, risvegliando simboli del mondo selvaggio, rappresentazioni degli istinti.

  15. Frasi celebri sull’Africa

    La donna africana sperimenta una triplice servitù, attraverso il matrimonio coatto, attraverso la dote e la poligamia che aumenta il tempo libero degli uomini e al tempo stesso il loro prestigio sociale, e, infine proprio attraverso l’ineguale divisione del lavoro. (René Dumont)

    Il fucile è il vero re dell’Africa, uccidi gli uomini, incatena le donne. (Tippu Tip)

    Se ogni guerra è una sorta di viaggio all’inferno, l’Africa è la sua scorciatoia. (Arturo Pérez-Reverte)

    Dall’Africa c’è sempre qualcosa di nuovo. (Gaio Plinio Secondo)

    Il tempo è un problema per tutti, non solo per gli africani che paiono vivere in una sorte di «presente continuo». (Alberto Salza)

    L’Africa è un pensiero, un’emozione, quasi una preghiera: lo sono i suoi silenzi infiniti; i suoi tramonti; quel suo cielo che sembra molto più vicino del nostro, perchè si vede di più, perchè le sue stelle e la sua luna sono più limpide, nitide, pulite: brillano di più. (Claudia Cardinale)

    L’Africa mi toccò l’animo già durante il volo: di lassù pareva un antico letto d’umanità. E a 4000 metri di altezza, seduto sulle nubi, mi pareva d’essere un seme portato dal vento. (Saul Bellow)

    Canti e poesie sull’Africa

    Ndjock Ngana – Poeta camerunense che vive a Roma,
    autore della raccolta di poesie Nhindo nero.

    AFRICA

    Africa, Africa mia
    Africa fiera di guerrieri nelle ancestrali savane
    Africa che la mia ava canta
    In riva al fiume lontano
    Mai t’ho veduta
    Ma del sangue tuo colmo ho lo sguardo
    Il tuo bel sangue nero sui campi versato
    Sangue del tuo sudore
    Sudore del tuo lavoro
    Lavoro di schiavi
    Schiavitù dei tuoi figli
    Africa dimmi Africa
    Sei dunque tu quel dorso che si piega
    E si prostra al peso dell’umiltà
    Dorso tremante striato di rosso
    Che acconsente alla frusta sulle vie del Sud
    Allora mi rispose grave una voce
    Figlio impetuoso il forte giovane albero
    Quell’albero laggiù
    Splendidamente solo fra i bianchi fiori appassiti
    E’ l’Africa l’Africa tua che di nuovo germoglia
    Pazientemente ostinatamente
    E i cui frutti a poco a poco acquistano
    L’amaro sapore della libertà.

    http://www.youtube.com/watch?v=FP6CdNVzjC8

  16. pensieri sull’Africa

    “..l’africa è una terra antica che trasmette sensazioni antiche….Degli africani, poi, mi ha colpito la capacità di stupirsi. Dappertutto ho incontrato persone capaci di meravigliarsi, incuriosirsi, impressionarsi e di mostrare i propri sentimenti con candore. Anzi, credo che la differenza sostanziale tra africani e europei sia proprio questa: i neri sono più disposti a stupirsi, i bianchi a stupire.”
    da “Il diario di Giobbe Covatta -Sono stato nero pure io”

    ” Rendo omaggio all’oriente, allo zenit, all’occidente! Agli spirti dell’Africa e del mondo! Le nostri mani e i nostri cuori si avvicicinino affinché, legati al passato, ciò ci prolunghi verso il futuro”. (canto rituale dell’Africa occidentale)

    “Non esiste un maestro assoluto, si è sempre allievo e maestro insieme. Poiché il maestro insegna agli altri ma lui stesso impara con gli altri. ” (capovillaggio dogon)

    “In Africa, quando un vecchio muore, è una biblioteca che brucia” (Amadou Hampaté Ba)

    “Coloro che hanno distrutto la fauna selvaggia e che vivono senza di essa non sono completi” ( capo spirituale maasai)

    “Quando non si sa dove si va, si sappia da dove si viene” (tradizione orale serere)

    “L’insieme dei campi intorno al villaggio e il villaggio stesso formano anch’essi una grande coperta” (tradizione orale dogon)

    “Nella foresta, quando i rami litigano le radici si abbracciano” (tradizione orale dell’africa occidentale)

    “Ascolta più spesso le cose che gli esseri. La voce del fuoco si sente. Odi la voce dell’acqua. Ascolta nel vento i singhiozzi del cespuglio. E’ il respiro degli antenati” (birago diop)

    “Possa la tua azione avere un effetto paragonabile a quello del seme di baobab” (tradizione orale peul)

    “Se non ce la fai ad arrampicarti sugli alberi su cui è salito tuo padre, posa almeno la mano sul tronco” (proverbio della costa d’avorio)

    “L’uomo è di per sé una ricchezza infinita. L’Africa non è povera, e noi africani nemmeno” (aminata traoré)

    “Se mangi il frutto di un grande albero, non dimenticare di ringraziare il vento” (tradizione orale bariba)

    Proverbi africani

    L’amore è come la pioggerella d’autunno: cade piano ma fa straripare i fiumi!

    Vede più lontano un vecchio seduto che un giovane in piedi.

    Nel buio, tutti i gatti sono leopardi.

    Là dove ci si ama non scende mai la notte.

    Puoi svegliarti anche molto presto all’alba, ma il tuo destino si è svegliato mezz’ora prima di te.

    Chi vuole sul serio qualcosa trova una strada, gli altri una scusa.

    Il cammino attraverso la foresta non è lungo se si ama la persona che si va a trovare.

    Il giovane cammina più veloce dell’anziano, ma l’anziano conosce la strada.

    Il passato rivive ogni giorno perché non è mai passato.

    L’amicizia è una strada che scompare nella sabbia se non la si rifà senza posa.

    Quando gli elefanti combattono è sempre l’erba a rimanere schiacciata.

    Ogni cosa ha un termine.

    La fretta, la fretta non ha fortuna.

    Il mare calmo non rende bravo il marinaio.

    http://www.0web.it

    http://www.youtube.com/watch?v=9kySw1V9Xb8

  17. Bella la tua metafora Raffaele. Perciò ricompaio in questo universo evidenziando che ho problemi a governare il vascello. Sto prendendo un nuovo brevetto di vela e sono piuttosto tarda di comprendonio. Uso un PC portatile, ma mi sono sempre servita ugualmente del mouse. Ora questo fantastico e rapido topolino nero dalla lunga coda ha deciso di fare tilt. In attesa che lo sostituisca non ho altra opzione che usare il touch. Solo che non sono una nativa digitale, i miei automatismi rispondono lentamente, la mia pazienza è cosa rara e allora, di fronte alla difficoltà, subentra la pigrizia. Se devo fare il doppio della fatica tra cose che mi scappano di qua e di là, che mi si cancellano, si sovrappongono, allora stare al computer diventa meno affascinante con susseguente fuga dal blog. Poi, come in tutte le situazioni, si finisce per fare di necessità virtù. Ebbene sto imparando a cavarmela pure con la funzione touch, ma i miei progressi sono minimi.
    Invece noto con piacere che Daniela è più attiva che mai. Forse ha un meraviglioso animo africano perchè è un portento d’informazioni molto piacevoli. Quest’ultima poesia è davvero emozionante.

  18. PIAZZA DEI MARTIRI

    L’ampio parcheggio nebbioso
    nel gelido mattino d’ Inverno
    come una giungla è percorso
    da fiumi di auto guardinghe.

    Chiusi in giacconi imbottiti,
    i neri volti coperti da sciarpe,
    randagi in passamontagna
    tra veicoli tediati vagano,
    sbracciandosi ad indicare
    ogni posto che si libera.

    Guanti pesanti di lana
    stringono pacchi di calzini,
    accendisigari, fazzoletti
    e altre varie inutili cose.
    Ansiosi sguardi tutti uguali
    assediano ad ogni sosta.

    Ogni moneta è un esorcismo
    che allontana il povero diavolo,
    serrata nel guanto di lana.

  19. Cucina africana

    Il cibo in Africa è l’elemento base di un rituale di comunione, un’occasione per esprimere valori e simboli della tradizione. Mangiare e bere insieme vuol dire celebrare la vita. Celebrare la vita è incorporare frammenti del suo mistero. Accostarsi alla cucina africana diventa pertanto un gesto altamente culturale, una modalità immediata e simpatica per conoscere e allargare la comunione. Fortunatamente negli ultimi tempi anche a Roma si sono moltiplicate le opportunità per incontrare l’Africa dei sapori e degli odori. Il cibo africano varia da regione a regione e molta differenza si incontra tra i paesi della fascia sahariana e quelli della foresta tropicale dell’Africa centrale. Le isole poi costituiscono una forma di cucina a sé.
    Nel continente, in modo molto generale si può dire che il piatto forte è costituito da una portata a base di carne, quasi sempre accompagnata da un sugo ricco di varie spezie, anche molto piccanti. Al posto del pane occidentale si mangia il riso, la ingera (una sottile sfoglia molle e tenera fatta con un cereale chiamato tef, il fufu (una specie di polenta a base di farina di manioca, di mais, di miglio, eccetera). Il piatto africano forse più conosciuto è lo zighinì, piatto nazionale per l’Etiopia, la Somalia e l’Eritrea.
    È costituito da carne di montone cotta in umido, accompagnata da berberè, un sugo ricco di paprika piccante, e verdure varie. Il tutto servito su uno strato di ingera. Anche il pollo è molto diffuso, dal pollo saka-saka al pollo al burro d’arachide, condito con il dongo-dongo, una spezia che aiuta il sugo a compattarsi e a dargli il suo sapore particolare. La cucina africana è anche a base di pesce, soprattutto nelle isole e nei paesi che si affacciano sul mare particolarmente pescoso, ma anche dove i laghi e i fiumi abbondano di pesce. La tilapia nilotica, chiamata poisson capitain, è molto apprezzata e diffusa in Africa. Particolarmente delicato è il suo profumo e il suo sapore quando è affumicata. In genere il pesce viene cotto alla brace, con spezie aromatiche e piccanti. Molto buone sono le crocchette di pesce e di verdure, cotte in tutte le maniere. Fortunati quelli che possono trovare il pesce saka-saka (il pesce affumicato è accompagnato da foglie di manioca cucinate come spinaci, il tutto cotto con olio di palma). Da non perdere, le famose banane fritte, le patate dolci anch’esse fritte e la manioca bollita e fritta.

    I dolci
    La maggior parte dei dolci sono a base di frutta: banane, goyaba, cocco…
    Sono molto buoni anche i dolci fritti con farina di grano, oppure con le banane.
    Nelle isole, le torte di banane, di cocco e di ananas sono quasi sempre presenti nelle feste tradizionali, particolarmente in occasione dei matrimoni.

    Bevande
    Anche tra le bevande le più diffuse sono quelle di frutta: il latte di cocco, il succo di tamarindo, il succo di maracujà…
    Tra quelle alcoliche troviamo il vino di palma, la birra di miglio, i forti distillati della canna da zucchero, il delicato idromele (miele diluito e fermentato), i dolci liquori a base d’arancia, il punch di cocco, eccetera.
    Ultimamente si stanno affermando per la loro qualità i vini del Sudafrica, ma troviamo tanti altri vini provenienti dallo Zimbabwe, dalla zona del Kilimangiaro e dal Kivu congolese. Un discorso a parte lo merita la birra, sia per l’ottima qualità che per l’abbondanza delle varietà. Oltre alla birra di miglio, esistono anche birre locali a base di mais.

  20. Couscous

    Ingredienti:
    semola di couscous, 1/2 kg
    olio extra vergine d’oliva, 1 bicchiere
    acqua, 2 lt circa
    carne d’agnello in pezzi, 1/2 kg
    carote di taglia grossa, 1/2 kg
    zucchine, 1/2 kg
    zucca, 1/2 kg
    rape bianche, 400 g
    pelati o salsa di pomodoro, 250 g
    cipolle, 150 g
    ceci già cotti o in scatola, 100 g
    prezzemolo, 1 mazzetto
    pepe macinato, 1/2 cucchiaino
    paprica, 1/2 cucchiaino
    zafferano, 1/2 cucchiaino
    curry, 1/2 cucchiaino
    zenzero in polvere (facoltativo), 1/2 cucchiaino
    sale, q.b.
    Dosi per:
    6 persone

    Preparazione:

    1. Pulite tutte le verdure e tagliatele in pezzi grossi. Nella parte bassa di un couscoussier (o in una pentola capace) mettere mezzo bicchiere d’olio d’oliva assieme alla carne alle cipolle sminuzzate, al prezzemolo lavato e tritato e tutte le spezie, quindi coprite a filo con circa 1 litro e mezzo di acqua e sale.

    2. Mescolate il tutto e cuocete a fuoco medio per 30 minuti. Quando gli ingredienti iniziano a bollire aggiungete le carote pelate e tagliate in grosse rondelle le zucchine, le rape sbucciate e tagliate in quarti, la salsa di pomodoro.

    3. Lasciate cuocere ancora 30 minuti. Aggiungete i ceci scolati del loro liquido e la zucca, ultimate la cottura per altri 15 minuti, fino a quando le verdure sono cotte.

    4. In un ampio contenitore lavorate il couscous con circa 250 cl di acqua fredda in modo da sgranarlo bene.

    5. Mezz’ora prima che il condimento sia cotto, ungete l’interno della parte superiore dei couscoussier (o di un colapasta) con un po’ d’oliva, quindi fate aderire le due parti della pentola servendovi di uno strofinaccio da cucina o di una busta di nylon in modo che il vapore di cottura attraversi la semola.

    6. A questo punto distribuite il couscous in tre momenti successivi, attendendo che il vapore attraversi costantemente la semola. Dopo 15 minuti di cottura sciacquate velocemente la semola sotto l’acqua fredda e scolatela.

    7. Quindi iniziare a sgranare scrupolosamente la semola dopo avere aggiunto il sale e 1/2 bicchiere di olio e risistematela nella pentola per ultimare la cottura (15 minuti circa) seguendo i passaggi precedenti.

    8. Quando la semola è cotta sistematela in un ampio piatto fondo da portata e ricavatene uno spazio al centro dove collocare la carne e tutt’intorno le verdure. Bagnate leggermente il tutto con il brodo di cottura badando di non inzuppare la semola.

    9. Volendo è possibile stemperare dell’harissa (pasta di peperoncino) a piacere in una ciotola con parte dei brodo di cottura per rendere il tutto più piccante.

    Involtini Egiziani

    Ingredienti:
    pancetta affumicata affettata, 200 g
    manzo tritato, 100 g
    1/2 cipolla piccola tritata
    mollica di pane fresco sbriciolata, 10 g
    cumino in polvere, 1/2 cucchiaino
    sale e pepe nero, q.b.
    scorza grattugiata di 1 arancia
    miele fluido, 1 cucchiaio
    succo di 1 arancia
    Dosi per:
    4 persone

    Preparazione:

    1. Sistemate le fette di pancetta su di un tagliere. Inciderle dal lato della pelle per evitare che in cottura si arriccino. Tagliatele poi a metà.

    2. Sminuzzare con l’aiuto di un mixer la carne, la cipolla, la mollica, le spezie e la scorza d’arancia fino ad ottenere un composto uniforme.

    3. Farcire con l’impasto le fette di pancetta e avvolgerle formando dei piccoli cilindri.

    4. Mettere gli involtini in una teglia leggermente unta con olio e bagnateli con il succo d’arancia.

    5. Cuocere in forno a 200° C per 20 minuti.

    6. Spennellare gli involtini con del miele e lasciateli in forno altri 5 minuti.

    Dolci al Cocco

    Ingredienti:
    cocco grattugiato (umido, inscatolato o fresco), 2 tazze
    latte in polvere, 3/4 di tazza
    zucchero, 2 tazze

    Preparazione:
    Mescolate il cocco grattugiato con il latte in polvere e lo zucchero.
    Fate bollire lentamente senza mai perdere d’occhio il colore che non deve mai diventare nero, ma dorato scuro.
    Fate a cuocere fino a che si formerà un composto compatto.
    Aggiungere 30 grammi di burro e della scorza di limone.
    Lasciate raffreddare per qualche minuto finchè il composto non diventa più consistente.
    Versate su di un ripiano.
    Date una forma adatta ad essere tagliata a cubetti.
    Preparati i dadini di cocco, servite.

    http://www.youtube.com/watch?v=SLY7yI1xV-M

  21. ACROSTICO – I MIGRANTI

    Affannosamente, in tanti
    fuggono dalle loro tragedie
    rovinose, giungendo infine
    in un lontano mondo, atteso
    come opulenta terra promessa
    a brancolar spesso nel buio.

  22. Il Nobel alle donne africane

    Sono le donne ad alzare la voce per dire al mondo che l’Africa e i suoi abitanti hanno gli stessi diritti di tutte le terre del mondo. Sono le donne africane a tener fede agli impegni assunti nelle forme del microcredito e a dar vita coraggiosamente a cooperative di lavoro per creare opportunità di sviluppo. Sono donne a far sentire l’urlo di dolore delle guerre e della fame e da tempo le vedi come valorose giornaliste pronte a denunciare violenze e soprusi. Sono protagoniste silenziose di progetti sanitari soprattutto contro l’AIDS che in Africa miete vittime ogni giorno.
    Meritano davvero il Nobel per la pace! Non più solo una, come pure è avvenuto in passato, ma tutte e tutte insieme. Sarebbe un Nobel collettivo che riconosce la fatica e insieme dà forza. È nell’utero di queste donne che si nasconde il futuro, il riscatto e la liberazione di un continente che paga il prezzo più alto dell’egoismo del nord del mondo. L’invito pertanto è a visitare la pagina del CIPSI e di Chiama l’Africa: http://www.noppaw.org/ e a sottoscrivere la richiesta. L’Africa si aiuta anche così.

    http://www.peacelink.it

  23. Unione Africana: nasce il Fondo in difesa dei diritti delle donne

    Creato un Fondo per le donne africane. L’iniziativa è stata annunciata in conclusione del XIV Vertice dell’Unione africana (Ua), ad Addis Abeba, che ha approvato una risoluzione ‘ad hoc’ a voler concretizzare la volontà di capi di Stato e di governo a favore dei diritti delle donne. “La nuova iniziativa è emblematica del ruolo determinante delle donne nelle nostre società” ha sottolineato il neo-presidente dell’Ua, il capo di Stato del Malawi, Bingu Wa Mutharika. “I loro diritti – ha aggiunto – vanno promossi, rispettati e garantiti su scala continentale”. Il presidente del Malawi – riferisce l’agenzia Misna – ha chiesto quindi ai suoi omologhi di aderire al Fondo, di ratificare e applicare gli strumenti giuridici relativi ai diritti delle donne, in primo luogo l’apposito protocollo dell’Ua adottato nel luglio 2003 a Maputo. Nella riunione di Addis Abeba i leader africani hanno anche deciso di sostenere le future candidature femminili – e di Paesi africani – alla direzione di organizzazioni internazionali. (R.G.)

    http://www.youtube.com/watch?v=e-VrfadKbco

  24. AFRICAROSTICANDO…. E TRE

    A voi amici stupendi
    faccio i miei complimenti!
    Rileggo con piacere
    i versi di Giuseppe e Raffaele,
    che bello essere
    ancora, così vicini.

    Sentire le nostre menti
    esternare pensieri
    liberi e struggenti.
    Vagare uniti fra deserti e savane
    avere tanta gioia, ma senza piantar grane.
    Girare felici fra elefanti e scimmioni
    gioire vedendo amoreggiare una coppia di leoni.
    Invito tutti a volerla rispettare…
    Africa immensa, tutta da assaggiare!!!

    http://www.youtube.com/watch?v=CxzyttB1DGQ

  25. Ghibli: vento caldo e secco che dal Sahara spira verso le coste libiche

    Attraversando il Mediterraneo centrale acquisisce umidità e diventa il ben noto scirocco quando giunge in Italia.
    Il ghibli può soffiare in ogni periodo dell’anno, ma è più frequente in primavera e ad inizio estate. Un intenso episodio di ghibli ha portato il termometro a 37°C a Tripoli il 1 novembre 2004.

    Ghibli è il nome locale del nostro scirocco, che rispetto al suo precursore è più umido, attraversando prima di giungere sull’Italia le acque del Mediterraneo. Localmente il termine ghibli assume numerosi varianti, quali gebli, gibleh, gibli, kibli.

    Similmente allo scirocco il ghibli è causato dalla presenza di depressioni mediterranee che si muovo verso est, richiamando aria calda dal deserto del Sahara, con conseguenti venti caldi e “sabbiosi” che spirano davanti alla depressione stessa.

    Il khamsin, vento caldo e polveroso dell’Egitto
    Soffia di preferenza tra aprile e giugno sul paese dei Faraoni, ma anche in Israele e Arabia Saudita.
    Il khamsin è un vento caldo, opprimente e polveroso, che soffia da sud o sudest in Nord Africa, particolarmente in Egitto, sulle coste del Mediterraneo orientale e nella Penisola Arabica. Il khamsin non è un monsone, non soffia cioè più o meno costante per lunghi periodi di tempo, ma si attiva a intermittenza, nel periodo compreso tra il tardo inverno e l’inizio dell’estate, ma più frequentemente tra aprile e la prima metà di giugno.

    E’un vento essenzialmente da sud sull’Egitto, soffiando dal deserto del Sahara, mentre proviene in prevalenza da est (o sudest) sul deserto del Negev (Israele meridionale) e parte dell’Arabia Saudita. Il termine si applica anche ai venti forti da sud o da sudovest che spirano sul Mar Rosso.

    Come lo scirocco, il khamsin soffia in genere davanti a una depressione che si muove verso est o nordest nel Mare Mediterraneo o attraverso il Nord Africa, con alta pressione più a est. Il nome deriva dall’arabo khamsun o hamsin, che significa cinquanta. Questo è infatti il numero approssimato di giorni durante i quali esso soffia.

    Meno frequentemente il khamsin può spirare anche in inverno, come vento relativamente freddo, sempre portatore di sabbia e polvere.

    In altre parti del Mediterraneo venti aventi origine simile sono conosciuti come leveche, scirocco e ghibli.

    Il respiro del deserto sul Marocco si chiama Chergui

    Già caldo in origine, il vento del deserto si arroventa ancora discendendo dall’Atlante. Tale vento può essere all’origine di gravi ondate di caldo sul continente europeo, Italia compresa, probabilmente anche di quella ormai storica dell’agosto 2003.
    Il chergui, o sharqi (dall’arabo sharq = est) è un vento da est/sudest tipico del Marocco, specialmente del nord del paese, frequente soprattutto in luglio e agosto. E’ persistente, molto secco e polveroso, caldo in estate, freddo in inverno.

    In estate, il chergui può portare alla paralisi della normale vita quotidiana nel paese. Il caldo estremamente secco rende infatti le condizioni di vita molto disagevoli e la polvere penetra ovunque. A est dell’Atlante le raffiche violente trasformano la parte sahariana del paese in un mare increspato con onde di sabbia e la temperatura sale ben oltre i 40°C per giorni e giorni.

    Il chergui da est in Marocco può essere considerato quasi una variante, con un altro nome, dello scirocco nel Mediterraneo e nel Nord Africa. Entrambi questi venti locali sono più forti in quel periodo dell’anno corrispondente ai 40-50 giorni susseguenti al solstizio d’estate, periodo noto come Smam (o Simoom in altre parti dell’Africa). Tuttavia, da un punto di vista sinottico, l’equivalenza tra chergui e scirocco è solo parzialmente una verità. Lo scirocco infatti, insieme ai suoi cugini chili, ghibli, khamsin è un vento più o meno meridionale. Mentre la famiglia dello scirocco è sempre collegata a una bassa pressione sul Mar Mediterraneo, il chergui è innescato dal rafforzamento degli alisei di nordest in luglio, con l’intervento determinante dell’interazione del vento con le montagne dell’Atlante.

    Tutto inizia con un’alta pressione sul Mediterraneo e una relativa bassa pressione termica sul Sahara, a meridione della suddetta “alta”, con isobare più o meno parallele alla costa. I risultanti forti venti da est/nordest urtano contro la barriera formata dalle montagne dell’Atlante. Quando la massa d’aria attraversa il crinale, tra 3000 e 4000 metri, perde il suo già ridotto contenuto di umidità e la direzione del vento viene deviata verso destra, diventando così il vento tra orientale e sud-orientale. Le temperature sul Marocco occidentale salgono bruscamente di 10°C o anche più.

    Sottovento all’Atlante, sull’Atlantico a ovest del Marocco settentrionale e del Portogallo meridionale, il flusso d’aria accelerato dà origine a una debole depressione orografica, che si muove verso est, coprendo la breve distanza verso la Penisola Iberica , dove si colma ed infine si dissolve. Tuttavia, il fronte freddo ad essa associato porta un relativo sollievo al Marocco nord-occidentale.

    Il chergui può avere importanti influenze anche sul tempo in Italia. Ricordate la goccia fredda che stemperò i bollori dell’estate 2003 l’ultimo giorno di luglio? Dopo quell’evento molti previsori, quasi tutti in verità, previdero il ritorno del caldo, ma più attenuato, ipotizzando la matrice oceanica dell’alta pressione che sarebbe tornata sull’Italia. L’evento Chergui dell’1 e 2 agosto 2003 provocò però il formarsi di una depressione al largo del Portogallo meridionale, con conseguente isolamento della parte europea dell'”alta” da quella più fresca oceanica e risalita d’aria calda, a partire dall’Algarve e dall’Andalusia, alla conquista dell’Europa. A sua volta il rinforzo dell’alta pressione europea rimise in moto il meccanismo all’origine del Chergui, che infatti, dopo una pausa relativa verso il 4-5 agosto, riprese vigore dal 7 agosto. Il risultato fu un lungo periodo di caldo intenso non solo in Italia ma in tutta l’Europa, soprattutto quella centro-occidentale.

    Questo è infatti quanto scrivevo sul Meteogiornale l’8 agosto 2003 commentando il tempo che aveva fatto in settimana:
    Dalla Spagna e dal Portogallo, già nello scorso fine settimana (il 2 agosto era un sabato – n.d.r.) è partita questa nuova ondata di calore, inizialmente sottovalutata in quanto si pensava che la matrice azzorriana dell’anticiclone riuscisse ad avere il sopravvento. Per l’ennesima volta invece il protagonista “storico” delle estati mediterranee ha fatto il difficile, rimanendo in oceano, e si è formata un’alta pressione “europea” con i massimi nel cuore del continente, ma un vizio di origine africano, stante la continua presenza di una depressione al largo delle coste portoghesi che favorisce il pompaggio di aria caldissima che dal Marocco parte alla conquista del continente.

    Haboob, ovvero le tempeste di sabbia del Sudan e…del Texas

    Più che un vento specifico, il termine haboob identifica una tempesta di sabbia e/o polvere che interessa la parte meridionale del settore sahariano del Sudan. Con questo nome in Texas ed Arizona vengono chiamate le tempeste di sabbia originate dai temporali a supercella.
    Il nome haboob viene dall’arabo habb, che significa vento. Gli episodi di haboob in Sudan sono spesso associati con temporali e talvolta piccoli tornado. Un haboob dura in genere sulle 3 ore. Gli eventi di questo tipo sono più comuni e più violenti in aprile e maggio, ma possono aver luogo in ogni periodo dell’anno, escluso novembre. La direzione del vento è da nord negli haboob invernali, da est, sudest o sud in quelli, più comuni, primaverili ed estivi. Tipicamente, questo genere di tempeste ha luogo nel tardo pomeriggio durante i mesi più caldi ed è seguita da un po’ di pioggia. La capitale sudanese Khartoum sperimenta mediamente 24 haboobs all’anno.

    Una tempesta haboob può trasportare e depositare grandi quantità di sabbia o polvere, che si sposta come un muro estremamente denso che può raggiungere l’altezza di 1000 metri e praticamente azzerare la visibilità. Come i suoi cugini scirocco (Mediterraneo, questo in Italia lo conosciamo bene), khamsin (Egitto) e harmattan (Africa occidentale) l’haboob deriva da interazione del vasto anticiclone subtropicale sahariano con masse d’aria umida che entrano o dal Golfo di Guinea o, in inverno, dal Mediterraneo.

    In Nord America tempeste di sabbia e polvere con severi temporali sono chiamate anch’esse haboobs. Sono spesso causate da un fronte di aria fredda che discende da un temporale a supercella (downdraft). Sono frequenti soprattutto in Arizona e Texas, con velocità del vento intorno 30-50 miglia/ora.

    Il calima, il vento caldo delle Canarie

    Le Canarie, arcipelago di sovranità spagnola nell’Oceano Atlantico, hanno clima molto gradevole, ma quanto soffia il vento dal deserto del vicino continente africano, il caldo diventa opprimente e sabbia e polvere riducono quasi a zero la visibilità.
    Il calima è un vento caldo, spesso opprimente, apportatore di polvere e sabbia, che soffia tra S e SE, occasionalmente anche da E, nella regione delle Isole Canarie, soprattutto nel periodo invernale.

    Come il suo fratello maggiore, lo scirocco a noi ben conosciuto, il calima proviene da una alta pressione in Nord Africa e Sahara e viene risucchiato verso nord/nordovest prima del passaggio di una depressione a nord dell’arcipelago. La polvere giallastra che viene sollevata e trasportata da questo vento è molto fine e passa anche da porte e finestre, mentre all’esterno la visibilità si riduce quasi a zero.

    Talvolta, ma l’evento non è comune, il formarsi di una depressione a SW delle Canarie aumenta la velocità del vento e l’intensità della tempesta di polvere. I forti venti e la risalita verso l’alto dell’aria calda e umida possono portare la polvere fino a 5000 metri di altezza, “macchiando” centinaia di migliaia di chilometri quadrati dell’Oceano Atlantico orientale con una densa nube di sabbia sahariana, che talvolta giunge fino quasi ai Caraibi.

    Questo calima anormalmente caldo e umido è spesso associato con nebbia e pioviggini e la gente delle Canarie in questi episodi soffre di pesanti problemi respiratori. Le condizioni climatico-ambientali possono diventare così cattive da influenzare pesantemente le attività lavorative e causare la paralisi dei trasporti. Per esempio l’8 gennaio 2002 l’aeroporto internazionale di Santa Cruz dovette essere chiuso perché la visibilità era scesa a meno di 50 metri.

    http://www.weatheronline.co.uk

    http://www.youtube.com/watch?v=_M23jo4F3NA

  26. POESIE DEDICATE ALL’AFRICA

    BELLEZZA NERA

    Amo il tuo sguardo di fiera
    E la tua bocca dal gusto di mango
    Rama Kam
    Il tuo corpo è pepe nero
    Che attizza il desiderio
    Rama Kam
    Al tuo passaggio
    La pantera è gelosa
    Del caldo ritmo del tuo fianco
    Rama Kam
    Quando danzi nel chiaror delle notti
    Il tam-tam
    Rama Kam
    Ansima sotto l’uragano Dyunung del griot
    E quando ami
    Quando ami Rama Kam
    E’ il tornado che s’abbatte
    E tuona
    E colmo mi lascia del respiro di te
    Rama Kam.

    Ndjock Ngana

    A UNA DANZATRICE NEGRA

    Negra mia calda voce d’Africa
    Terra d’enigma e frutto di ragione
    Danza per la nuda gioia del tuo sorriso
    Per l’offerta del tuo seno e di segrete virtù
    Danza per l’aurea leggenda di notti nuziali
    Per i tempi nuovi e i secolari ritmi
    Negra infinito trionfo di sogni e di stelle
    Amante docile alla stretta dei Kora
    Danza per la vertigine
    Per la magia delle reni che il mondo ricominciano
    Danza sei
    E intorno a me bruciano i miti
    Intorno a me le parrucche del sapere
    In gran fuochi di gioia nel cielo dei tuoi passi
    Danza sei
    E i falsi addii ardono nella tua fiamma verticale
    Sei il viso dell’iniziato
    Che sacrifica la follia ai piedi dell’albero-guardiano
    Idea del Tutto sei e voce dell’Antico.
    All’assalto delle chimere gravemente protesa
    Sei il Verbo che esplode
    In razzi miracolosi sulle rive dell’oblio.

    Ndjock Ngana

    http://www.youtube.com/watch?v=PGl3rOmc0-g

  27. Nelson Mandela

    Nelson Mandela (Mvezo, 18 luglio 1918) è un politico sudafricano, primo Presidente nero del Sudafrica dopo la fine dell’apartheid, e Premio Nobel per la Pace nel 1993 assieme a Frederik Willem de Klerk.
    A lungo uno dei leader del movimento anti-apartheid, organizzò anche azioni di sabotaggio e guerriglia. Segregato e incarcerato per ventisette anni durante i governi sudafricani pro-apartheid prima degli anni novanta, è oggi universalmente considerato un eroico combattente per la libertà. Il nome Madiba, titolo onorifico adottato dai membri anziani della sua famiglia, è divenuto in Sudafrica sinonimo di Nelson Mandela. Il nome Nelson Mandela gli venne attribuito dai missionari della scuola elementare; il suo vero nome è Rolihlahla Dalibhunga.

    Curiosità
    Nelson Mandela il 28 ottobre 1985, dopo ventuno anni di prigionia, ricevette la cittadinanza onoraria dalla città di Firenze.
    Il 3 novembre 2004 è stato stipulato un accordo tra la Nelson Mandela Foundation e l’Associazione Palasport di Firenze per intitolare il palazzetto a Nelson Mandela per dodici anni.
    A Kingston, la capitale Giamaicana, è stato dedicato un parco in suo onore.
    Il gruppo musicale Simple Minds gli ha dedicato una canzone intitolata Mandela day nell’album Street Fighting Years, del 1989
    Il gruppo musicale The Specials gli ha dedicato una canzone intitolata Free Nelson Mandela del 1984
    Ruud Gullit, allora calciatore dell’AC Milan, ha dedicato a Nelson Mandela il premio “Pallone d’oro” assegnatogli da France Football nel 1987.

    Filmografia
    Nel 2007 il regista Bille August ha diretto il film Il colore della libertà (titolo originale Goodbye Bafana) sul rapporto tra Nelson Mandela e il secondino che ne seguì le vicende per lunghi anni.
    Nel 2009 il regista Clint Eastwood ha diretto il film Invictus – L’invincibile con Morgan Freeman nei panni di Nelson Mandela.

    I bambini imparano ciò che vivono

    I bambini imparano ciò che vivono.

    Se un bambino vive nella critica impara a condannare.

    Se un bambino vive nell’ostilità impara ad aggredire.

    Se un bambino vive nell’ironia impara ad essere timido.

    Se un bambino vive nella vergogna impara a sentirsi colpevole.

    Se un bambino vive nella tolleranza impara ad essere paziente.

    Se un bambino vive nell’incoraggiamento impara ad avere fiducia.

    Se un bambino vive nella lealtà impara la giustizia.

    Se un bambino vive nella disponibilità impara ad avere una fede.

    Se un bambino vive nell’approvazione impara ad accettarsi.

    Se un bambino vive nell’accettazione e nell’amicizia impara a trovare l’amore nel mondo.

    Doret’s Law Nolte

    La meditazione

    La nostra paura più profonda

    non è di essere inadeguati.

    La nostra paura più profonda,

    è di essere potenti oltre ogni limite.

    E’ la nostra luce, non la nostra ombra,

    a spaventarci di più.

    Ci domandiamo: ” Chi sono io per essere brillante, pieno di talento, favoloso? ”

    In realtà chi sei tu per NON esserlo?

    Siamo figli di Dio.

    Il nostro giocare in piccolo,

    non serve al mondo.

    Non c’è nulla di illuminato

    nello sminuire se stessi cosicchè gli altri

    non si sentano insicuri intorno a noi.

    Siamo tutti nati per risplendere,

    come fanno i bambini.

    Siamo nati per rendere manifesta

    la gloria di Dio che è dentro di noi.

    Non solo in alcuni di noi:

    è in ognuno di noi.

    E quando permettiamo alla nostra luce

    di risplendere, inconsapevolmente diamo

    agli altri la possibilità di fare lo stesso.

    E quando ci liberiamo dalle nostre paure,

    la nostra presenza

    automaticamente libera gli altri.

    Nelson Mandela

    http://www.youtube.com/watch?v=C1ZyDeUJ2DI

  28. Frasi di Nelson Mandela

    Nessuno è nato schiavo, né signore, né per vivere in miseria, ma tutti siamo nati per essere fratelli.

    L’educazione è l’arma più potente che può cambiare il mondo.

    Unitevi! Mobilitatevi! Lottate! Tra l’incudine delle azioni di massa ed il martello della lotta armata dobbiamo annientare l’apartheid!

    Ho lottato contro il dominio bianco e contro il dominio nero.
    Ho coltivato l’ideale di una società libera e democratica nella quale tutti possano vivere uniti in armonia, con uguali possibilità.
    Questo è un ideale per il quale spero di vivere…

    Io credo che i bambini nel mondo debbano essere liberi di crescere e diventare adulti, in salute, pace e dignità.

    Niente come tornare in un luogo rimasto immutato ci fa scoprire quanto siamo cambiati.

    Un vincitore è solo un sognatore che non si è arreso.

    http://www.youtube.com/watch?v=JFbjCrJi0MQ

  29. Ciao Raffaele, la tua poesia è molto profonda e sempre all’altezza della situazione. Appena ci riesco te la metto in archivio insieme alle altre. Soprattutto appena esco compro un “topo nuovo” che mi permetta di navigare con la stessa disinvoltura di prima. Di grande effetto sono effetto sono anche gli acrostici.
    Devo dire, carissima Daniela che anche tu ormai sei diventata grande in merito. Grazie anche per il numeroso materiale che invii, un abbraccio!

  30. ACROSTICO MEDITATIVO

    Attanagliata dal mito
    finisce banalizzata.
    Ridotta ad esotismo
    induce ingenuità.
    Conquista i marciapiedi
    attraversando il mare.

    Argomenti ideologici
    fanno proliferare
    risse tra benpensanti.
    Intanto lentamente
    con il nostro domani
    annoda il suo legame.

  31. Ho recuperato il “topo” ora sì che si va! L’abitudine è un’alleata: economizza i tempi, tiene a bada la pazienza, sollecita la volontà. ( Pensiero “sublime” di Tosca Pagliari che torna ad usare il PC con il mouse dopo aver disabilitato lo sconveniente touch).
    Quest’ultimo acrostico, Raffaele, è altamente meditativo davvero. Ogni frase è una profonda riflessione. E’ un acrostico così poetico, oltretutto, che lo vado ad aggiungere alla tua collezione.

  32. COMMENTO TIGRATO

    Quanto mi piacciono, quanto mi sono sempre piaciute le tigri? Tanto quanto i loro simili di taglia inferiore: i gatti.

    Questa ha la fortuna di vivere nel suo ambiente naturale

    Questa invece ha un’altra storia. Ma è di un tenero che me la terrei a casa, naturalmente fino ad una certa dimensione.

    Piccola tigre cresce.

  33. Il video delle tigri a caccia di struzzi mi ha stupito perché la tigre non è un animale che vive in Africa, come intitola You Tube, ma in Asia. Evidentemente è una bufala. A meno che non siano tigri “immigrate”, anzi “deportate” in Africa. Da qualche parte ho letto che c’è stato un esperimento del genere in Sud Africa. A me pare un po’ crudele deportare nella savana arida animali il cui habitat è la jungla.
    In effetti i cuccioli di tigre sono davvero “cute”, in generale come tutti i cuccioli, ispirando tenerezza, simpatia e istinti protettivi. I nostri gatti domestici, anche se adulti, sono spesso e volentieri trattati come cuccioli dai loro padroni perché facilmente vezzeggiati e viziati.

  34. Salve amici, sono a casa con l’influenza da un paio di giorni e pare che ancora duri.

    ACROSTICO INFLUENZALE.

    A letto con la
    Febbre
    Resto
    In attesa
    Che passi
    Al più presto

    Buona domenica.

  35. A chi non lo avesse ancora fatto, consiglio la visione integrale del film di cui vi propongo alcuni spezzoni. E’ un’ulteriore conferma di come spesso gli animali siano superiori all’uomo.

    Cautelati e stai bene presto, Giuseppe. Ti aspettiamo.

    Buona domenica a tutti.

  36. Eccezionale video! Si vede che non è un documentario e ci sono una regia e sceneggiatura ben precise. Tuttavia è molto bello e invita a pensare su quanto spesso sia più “bestia” l’uomo delle bestie stesse che non infrequentemente danno insuperabili lezioni di intelligenza, solidarietà e armonia con la natura e la vita.

  37. GIOIELLI AFRICANI

    Il continente africano rappresenta nel mondo del gioiello il potere del simbolismo.
    Tutto in questo paese – metalli, minerali o materali organici – diventa un abbellimento del corpo degli indigeni, spesso portato all’estremo con elementi decorativi che raggiungono dimensioni considerevoli. Piume, denti, corna o addirittura teschi di piccoli roditori vengono usati come amuleti o feticci e ricorrono in tutto l’artigianato africano.
    Nella varietà delle sue tribù, nelle diversità dei loro stili, l’Africa rivela un’evidente costante: l’importanza dell’ornamento, dal più piccolo al più spettacolare. Il più delle volte sono gli uomini africani ad indossare gioielli ed ornamenti, soprattutto nelle danze e feste che precedono i matrimoni: nella tribù dei Fulbe, ad esempio, gli uomini danzano ricoperti di gioielli, in una competizione che porta le donna più giovani ad eleggere il più bello. L’ornamento, il gioiello, servono a mettere in risalto la differenza tra i sessi, ma anche quella sociale, a sottolineare caratteri anatomici o simbolici di forza o grandi abilità. I coprisesso in conchiglia o i coprinatiche impreziositi da disegni geometrici delle tribù mangbetu e mongo servono a catturare l’attenzione del sesso opposto, in vista di possibili unioni tra clan della stessa tribù o di matrimoni tra le due persone più importanti dei due sessi.
    Il piattello labiale invece, usato moltissimo dalle donne delle tribù in Etiopia, serve a sottolineare la bocca, strumento attraverso il quale si trasmette la parola, si tramandano tradizioni: realizzato in legno, avorio o terracotta può misurare oltre venti centimetri riveste la funzione di protettore. La bocca ha evidente ruolo simbolico, e le giovani donne lo portano nel labbro inferiore prima del matrimonio: la sua dimensione indica il numero di capi di bestiame richiesti dalla famiglia.

    Oltre a questi ornamenti gli abitanti di questo continente amano le perline colorate, ed hanno un debole per le pietre dure. Queste ultime sono da sempre ricercatissime per l’artigianato africano, tanto da rendere a volte quasi impossibile individuarne la provenienza o la data. Il Quarzo e la Cornalina – due tra le pietre più amate in Africa – sono presenti in tutto il continente già in epoca predinastica, mentre Turchese e Lapis, veri e propri simboli dell’Impero Egizio impiegarono la fantasia e il lavoro di artigiani ed orafi proprio nell’epoca faraonica.

    Tuttora utilizzate – ma da sempre ricercatissime – sono l’ambra gialla, che evocando l’attrazione solare tiene lontani i popoli delle ombre; il corallo – chiamato l’ “albero delle acque”, che appartendendo a due mondi (minerale e vegetale) è trattato come elemento protettivo e generatore di vita e l’ambra grigia rinomata per i suoi poteri afrodisiaci.

    Sono però le perline il vero amore delle tribù africane, usate da sempre per decorazioni d’acconciature, bracciali e collane. Oggetto di scambio tra i mercanti indiani ed europei le perline di vetro giunsero in Africa nel IV° secolo (anche se alcuni scavi hanno dimostrato l’esistenza e l’uso delle perline in epoca precristiana) e crearono un vero e proprio “scompiglio”. Gli artigiani di Niger, Mauritania e Nigeria furono i primi a realizzare decorazioni con perline colorate, mentre nel resto del continente la passione per questo materiale spingeva chiunque ad offrire come merce di scambio incenso, corna di rinoceronte, carapaci di tartaruga, olio di palma, lingotti d’oro, avorio e perfino schiavi!

    Le perline assunsero sempre più il ruolo di componente principale dell’ornamento: portate da uomini e donne, sono cariche di significato, ognuna ha il proprio valore e porta con sé un messaggio specifico. Il loro utilizzo varia a seconda delle popolazioni, ma punto fermo rimane la loro funzione di seduzione, poiché i colori usati servono a catturare gli sguardi, come il rumore che fanno – nei gioielli più complessi- battendo una contro l’altra.

    Un altro materiale naturale amatissimo dall’artigianato africano è il cauri. Questa piccola conchiglia, la cui forma richiama il sesso femminile, è di origine maldiviana, sebbene il suo nome derivi dal sanscrito.

    Conosciuta già in epoca imperiale – i faraoni la collocavano nelle tombe – si diffuse nel continente africano grazie soprattutto alle carovane: ne sono stati ritrovati esemplari nel Sahara (rinvenuti da una carovana abbandonata nel XI° secolo) e nel Mali. Le preziose conchiglie venivano scambiate con l’oro ed utilizzate per abbellire ornamenti, ma si usavano anche come moneta e merce di scambio e fu con questa funzione che i cauri raggiunsero le zone più remote dell’Africa, fino al Congo.

    L’oro veniva utilizzato prevalentemente per gli ornamenti e non per la sua funzione monetaria. Estratto e lavorato soprattutto nella zona subsahariana diede origine ad un sofisticato e ricercato artigianato di oreficeria. I geografi arabi del Medioevo parlano con enfasi ed entusiasmo di alcuni piccoli anelli a torciglione provenienti dal “Wangara”, il paese dell’oro. L’abilità degli orefici, soprattutto senegalesi, era insuperabile: seppero intrecciare in modo superlativo le influenze europee con quelle del Nord Africa fino a renderle irriconoscibili, e i loro manufatti vennero venduti e copiati dai mercanti europei per secoli.

    Si racconta però anche del gran timore che si aveva verso questo metallo. Secondo alcune leggende questo materiale brillante, inossidabile e dai mille riflessi era dotato di vita propria, infusa d’uno spirito maligno capace di uccidere e rendere pazzi, di crescere, moltiplicarsi e spostarsi nello spazio.

    Nonostante queste credenze, comunque, i mercanti europei rimasero sempre abbagliati dai mobili in oro dei regnanti africani.

    Esempi della grandiosità e dell’importanza dei gioielli in oro presso le tribù africane le ritroviamo nei resoconti di viaggio di quegli esploratori che giunsero in Mali e videro la spettacolarità degli ornamenti delle donne Fulbe. Gli orecchini, quadrilobati e a torciglione possono raggiungere dimensioni importanti e pesare fino a 300 grammi. Per rendere più sopportabile il peso degli elementi più pesanti le donne legano un laccio di cuoio rosso ad un orecchino, lo fanno passare sopra la testa e poi lo legano all’altro, in modo da renderli quasi sospesi. Questi sontuosi orecchini si accompagnano spesso a grossi grani bicono appesi alla collana e realizzati con la tecnica della granulazione. L’insieme -che già darebbe un’ immagine di opulenza- è arricchito da ornamenti da naso e da acconciatura realizzati con perle d’ambra.

    Oltre ai senegalesi gli orafi più abili erano gli Akan, in Ghana. I portoghesi vi giunserio nel XV° secolo e subito si resero conto della ricchezza che prosperava in quelle terre – tanto che le ribattezzarono Costa d’Oro. Gli Akan costituivano un gruppo etnico diviso in piccoli stati, ma il capo di ogni stato e tribù indossava alle braccia, collo e gambe collane, catene, gioielli ed ornamenti in oro di tutte le forme, mentre i capelli e la barba erano decorati da perline d’oro, colorate e sonagli. Le mogli dei capi indossavano bracciali e anelli in oro, e fili d’oro ne decoravano il corpo. Il commercio con i portoghesi spinse gli Akan ad incrementare la produzione, cercando nuove ispirazioni, ma anche – ad un certo punto – l’ottone, per poter falsificare i gioielli destinati al mercato europeo.

    I gioielli in oro erano destinati ai riti, alle feste e in queste occasioni lo sfarzo la faceva da padrone: bracciali splendidi, cinture e anelli indossati ad ogni dito dei piedi e delle mani, collane e acconciature.Nelle celebrazioni più importanti si indossavano i pettorali, chiamati anche “dischi dell’anima” perchè destinati a notabili e sacerdoti che avevano il compito di purificare l’anima del capo, anche se il loro uso era diverso da tribù a tribù e spesso chi li indossava era indicato come messaggero del sovrano o fidato servitore.

    Anche il bronzo viene impiegato nell’artigianato africano da tempo immemorabile. Le tecniche di fusione consentono grande libertà e fantasia nell’esecuzione di gioielli e decorazioni. Presso le popolazioni nomadi del Niger le ragazze più giovani portano cavigliere in bronzo incise a motivi islamici e il fatto che il peso di questi ornamenti impediscano quasi il movimento è considerato una particolare attattiva. In Costa d’Avorio alcuni bracciali in bronzo di grandi dimensioni vengono utilizzati nei santuari, come mezzi di divinazione e come mezzo per comunicare con gli spiriti. Altri bracciali ancora vengono indossati arricchiti di sonagli e pietre colorate e ogni parte aggiunta simboleggia la ricchezza di chi li indossa, mentre nelle tribù delle Liberia le cavigliere in bronzo fanno parte della dote della sposa.

    Collane in bronzo decorate con teste di bufalo vennero realizzate dagli artigiani del Camerun per i propri dignitari. I bufali, animali rispettati per la loro forza e astuzia, venivano riprodotti in queste collane perchè rappresentavano l’importanza sociale di chi le indossava: solo i più alti dignitari infatti si sedevano, nelle assemblee, su teschi di bufalo.

    L’argento, prediletto invece dagli artigiani delle zone rurali e dalle tribù nomadi rappresenta la purezza e l’onestà.

    Anelli in argento dalle forme allungate vengono usati nelle popolazioni nomadi (soprattutto Berberi e Tuareg) come porta tabacco, e sono riservati ai capi o agli invitati d’alto rango; su alcuni anelli da uomo vi è anche raffigurato un combattente a cavallo: questi sono riservati ai guerrieri, cavalieri o “capi militari” e vanno indossati durante i riti cerimoniali e le preghiere rituali.

    I colori esplosero nella ricchezza della gioielleria smaltata, grazie agli orafi ebrei che si rifugiarono in Africa nel periodo dell’Inquisizione, e vi introdussero la tecnica del cloisonnèe e della niellatura. Gli smalti dai colori sgargianti impreziosiscono ancora oggi ogni gioiello, fino a farlo diventare un pezzo unico: il giallo solare, il verde sgargiante, il bianco- colore della luce e il blu e il nero, che proteggono dal malocchio.

    Gli elementi decorativi utilizzati prendono spunto soprattutto dalla natura: dallo sciacallo che allonatana gli spiriti maligni, alla salamandra che protegge dagli incendi, al serpente grande difensore della vita; la melagrana simbolo di fertilità, le mandorle di immortalità, la spirale l’eternità.

    Gli artigiani africani, chiamati a riprodurre nella loro arte le conoscenze e le tecniche acquisite dalle tribù attraverso i secoli sanno proporre ancora oggi gioielli ed ornamenti che rimandano alle antiche tradizioni delle popolazioni che da secoli abitano questo continente.

    http://www.ethnos.biz

    http://www.youtube.com/watch?v=nZLbH1LoeD0

  38. ACROSTICO AUGURALE

    Auguri di buona guarigione
    fremono di arrivare a destinazione.
    Riprenditi presto, Giuseppe caro
    invio a te un abbraccio raro.
    Con tante coccole molto gioconde
    a chi tanta simpatia infonde.

  39. LEGGENDE AFRICANE

    Il leone ingrato

    Molto tempo fa, in un piccolo villaggio, viveva un leone. Disturbava continuamente la gente del villaggio e uccideva chiunque passasse vicino alla sua capanna. Il re del villaggio allora indisse una riunione straordinaria. In essa tutti i cacciatori del villaggio decisero di andare in cerca del leone e di ucciderlo.
    Costruirono anzitutto una capanna molto resistente, dove potessero rinchiudere il leone prima di ucciderlo. I cacciatori riuscirono poi a catturare il leone e lo rinchiusero nella capanna in attesa di punirlo senza pietà.
    Il giorno dopo, un uomo stava passando vicino alla capanna: il leone lo supplicò di aprire la capanna e di farlo uscire. L’uomo all’inizio resistette, ma poi cedette alla continua implorazione del leone e aprì la capanna. Appena il leone usci fuori si avventò sul’uomo cercando di ucciderlo. Questi pregò il leone di risparmiarlo, ma inutilmente.
    La gente che passava di là informò il villaggio di quello che stava succedendo. L’uomo e il leone raccontarono la loro versione dei fatti. Morti patrocinavano la morte dell’uomo, molti altri imploravano clemenza.
    Passava di là un lupo, che viveva nelle vicinanze del villaggio, e si fermò ad ascoltare la controversia. Chiese poi le diverse argomentazioni.
    L’uomo disse al lupo che incontrò il leone nella capanna dove stava soffrendo: lo supplicò di aprire la capanna per poter uscire. Così fece, ma il leone dopo essere uscito cercò dl ucciderlo.
    Il lupo ascoltò molto attentamente il racconto dell’uomo. Il lupo, animale molto saggio e intelligente, disse che non gli erano chiari i termini della controversia, per cui proponeva una dimostrazione. Consigliò di tornare alla capanna per verificare sul posto l’accaduto. Allora l’uomo tornò alla capanna, aprì la porta e il leone vi entrò; il lupo chiese di riportare la porta nella posizione originaria. L’uomo e il leone dissero che era chiusa ermeticamente: l’uomo allora chiuse la porta con il lucchetto, cosicché il leone non potesse uscire.
    Il lupo parlò al leone e gli disse:
    «Sei un ingrato: una persona ti ha aiutato a uscire dalla capanna e tu volevi ucciderla. Perciò tu rimarrai nella capanna e vi morirai, mentre l’uomo andrà via libero.
    L’uomo fuggì via in fretta, mentre il leone rimase dentro la capanna a soffrire.

  40. LEGGENDE AFRICANE

    Il Sole e la Luna

    Tanti anni fa il sole e l’acqua erano grandi amici, entrambi vivevano insieme sulla terra. Il sole andava a trovare l’acqua molto spesso, ma l’acqua non gli contraccambiava mai la visita. Alla fine il sole domandò all’acqua come mai non andava mai a trovarlo a casa sua. L’acqua rispose che la casa del sole non era sufficientemente grande, e se lei ci andava con i suoi famigliari, avrebbe cacciato fuori il sole. Poi l’acqua aggiunse:

    – Se vuoi che venga a trovarti, devi costruire una fattoria molto grande, ma bada che dovrà essere un posto sconfinato, perché la mia famiglia è molto numerosa e occupa un molto spazio.

    Il sole promise di costruirsi una fattoria molto grande, e subito tornò a casa dalla moglie, la luna, che lo diede ospitalità con un ampio sorriso quando lui aprì la porta. Il sole disse alla luna ciò che aveva promesso all’acqua, il giorno dopo incominciò a costruirsi una fattoria sconfinata per ospitare la sua amica. Quando essa fu pronta, chiese all’acqua di venire a fargli visita il giorno seguente. Nel momento in cui l’acqua arrivò chiamò fuori il sole e gli domandò se poteva entrare senza pericolo, e il sole rispose:

    – Sì, entra pure, amica mia.

    Allora l’acqua cominciò a riversarsi, accompagnata dai pesci e da tutti gli animali acquatici. Poco dopo l’acqua arrivata al ginocchio domandò al sole se poteva ancora entrare senza pericolo, e il sole rispose:

    – Sì

    L’acqua seguitò a riversarsi dentro. Allorché l’acqua era al livello della testa di in uomo, l’acqua disse al sole:

    – Vuoi che la mia gente continui ad entrare?

    Il sole e la luna risposero:

    – Sì.

    Risposero così perché non sapevano che altro fare, l’acqua seguitò ad affluire, finchè il sole e la luna dovettero rannicchiarsi in cima al tetto. L’acqua si rivolse al sole con la stessa domanda, ma ricevette la medesima risposta, e la sua gente seguitava a riversarsi dentro, l’acqua in breve sommerse il tetto, e il sole e la luna furono obbligati a salire in cielo, dove da allora sono rimasti.

  41. LEGGENDE AFRICANE

    L’origine della morte

    La Luna una volta mandò un insetto agli uomini dicendo:

    – Và dagli uomini e di loro: “Come io muoio, e morendo vivo; così anche voi morirete, e morendo vivrete”.

    L’insetto partì con il messaggio, ma mentre era in cammino lo raggiunse la lepre, che gli chiese:

    – Che incarico ti hanno dato?

    L’insetto rispose:

    – Mi manda la Luna dagli uomini a dir loro che come lei muore e morendo vive, così loro moriranno e morendo vivranno.

    La lepre disse:

    – Visto che come corridore tu vali poco, ci vado io.

    Dette queste parole scappò via, e quando giunse dagli uomini disse loro:

    – La Luna mi manda a dirvi: “Come io muoio e morendo perisco, allo stesso modo anche voi morirete e sarete finiti per sempre”.

    Poi la lepre tornò dalla Luna e le disse quello che aveva detto agli uomini. La Luna la rimproverò imbestialita, dicendo:

    – Come ti permetti di dire alla gente una cosa che io non ho detto?

    La Luna afferrò un pezzo di legno e colpì la lepre sul muso. Da quel giorno la lepre ha il muso spaccato, ma gli uomini credono a ciò che la lepre ha detto loro.

  42. LEGGENDE AFRICANE

    Il figlio del vento

    Il figlio del vento una volta era un uomo. Quando era un uomo, andava sempre a caccia e faceva ruzzolare una palla; ma poi diventò un uccello e così volava, non camminava più come faceva quand’era un uomo. Quando si trasformò in un uccello, volò in alto e andò a stare in un nido sulla montagna. Il nido sulla montagna era casa sua, e ogni giorno lui volava e poi, più tardi, tornava. In questo nido dormiva, e la mattina, appena sveglio lo lasciava pre andare in cerca di cibo. Lo cercava dappertutto e mangiava, mangiava, mangiava finché era sazio. Poi tornava nel suo nido sulla montagna per dormire. Ma quand’era uomo, se ne stava zitto e buono. Una volta, mentre faceva ruzzolare la sua palla, gridò a Natati:

    – Nakati, guarda come corre!

    E Nakati esclamò:

    – O compagno, è proprio vero corre!

    Lo chiamò compagno perché non sapeva il suo nome. Ma era stato proprio colui che è il vento a dire:

    – Nakati, guarda come corre!

    Però, siccome non sapeva come si chiamasse, Nakati andò a domandarlo a sua madre:

    – Madre – disse – dimmi come si chiama quel nostro compagno laggiù. Lui mi chiama per nome, ma io non so il suo, e vorrei saperlo, quando gli rimando la palla.

    – No, per ora non ti dirò come si chiama, te lo dirò e ti permetterò di dirlo soltanto quando tuo padre avrà fatto un riparo solido alla nostra capanna. E allora, quando ti dico il suo nome, appena l’ ho pronunciato devi subito scappare e correre a casa, così potrai rifugiarti dietro il riparo della capanna.

    Natati andò ancora a giocare col suo compagno e a far ruzzolare la palla. Quando smisero, Nakati tornò ad interrogare la madre, e lei esclamò:

    – Lui è erriten-kuan-kuan, è gau-gaubu-ti!

    Il giorno dopo Nakati andò d nuovo a giocare a palla col suo amico. Però non pronunciò il nome del compagno di gioco, perché la madre l’aveva avvertito di stare zitto su quel argomento, anche quando l’altro lo chiamava per nome. Gli aveva detto:

    – Quando arriverà il momento che potrai chiamarlo per nome, devi scappare subito a casa.

    E Nakati andò ancora a giocare a palla con l’amico, continuando a sparare che un giorno suo padre avrebbe finito di fare il riparo per la capanna. Finalmente vide che il padre si era seduto, che aveva finito. Allora, quando vide questo, gridò:

    – Guarda come corre, o erriten-kuan-kuan! Guarda come corre, o gau-gaubu-ti!

    Lo disse, ed immediatamente scappò via corse a casa. Subito il suo compagno cominciò a pencolare, e poi cadde. Disteso là per terra, sferrava calci terribili sul vlei. E mentre lui scalciava, le capanne volavano via, i cespugli sparivano, e la gente non riusciva a vedere per la gran polvere. Così soffiava il vento. Quando la madre del vento uscì dalla sua capanna per prenderlo e rimetterlo in piedi, lui si divincolò perché voleva restare per terra. Però la madre lo agguantò stretto e lo rimise in piedi. E così, per via di tutto questo, noi che siamo i Boscimani diciamo:

    – A quanto pare il vento sta per terra, perché soffia forte. Quando il vento sta in piedi, allora sta zitto e buono. Lui fa così. Il rumore che si sente lo fa con le ginocchia; ecco che cos’è che fa quel rumore. Avevo desiderato che soffiasse gentilmente per noi, cos’ potevamo uscire, e salire su quel posto laggiù, e guardare il letto di quel fiume laggiù, che sta dietro la collina. Perché abbiamo stanato le gazzelle da quel posto. Sono andate al letto prosciugato di quel fiume laggiù, che sta dietro la collina.

  43. LEGGENDE AFRICANE

    La sposa

    C’era una volta un bellissimo topolino bianco, che diventava sempre piu’ bello man mano che cresceva. I suoi genitori, un po’ preoccupati per il suo futuro, si chiedevano spesso dove avrebbero trovato una moglie degna per lui.
    Quando arrivo’ il momento di cercare una moglie decisero che solo nella famiglia di Dio poteva esserci una ragazza giusta per lui. Cosi’, come era solito fare nella tradizione dei topolini africani, gli anziani componenti della famiglia andarono da Dio a chiedergli una moglie per il bel topolino. Giunti alla casa di Dio, gli anziani vecchietti entrarono e dissero: “Signore nostro, siamo venuti per cercare la giusta sposa per nostro nipote, il bellissimo topolino bianco, solo tu puoi aiutarci! Dio allora disse: “Grazie per essere venuti e avere avuto fiducia in me, io vi aiutero’. Dovete andare alla casa del Vento, lui e’ piu’ veloce di me, ma attenti a correre forte per raggiungerlo e potergli parlare! Allora i vecchi topolini si incamminarono verso la casa del Vento. Ma giunti la’, il Vento disse loro: “Vi ringrazio, per essere venuti qui ma il Mare e’ piu’ forte e grande di me, andate da lui e aspettate… la marea vi condurra’ nella giusta direzione. Cosi’ andarono in mezzo al mare con una barchetta. Giunse l’ alta marea e il mare con le sue onde inizio’ a parlare: “Topolini cari, grazie per essere venuti, purtroppo ho portato tante cose con la marea, ma non ho la topolina che cercate; andate dalla Montagna, lei e’ piu’ alta e stabile rispetto a me: sapra’ aiutarvi. A quel punto i messaggeri andarono dalla Montagna, la quale li ringrazio’ e disse loro: “Grazie topolini, so gia’ quello che cercate, dalla mia alta vetta riesco a vedere tutto! C’ e’ una creatura piu’ potente, che mi sbriciola dalle fondamenta: abita la’, andate a trovarla! I topolini ormai stanchi e un po’ sfiduciati, andarono nella casa che gli era stata indicata e videro che era la casa di un Topo. Il capofamiglia disse loro: “Avete trovato la moglie per il vostro bellissimo topolino bianco!. Che gioia! E cosi’ il bellissimo topolino bianco trovo’ una moglie degna di lui.

    http://www.oasidelpensiero.it

  44. Tosca, la visione del tuo video mi ha fatto venire le lacrime agli occhi e capisco quanto, le bestie siano più profonde e umane degli uomini stessi.

  45. Buona domenica a tutti..Ho trovato queste ninne nanne africane distinte per sesso ..

    Ninna nanna per i maschietti
    Dì così, padre:
    possa tu vivere a lungo,
    vivi a lungo, padre,
    padre, che tu possa vivere a lungo!
    Si sacrificano tori là al villaggio;
    perché tu possa vivere più a lungo.
    Ne sacrificano uno a Naitakwae,
    perché tu viva a lungo, padre.
    Anche a Nawatanao lo sacrificano.
    Sarai vecchio, tu!
    Che tu possa vivere a lungo.
    Vivi a lungo, padre!
    (Ninna nanna karimojong, Uganda)

    La ninna nanna è definita “per i maschietti” perché le mamme karimojong cantano ai figli maschi parole diverse da quelle per le bambine. Nella ninna nanna i bambini sono visti come se fossero già adulti maturi ai quali si augura lunga vita.

  46. Questa è invece una cantilena….

    Il cuore

    Il cuore per odiarti?
    Lungi da me, come la luna! Il cuore per amarti?
    Vicino, come la soglia di casa nostra!
    (Cantilena delle donne baciga, Burundi).

  47. Ndjock Ngana – Poeta camerunense che vive a Roma,
    autore della raccolta di poesie Nhindo nero.

    A UNA DANZATRICE NEGRA

    Negra mia calda voce d’Africa
    Terra d’enigma e frutto di ragione
    Danza per la nuda gioia del tuo sorriso
    Per l’offerta del tuo seno e di segrete virtù
    Danza per l’aurea leggenda di notti nuziali
    Per i tempi nuovi e i secolari ritmi
    Negra infinito trionfo di sogni e di stelle
    Amante docile alla stretta dei Kora
    Danza per la vertigine
    Per la magia delle reni che il mondo ricominciano
    Danza sei
    E intorno a me bruciano i miti
    Intorno a me le parrucche del sapere
    In gran fuochi di gioia nel cielo dei tuoi passi
    Danza sei
    E i falsi addii ardono nella tua fiamma verticale
    Sei il viso dell’iniziato
    Che sacrifica la follia ai piedi dell’albero-guardiano
    Idea del Tutto sei e voce dell’Antico.
    All’assalto delle chimere gravemente protesa
    Sei il Verbo che esplode
    In razzi miracolosi sulle rive dell’oblio.

  48. Africa: sesso e folklore

    Il continente africano è un crogiuolo di nazioni e di popoli dove esempi di progresso in stile occidentale si affiancano a luoghi dove la condizione umana è ancora legata a pratiche che si tramandano da migliaia di anni. Questo è un continente dove è possibile trovare i prodotti della più moderna tecnologia o utensili molto somiglianti a quelli degli uomini primitivi, dove è possibile assistere ad esempi di sviluppo civile ed economico o alla distruzione provocata da guerre tremende, dove la popolazione vive la propria sessualità tra le moderne case chiuse delle città e i riti tribali delle zone più interne e isolate.

    Parlare di sesso e Africa, quindi, può significare entrare in contatto con la mentalità importata insieme a modelli e stili di vita europei e americani o venire a conoscenza con un variegato mondo legato al folklore, alle pratiche religiose e alle credenze delle numerose popolazioni che la abitano. Per esempio, presso il popolo dei Bidjogo, in Guinea, resiste una pratica che farebbe morire d’invidia molte donne occidentali. Infatti, presso questa etnia sono solo gli uomini a dover rispettare l’obbligo di fedeltà mentre le donne, raggiunta la maturità, godono del beneficio di poter fare sesso con chi vogliono e di scegliersi addirittura il marito. Come? Scelto l’uomo tra quelli non maritati la giovane donna lo invita a trascorrere con se una notte intera lasciando davanti alla sua capanna una ciotola di riso e nel caso in cui rimanga soddisfatta della prestazione lei ripete la stessa operazione la notte successiva.

    L’uomo deve quindi accettare la “proposta di matrimonio” raccogliendo la seconda ciotola di riso dal cui rifiuto otterrebbe, invece, un grande disonore. In Costa D’Avorio un altro interessante rituale vede gli uomini di nuovo oggetto “dell’attenzione femminile”. Durante una festa collettiva, infatti, l’usanza vuole che per propiziare il favore degli spiriti siano le donne a costringere gli uomini ad amplessi multipli che loro stesse hanno il dovere di comandare, mentre i “poveri” partner sono costretti a subire la voracità sessuale femminile. Una situazione che, probabilmente, molti altri maschietti sognerebbero di vivere in prima persona. Ancora, presso la tribù dei Dagari viene concesso alle donne di avere rapporti extraconiugali a patto, però, che gli uomini con cui decidono di trastullarsi svolgano, gratis, dei lavori per i loro mariti. Chissà, forse una forma di ricompensa che tenta, almeno, di salvare l’apparenza per questi sfortunati uomini.

    http://www.ciaoo.it

    http://www.youtube.com/watch?v=_d4gC03x9is

  49. Ciao Raffaele, Daniele e Rita. Un ciao speciale a te Rita che torni dopo un po’ di tempo di silenzio. Ho letto con attenzione tutto quelle che avete postato. Oggi fa freddo e sono riuscita, incredibilmente, a ritagliarmi un bel po’ di tempo per il mio relax. Invece di stupidirmi davanti alla TV per fortuna ci siete voi su questo blog. Insolito scoprire in Africa, secondo quel che ha inviato Rita, un aspetto dove la donna vive la propria sessualità quasi da padrona sull’uomo. Purtroppo a me è venuto in mente un triste aspetto legato alla sessualità delle donne africane.

    Ecco a voi, copiato e incollato dal sito: http://www.unicef.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/3132
    Mutilazioni genitali femminili.
    Le mutilazioni genitali femminili (MGF) sono un fenomeno vasto e complesso, che include pratiche tradizionali che vanno dall’incisione alla asportazione, in parte o in tutto, dei genitali femminili esterni.
    Bambine, ragazze e donne che le subiscono devono fare i conti con rischi gravi e irreversibili per la loro salute, oltre a pesanti conseguenze psicologiche.
    Si stima che in Africa il numero di donne che convivono con una mutilazione genitale siano tra i 100 e i 140 milioni. Dati gli attuali trend demografici, possiamo calcolare che ogni anno circa tre milioni di bambine si aggiungano a queste statistiche.
    Gran parte delle ragazze e delle donne che subiscono queste pratiche si trovano in 28 Paesi africani, sebbene una parte di esse viva in Asia.
    Sono in aumento anche casi simili in Europa, Australia, Canada e negli Stati Uniti, soprattutto fra gli immigrati provenienti dall’Africa e dall’Asia sud-occidentale.
    Dichiarazione delle agenzie ONU sulle MGF (feb. 2008).

    Pregiudizi alla base delle MGF
    Le mutilazioni genitali femminili (MGF) vengono praticate per una serie di motivazioni:
    * Ragioni sessuali: soggiogare o ridurre la sessualità femminile
    * Ragioni sociologiche: es. iniziazione delle adolescenti all’età adulta, integrazione sociale delle giovani, mantenimento della coesione nella comunità
    * Ragioni igieniche ed estetiche: in alcune culture, i genitali femminili sono considerati portatori di infezioni e osceni
    * Ragioni sanitarie: si pensa a volte che la mutilazione favorisca la fertilità della donna e la sopravvivenza del bambino
    * Ragioni religiose: molti credono che questa pratica sia prevista da testi religiosi (Corano)
    Le MGF vengono praticate principalmente su bambine tra i 4 e i 14 anni di età. Tuttavia, in alcuni paesi vengono operate bambine con meno di un anno di vita, come accade nel 44% dei casi in Eritrea e nel 29% dei casi nel Mali, o persino neonate di pochi giorni (Yemen).
    Ad eseguire le mutilazioni sono essenzialmente donne: levatrici tradizionali o vere e proprie ostetriche.
    Le MGF sono considerate un servizio di elevato valore, da remunerare lautamente: lo status sociale e il reddito di chi le compie è direttamente connesso all’esito di questi interventi.
    Una pratica da condannare senza mezzi termini
    L’UNICEF considera le mutilazioni genitali femminili, in qualunque forma, una palese violazione dei diritti della donna.
    Le MGF sono discriminatorie e violano il diritto delle bambine alla salute, alle pari opportunità, a essere tutelate da violenze, abusi, torture o trattamenti inumani, come prevedono tutti i principali strumenti del diritto internazionale.
    Le ragazze che le subiscono sono private anche della capacità di decidere sulla propria salute riproduttiva.
    Oltre che umilianti, le mutilazioni genitali sono estremamente dolorose. Le bambine che vi sono sottoposte possono morire per cause che vanno dallo shock emorragico (le perdite ematiche sono cospicue) a quello neurogenico (provocato dal dolore e dal trauma), all’infezione generalizzata (sepsi).
    Per tutte, l’evento è un grave trauma: molte bambine entrano in uno stato di shock a causa dell’intenso dolore e del pianto irrefrenabile che segue.
    Conseguenze di lungo periodo sono la formazione di ascessi, calcoli e cisti, la crescita abnorme del tessuto cicatriziale, infezioni e ostruzioni croniche del tratto urinario e della pelvi, forti dolori nelle mestruazioni e nei rapporti sessuali, maggiore vulnerabilità all’infezione da HIV/AIDS, epatite e altre malattie veicolate dal sangue, infertilità, incontinenza, maggiore rischio di mortalità materna per travaglio chiuso o emorragia al momento del parto.

    Ho appreso anche dell’altro da questo sito:http://donna.tiscali.it/articoli/09/10/mutilazione_genitali_bambine_rischio_123.html

    Mutilazioni genitali: bambine africane a rischio anche in Italia
    01 ottobre 2009. Sono più di mille le bambine e le adolescenti immigrate da Paesi africani che hanno già subito, o potrebbero subire nel nostro Paese, mutilazioni genitali. E sono circa 35 mila le donne immigrate che sono state vittime di questa pratica prima di venire in Italia o una volta giunte qui. La denuncia è contenuta in una ricerca del luglio 2009.

    A questo punto penso che siamo quasi ad un mese di distanza dal giorno della “Festa della donna”, mi auguro che qualcosa nel frattempo si muova veramente per dissuadere queste popolazioni da simili pratiche.

  50. Popolazioni della savana

    I Masai

    Il popolo più conosciuto di questo ambiente è il popolo Masai.
    I Masai sono un insieme di gruppi accomunati dalla medesima lingua e da somiglianze culturali e social, che vivono dispersi tra il Kenya e la Tanzania. Vivono principalmente di pastorizia, ma si dedicano anche all’agricoltura e al commercio. L’allevamento fornisce gli alimenti base della dieta dei guerrieri; essi, infatti, si cibano esclusivamente di latte, carne e sangue bovino. I vecchi e le donne si nutrono anche di burro, legumi e farina. Tutti consumano molto miele, e il tabacco è permesso solo alle donne e ai vecchi.
    Questo popolo, le cui radici risalgono a tempi antichi, vanta importanti tradizioni, dalle cerimonie religiose a quelle di iniziazione dei giovani guerrieri. Gli uomini portano i capelli lunghi, acconciati in ciocche compatte impastate con ocra rossa e grasso animale, mentre le donne (vedi immagine), i vecchi e i bambini devono rasarsi accuratamente. Un’altra usanza particolare tra i Masai è quella di cambiare nome ad ogni passaggio nelle varie fasi della vita, dall’infanzia alla vecchiaia.
    Tra tutti gli abitanti del villaggio, uno in particolare riveste un’autorità superiore: il-oi-boni, una sorta di capo, che è anche guaritore, e che possiede poteri per effettuare profezie e divinazioni attraverso il lancio delle pietre, l’ispezione delle viscere animali, l’interpretazione dei sogni e l’interrogazione oracolare.
    I Masai credono nell’esistenza di due divinità sovrumane: il dio rosso, malefico e portatore di siccità, e il dio nero, benevolo e in grado di far piovere. Le due figure divine sono oggetto di offerte sacrificali e rituali propiziatori soprattutto con l’erba, che tra i Masai assume un carattere religioso e un forte valore simbolico, tanto che, se combattono un nemico e vogliono far pace, porgono l’erba come segno di pace.

  51. I Boscimani

    Un altro popolo, un tempo molto numeroso e oggi ridotto solo a poche centinaia di individui, è quello dei Boscimani, presente nel deserto del Kalahari.
    La loro economia è basata esclusivamente sulla caccia, praticata dagli uomini e integrata dalla raccolta di radici e semi, praticata invece dalle donne e dai bambini.
    Il modo di vivere e l’organizzazione sociale dei Boscimani sembrano molto simili a quelli delle genti del tardo Paleolitico, ed è per questo motivo che sono oggetto di approfonditi studi antropologici.
    Ancora oggi, i Boscimani applicano le tecniche di caccia descritte negli antichi graffiti su rocce: l’agguato teso stando appiattiti al suolo, e poi il lancio delle frecce avvelenate contro la preda. Oltre all’arco, per la caccia vengono usati la clava con testa di pietra, il bastone da scavo, il coltello raschiatoio di pietra e talvolta la lancia.
    Per fabbricare rudimentali vestiti sono usate solo le pelli non conciate; la scarsa acqua viene conservata entro i gusci d’uovo di struzzo. L’abitazione, un semplice paravento, viene eretta al momento della sosta, quando il cacciatore ha ucciso la preda. Questa viene consumata subito, leggermente scottata al fuoco, non essendo abitudine dei Boscimani provvedere a conservare gli alimenti. La struttura sociale è assai semplice, fondata sulla famiglia monogamica. Ogni famiglia ha un suo territorio di caccia nell’ambito di quello più vasto, ma rigorosamente definito, della tribù.
    Le difficili condizioni ambientali e il genere di vita nomade impongono severe norme di vita, che in passato dovevano essere più facili, come appare dal ricco e vivace patrimonio di miti e leggende e dalla caratteristica stessa dell’Essere supremo, un tempo buono e oggi cattivo per le crudeli lotte che ha dovuto sostenere.
    I Bantu prima e gli europei dopo hanno proceduto a un sistematico sterminio dei Boscimani. Molti dei gruppi originari sono scomparsi o ridotti a poche decine d’individui tanto che, attualmente, il popolo dei Boscimani è rappresentato da 10 – 15000 individui.
    Oggi il loro territorio è diventato luogo di ricerca per le risorse naturali, senza tenere conto delle conseguenze che ciò potrà avere sui Boscimani.
    Dopo anni di indifferenza da parte dei governi africani, sta ora crescendo la sensibilità verso il problema delle minoranze indigene che rischiano di scomparire. La collettività ha ora compreso l’importanza del grande patrimonio culturale e artistico dei Boscimani, considerati fra i più significativi della storia dell’umanità.

  52. Gli elefanti: animali a rischio di estinzione

    Avorio

    Intorno all’avorio e ai suoi commerci si intrecciano problemi ecologici, rapporti commerciali fra Nord e Sud del mondo, e l’ombra di stupidi e inutili consumi.
    L’avorio è fornito dalle zanne dell’elefante maschio e femmina d’Africa e dell’elefante maschio dell’India. Le zanne degli elefanti maschi d’Africa pesano da 5 a 50 chilogrammi, quelle delle femmine pesano circa 5 – 6 kg: le zanne degli elefanti d’India pesano 25 – 30 kg. L’avorio è costituito per oltre la metà da fosfato di calcio e per il resto da sostanze organiche.
    L’avorio è oggetto di commercio fin dal secolo scorso: era importato soprattutto dai paesi europei e dagli Stati uniti principalmente per la fabbricazione delle palle da biliardo e dei tasti per pianoforte, oltre che per la fabbricazione di ornamenti e monili. Il commercio dell’avorio in Africa si intrecciavano col commercio degli schiavi e entrambi originavano inaudite sofferenze ai nativi – oltre che agli elefanti, naturalmente. Col passare del tempo la popolazione degli elefanti africani è andata rapidamente diminuendo: da alcuni milioni di unità è scesa a poco più di un milione di unità negli anni sessanta e settanta del Novecento, durante i quali si è creata una nuova corrente di esportazione dell’avorio verso l’Estremo Oriente, soprattutto Giappone, Hong Kong, Taiwan.
    Nel 1988 gli intagliatori giapponesi di avorio hanno trasformato 64 tonnellate di zanne in un milione di sigilli con su inciso il nome del proprietario. Dal 1979 al 1987 Hong Kong ha importato 3.900 tonnellate di avorio ottenuto uccidendo più di 400.000 elefanti.
    In pochi anni la popolazione di elefanti è scesa a 500.000 unità e gli organismi internazionali hanno deciso di includere gli elefanti africani fra le specie minacciate di estinzione. Il commercio ufficiale dell’avorio è stato prima limitato e poi vietato, ma è continuato, fiorente, quello di contrabbando alimentato da cacciatori di frodo che hanno fatto ulteriormente diminuire la popolazione degli elefanti fino agli attuali valori, stimati fra 150 e 300 mila unità.
    Nei numerosi passaggi clandestini e illegali fra i bracconieri e gli importatori giapponesi l’avorio aumenta di prezzo anche di duemila volte: poche lire restano ai nativi che uccidono gli elefanti e il maggior guadagno va a chi lavora e commercia l’avorio.
    Il divieto, a partire dal 1989, del commercio dell’avorio ha avuto poco successo anche perché ci si trova di fronte ad una serie di contraddizioni che coinvolgono l’economia di paesi poverissimi, la necessità di salvare animali minacciati di estinzione, la speculazione internazionale che alimenta un mercato di oggetti frivoli e inutili.
    In una delle periodiche conferenze del Cites (la convenzione internazionale sul commercio delle specie vegetali e animali minacciate di estinzione) è stato fatto un bilancio della situazione della popolazione residua di elefanti, alla fine del Novecento, ed è così emerso che, in certe zone africane protette, gli elefanti hanno ricominciato a riprodursi rapidamente e rappresentano addirittura una minaccia per le coltivazioni, mentre fuori dai parchi nazionali il numero degli elefanti e’ in diminuzione.
    I partecipanti alla conferenza del Cites hanno allora deciso di conservare l’attuale divieto del commercio, ma di autorizzare tre paesi africani (Botswana, Namibia e Zimbabwe) a vendere al solo Giappone una parte delle 150 tonnellate di zanne che hanno al loro interno, accumulate dalla caccia degli anni passati. Il Giappone si impegna a non riesportare l’avorio

  53. africa e tribù

    TUAREG
    Popolazione dell’Africa settentrionale stanziata in prevalenza nel Sahara centrale e centro-meridionale. Rispetto ai berberi arabizzati sono caratterizzati da alta statura, corporatura molto longilinea, testa alta e allungata con faccia ampia in cui risaltano un naso quasi aquilinio e l’occhio con la palpebra superiore formante una tipica plica. Originariamente pastori nomadi, sono diventati anche abili allevatori di cammelli e cavalli; Diffusa è la lavorazione dell’argento, delle pelli, delle stuoie e di tappeti e tessuti che realizzano con lana di cammello.

    AKAN
    Gruppo di popolazioni dell’Africa occidentale, che occupa una vasta regione della Costa d’Avorio al Togo; essi parlano una serie di lingue. La struttura sociale è di tipo patriarcale basata su grandi famiglie raggruppate in clan sia matrilineari; le varie tribù sono rette da un capo elettivo ed erano raggruppate in federazioni oggi sciolte.

    ROTSE
    Popolazione Africana di lingua bantu stanziata in regioni occidentali della Zambia. Sono agricoltori e allevatori.

    HERERO
    Popolazione bantu dell’Africa sud-occidentale. Oggi sono confinati in riserve nelle steppe della Repubblica Sudafricana.

    BERBERI
    I Berberi sono uno dei tanti popoli Africani. Essi hanno una lingua propria e discendono da antichi popoli mediterranei. In epoca protostorica , questo popolo non si è mai fatto sottomettere dai conquistatori, e quindi hanno conservato le loro tradizioni originarie. La loro economia si basa sull’ agricoltura, mentre l’ allevamento e più frequente per i Berberi del Rift Valley, Che vivono allo stato nomade o seminomade con allevamenti, in particolare di pastorizia come: pecore, bovini, dromedari, cavalli e capre.

    BEDUINI
    Vi sono tre gruppi di maggiori tribù tutte di origine araba . I nomadi Beduini della penisola araba sono arrivati nel Deserto del Sinai, circa cinque secoli fa. Per i Beduini i cammelli e le capre sono molto importanti Perché provvedono latte per le famiglie, pelli per le tende e letame per i fuochi dell’ accampamento; poi il cammello che è il mezzo di spostamento viene chiamato “La nave del deserto”.

    MASAI
    Popolazione stanziata nell’area stepposa fra il Ruvu e l’eyasi (Tanzania), il Magadi e il Kilimangiaro (Kenya). Essi sono pastori un tempo nomadi.

    SOTHO
    Popolazione a economia agricolo-pastorale, apparente al gruppo bantu meridionale stanziata in vasti territori dell’Africa del sud.

    MAURI
    Popolazioni Saharaiane stanziate nella Mauritania e in parte nel Senegal.

    KONGO
    Popolazione Africana stanziata nella regione fluviale fra il pool Malebo e Matadi. I Kongo sono agricoltori sedentari, abili artigiani e attivi commercianti in origine organizzati in clan matrilineari, hanno mutato le loro strutture in senso patriarcale per influssi soprattutto europei, pur mantenendo vive alcune tradizioni originarie.

    LUBA
    Gruppo etno-linguistico africano stanziato in una vasta regione dalle sponde sud-occidentali del lago Tanganica fino al fiume Sankuru, a ovest, e all’alto corso del Kafue, a sud (Zaire-Zambia).

    LUNDA
    Popolazione stanziata nell’Africa centrale e nelle regioni del medio e alto bacino del Kasai e del medio bacino del Lulua. Sono agricoltori sedentari secondo strutture matrilineari.

    ACHOLI
    Tribù nilotica stanziata nell’Uganda settentrionale e nel Sudan meridionale.

  54. La magia è basata sulla credenza che un fluido possente percorra la natura e tutti gli esseri viventi. Questa forza può essere incanalata per ottenere una buona caccia, far piovere, eccetera. Nelle comunità tribali tale forza viene chiamata “mana” ed è usata dalle streghe e dagli stregoni (o”nganga”). Il mana diventa operante attraverso la evocazione degli spiriti, essenziali perché la forza agisca. Gli stregoni si rivolgono agli spiriti degli antenati perché li aiutino a trovare la cura per una malattia, o un ladro nella tribù.
    Per compiere magie bisogna essere nello stato d’animo adatto e concentrare la volontà su ciò che si vuol fare. Perciò spesso gli stregoni vanno in trance danzando e cantando freneticamente, finché non ritengono che il loro spirito guida si sia impossessato di loro: allora sono pronti a operare la magia.

    Sciamani

    In ogni società tribale esistono uomini e donne che agiscono da medium tra le persone, il mondo degli spiriti e le forze della natura. Si tratta degli sciamani, che hanno forti poteri medianici. Nella maggior parte delle tribù, sono sempre le stesse famiglie a fornire gli sciamani; la “chiamata” può venire da un sogno o da una malattia dalla quale la persona guarisce solo se accetta di diventare sciamano.
    Per mettersi in contatto con gli spiriti, lo sciamano deve andare in trance e qualche volta lo fa battendo un tamburo magico.

    Perché si usa la magia

    In una tribù la magia è parte essenziale della vita: praticandola, la gente si sente meno vulnerabile alle malattie e alle calamità.
    Nelle regioni calde e aride dell’Africa, molte tribù credono che un rituale magico appropriato porti la pioggia. Una delle funzioni più importanti dello stregone è proprio questa: un cattivo raccolto dovuto alla siccità può significare morte per la tribù. L’intera tribù è coinvolta nelle cerimonie per invocare la pioggia. Si danza, si canta, si prega, mentre lo stregone entra in uno stato di grande eccitazione per potersi rivolgere al dio della pioggia. Compito dello stregone è anche di assicurarsi che la ricerca del cibo sia coronata da successo, che vengano scoperti i criminali nella tribù e che le malattie vengano guarite.

    Magia buona e cattiva

    Molte tribù ritengono che malattie e disgrazie in genere siano causate dalla magia nera praticata da streghe cattive. Le streghe cattive potrebbero essere persone passate dalla magia buona a quella cattiva. É compito dello stregone scoprire, con vari metodi, chi è la strega cattiva.
    Alcuni metodi per scoprire le streghe cattive sono la divinazione con gli ossicini e la prova della reazione della gallina al veleno: se la gallina muore è segno di colpa. A volte il veleno viene somministrato all’accusato: il suo grado di malessere ne indica la colpa o l’innocenza.

    Il voodoo

    Il voodoo è un culto originario del Dahomey, in Africa, oggi praticato soprattutto nell’isola di Haiti e dai negri americani nel Sud degli U.S.A. (dove è chiamato “hoodoo”). Il voodoo si propone di mettere il fedele in contatto con il mondo soprannaturale degli spiriti, inclusi vari dèi e dee, e con le anime dei morti. Durante il rito le persone vengono possedute da uno spirito e vanno in trance. Attraverso i sacerdoti e le sacerdotesse (chiamati “hungan” e “mambo”), ci si rivolge agli spiriti, che regolano ogni aspetto della vita.

    Incantesimi e bone-pointing

    Per molte tribù di varie parti del mondo, gli effetti di un incantesimo (o maledizione o malocchio) sono immediati e mortali. In Australia, per giustiziare i criminali gli Aborigeni usano il metodo del “bone-pointing”. Un pezzo d’osso, appuntito da una parte e con un pezzo di gomma contenente capelli umani dall’altra, viene puntato contro la vittima dopo un certo rituale. Di solito la vittima si ammala subito e muore nel giro di poche ore di pochi giorni. Si pensa che questi metodi funzionino per suggestione: le vittime ritengono di essere ormai condannate e la paura e lo choc ne provocano davvero la morte.

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    Tutti i diritti sono dei
    rispettivi proprietari. La magia è basata sulla credenza che un fluido possente percorra la natura e tutti gli esseri viventi. Questa forza può essere incanalata per ottenere una buona caccia, far piovere, eccetera. Nelle comunità tribali tale forza viene chiamata “mana” ed è usata dalle streghe e dagli stregoni (o”nganga”). Il mana diventa operante attraverso la evocazione degli spiriti, essenziali perché la forza agisca. Gli stregoni si rivolgono agli spiriti degli antenati perché li aiutino a trovare la cura per una malattia, o un ladro nella tribù.
    Per compiere magie bisogna essere nello stato d’animo adatto e concentrare la volontà su ciò che si vuol fare. Perciò spesso gli stregoni vanno in trance danzando e cantando freneticamente, finché non ritengono che il loro spirito guida si sia impossessato di loro: allora sono pronti a operare la magia.

    Sciamani

    In ogni società tribale esistono uomini e donne che agiscono da medium tra le persone, il mondo degli spiriti e le forze della natura. Si tratta degli sciamani, che hanno forti poteri medianici. Nella maggior parte delle tribù, sono sempre le stesse famiglie a fornire gli sciamani; la “chiamata” può venire da un sogno o da una malattia dalla quale la persona guarisce solo se accetta di diventare sciamano.
    Per mettersi in contatto con gli spiriti, lo sciamano deve andare in trance e qualche volta lo fa battendo un tamburo magico.

    Perché si usa la magia

    In una tribù la magia è parte essenziale della vita: praticandola, la gente si sente meno vulnerabile alle malattie e alle calamità.
    Nelle regioni calde e aride dell’Africa, molte tribù credono che un rituale magico appropriato porti la pioggia. Una delle funzioni più importanti dello stregone è proprio questa: un cattivo raccolto dovuto alla siccità può significare morte per la tribù. L’intera tribù è coinvolta nelle cerimonie per invocare la pioggia. Si danza, si canta, si prega, mentre lo stregone entra in uno stato di grande eccitazione per potersi rivolgere al dio della pioggia. Compito dello stregone è anche di assicurarsi che la ricerca del cibo sia coronata da successo, che vengano scoperti i criminali nella tribù e che le malattie vengano guarite.

    Magia buona e cattiva

    Molte tribù ritengono che malattie e disgrazie in genere siano causate dalla magia nera praticata da streghe cattive. Le streghe cattive potrebbero essere persone passate dalla magia buona a quella cattiva. É compito dello stregone scoprire, con vari metodi, chi è la strega cattiva.
    Alcuni metodi per scoprire le streghe cattive sono la divinazione con gli ossicini e la prova della reazione della gallina al veleno: se la gallina muore è segno di colpa. A volte il veleno viene somministrato all’accusato: il suo grado di malessere ne indica la colpa o l’innocenza.

    Il voodoo

    Il voodoo è un culto originario del Dahomey, in Africa, oggi praticato soprattutto nell’isola di Haiti e dai negri americani nel Sud degli U.S.A. (dove è chiamato “hoodoo”). Il voodoo si propone di mettere il fedele in contatto con il mondo soprannaturale degli spiriti, inclusi vari dèi e dee, e con le anime dei morti. Durante il rito le persone vengono possedute da uno spirito e vanno in trance. Attraverso i sacerdoti e le sacerdotesse (chiamati “hungan” e “mambo”), ci si rivolge agli spiriti, che regolano ogni aspetto della vita.

    Incantesimi e bone-pointing

    Per molte tribù di varie parti del mondo, gli effetti di un incantesimo (o maledizione o malocchio) sono immediati e mortali. In Australia, per giustiziare i criminali gli Aborigeni usano il metodo del “bone-pointing”. Un pezzo d’osso, appuntito da una parte e con un pezzo di gomma contenente capelli umani dall’altra, viene puntato contro la vittima dopo un certo rituale. Di solito la vittima si ammala subito e muore nel giro di poche ore di pochi giorni. Si pensa che questi metodi funzionino per suggestione: le vittime ritengono di essere ormai condannate e la paura e lo choc ne provocano davvero la morte.

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    Acrostico

    Antilopi,
    Fennec,
    Rinoceronti,
    Ippopotami,
    Camaleonti ed
    Acacie spinose..

  55. STREGONERIA I poteri segreti
    dell’Africa

    Stregoni
    e magia nera. Incantesimi e maledizioni.
    Amuleti e pozioni magiche.
    E’ un’Africa densa di misteri inquietanti
    quella che si affaccia sul Golfo di Guinea.
    Una terra popolata da spiriti invisibili
    e oscuri poteri soprannaturali

    La magia è l’arte di dominare e sfruttare le forze occulte della natura a scopo benefico o malefico (in quest’ultima accezione è chiamata anche stregoneria). Nelle società primitive l’insieme delle credenze e delle pratiche magiche faceva parte della cultura dominante, nelle società moderne la magia ha perduto gradualmente importanza, ma non è scomparsa, come testimonia la sopravvivenza di diffusi rituali magici e superstizioni popolari, nonché il floridissimo commercio di amuleti e fatture di cui sovente si è perso il significato originario.

    Ladri di ombre
    In Africa la stregoneria riveste ancora, a livello sociale, un’importanza devastante: essa influenza gli atteggiamenti delle persone, condiziona la vita della comunità, arriva persino a stravolgere la logica degli eventi quotidiani. Il potere oscuro della stregoneria africana si fa dirompente al calare della notte, quando villaggi e quartieri cittadini vengono inghiottiti dal buio. Trovarsi soli, senza difese, attorniati dalle tenebre è un’esperienza pericolosa che può rivelarsi fatale. Specie se si vive tra il Togo e il Benin. Qui, secondo le credenze popolari, alcuni stregoni si nascondono tra gli alberi della foresta o in prossimità degli incroci, al solo scopo di catturare le “ombre” delle persone. Racconta lo studioso J. Frazer: «In certe parti dell’Africa occidentale gli stregoni passano tutto il loro tempo a mettere trappole per acchiappare le anime che vanno errando durante il sonno, lontano dal corpo; quando ne hanno presa una, la legano sopra il fuoco e, mentre questa raggrinzisce al calore, il possessore si ammala. Questo non si fa per rancore, ma semplicemente per affari. Allo stregone non importa a chi appartenga l’anima che ha catturato, ed è pronto a restituirla dietro pagamento».

    I feticci sono oggetti di vario tipo usati per pratiche magiche, dalle sculture in legno e ceramica, a potenti mix di sostanze che possono comprendere ossa, capelli, denti, pelli di animali, sangue mestruale…
    I giustizieri della notte
    Nell’oscurità non si celano solo stregoni, anime erranti e spiriti malvagi. Ad animare le lunghe notti africane ci sono anche gli Zangbeto (letteralmente “cacciatori della notte”), figure mascherate coperte di paglia. Veri e propri poliziotti notturni, essi pattugliano i villaggi e attraversano le vie deserte, sfiorando con le loro vesti fruscianti le abitazioni, nelle quali la gente si rintana impaurita. Questi severi giudici soprannaturali arrivano davanti alla case delle persone accusate di comportamenti devianti che hanno rotto l’equilibrio sociale e turbato l’armonia della comunità. Il nome del colpevole viene scandito con voce roca e viene indicata l’ammenda da pagare in riparazione della sua colpa (furto, adulterio, frode, sacrilegio, ecc.). In caso di disobbedienza all’intimazione, di recidiva oppure di reati più gravi, il colpevole viene allora ucciso sul posto dai cacciatori della notte. Le società segrete degli Zangbeto sono assai numerose in Benin, sulla fascia costiera compresa tra i fiumi Oueme e Mono. Nella città di Porto Novo sono state messe fuorilegge per alcuni anni perché, a causa del loro zelo eccessivo nella tutela dell’ordine sociale, avevano seminato il terrore e ucciso molti innocenti.

    Morti cattivi
    Stregoneria e morte sono legate da un filo invisibile ma onnipresente. In Africa il decesso di una persona non è mai casuale: vi si vede sempre la mano occulta di uno stregone. Un esempio tra i tanti possibili: per il popolo Ewe (diffuso tra il Togo e il Ghana) esistono “morti buone” e “morti cattive”. Dipende dai casi: solitamente l’anima dei defunti abbandona la terra e torna nel mondo dell’origine. Ma ci sono alcuni tragici casi in cui – dopo la morte del corpo – gli antenati vietano all’anima di raggiungere l’aldilà. Gli africani francofoni li chiamano i mauvais morts, i “morti cattivi” perché dannosi per la comunità. Sono i morti giovani, pieni di energia vitale, deceduti per cause violente, suicidi o malattie contagiose (considerate punizioni divine). Fanno parte di questa categoria anche i criminali impiccati, gli stregoni, gli schiavi e i prigionieri di guerra che non hanno potuto avere funerali tradizionali. Nessuno di loro ha i documenti in regola per il ritorno nell’aldilà e le loro anime, diventate erranti, compaiono, imploranti o minacciose, nei sogni dei viventi e li tormentano con malattie e possessioni.

    Le maledizioni
    Nelle grandi feste rituali, gli Ewe sgozzano un porcellino il cui sangue sfama queste anime senza pace. Ma ciò può non bastare per proteggere la comunità dagli spiriti delle tenebre. Infatti alcune anime maligne, desiderose di vendetta, formano perfide bande ed entrano al servizio degli stregoni che si servono del loro tremendo potere malefico per fini distruttivi. Si dice che essi possano impadronirsi del principio vitale di un nemico grazie al semplice fatto di toccargli la testa; che essi mangino la carne umana trasformandola in carne di porco; che essi si servano di gufi, piccioni e gatti come intermediari tra loro e le loro vittime; che la loro vita, pertanto, dipenda da quella di questi animali… Cose serie altrochè: nell’Africa che si affaccia sul Golfo di Guinea la stregoneria è un argomento su cui non si scherza. Gli stregoni sono visti come portatori di morte, malattie e miseria. Ogni sorta di sventura e disgrazia è attribuita ai loro oscuri poteri. Essi conosco diversi metodi per ferire, far soffrire o addirittura uccidere una persona attraverso la magia. Possono agitare o lanciare un bastone in direzione della vittima, pronunciandone il nome ad alta voce e aggiungendo una maledizione appropriata. Possono procurarsi un oggetto personale di proprietà del “nemico” e metterlo in una bara accanto a un cadavere. Oppure possono fabbricare delle bambole “simboliche” e trapassarne il cuore con uno spillone.

    Amuleti protettivi
    Secondo le tradizioni africane, per proteggersi da questi malefici, è opportuno procurarsi un amuleto difensivo. Il bo è un feticcio, cioè un oggetto che contiene un potere soprannaturale, che può essere facilmente trasportato e occultato dentro gli abiti o indossato sotto forma di pendaglio (in questo caso viene chiamato gri-gri nell’Africa francofona e ju-ju in quella anglofona). Quello che importa nel bo sono i suoi componenti, avvolti in panni di colore diverso, cuciti in sacchetti di pelle, infilati in contenitori, o impastati in statuette fatte con farina, uova e sangue. Gli ingredienti del feticcio hanno un’importante funzione simbolica: punte di ferro o pallottole denotano un proposito aggressivo, denti di cadavere il desiderio di “azzannare” il nemico con la malattia, pezzi di ceramica o di vetro la volontà di fare a pezzi qualcuno, le spine quella di far soffrire, la catena il desiderio di paralizzare e sottomettere, pezzi di pelle e di ossa di un animale l’intenzione di appropriarsi delle caratteristiche dello stesso (coraggio, ferocia, velocità, furbizia, agilità…). Il proprietario del bo è l’unico in grado di “accenderlo” con la formula magica e di attivarlo a comando. Senza il suo segretissimo “Apriti Sesamo”, il bo è spento e inerte. Con la morte del proprietario, il bo non funziona più: è una batteria esaurita che nessuno può più ricaricare. La sua vita è finita: il feticcio viene velocemente interrato in modo che l’eventuale efficacia residua dei suoi componenti, come gli acidi di una batteria scarica, si diluisca senza danno nella rovente terra africana.

    Ricette mortali
    Non tutti i feticci servono a proteggersi dalle forze occulte; alcuni sono confezionati al solo scopo di procurare del male da un nemico. Il Tsakatu è uno dei più temuti e potenti feticci malefici diffusi in Africa occidentale: uccide a distanza e non sbaglia mai un colpo. Per fabbricarlo si prendono: una bottiglia vuota di gin o di altro liquore, 14 aghi, 14 ami, 14 palle di fucile, 14 denti di cadavere, 7 piccoli pezzi di ferro di un vecchio fucile, sette pezzi di un piatto di terracotta, sette schegge di una bottiglia rotta e un frammento di costola umana. Lo stregone ci sputa sopra del pepe di Guinea e pronuncia una frase rituale. Quindi versa dell’alcol e cosparge sugli ingredienti il sangue di una capra e di un gallo appena sgozzati. Infine introduce il tutto dentro una bottiglia, che viene aperta e puntata contro la persona da uccidere. L’infelice cade immediatamente a terra, perdendo sangue dal naso. Solo l’intervento di un buon stregone potrà evitare che la vittima muoia per una copiosa emorragia interna, con le viscere dilaniate dagli oggetti sparati dalla bottiglia, entrati nel suo corpo senza scalfire la pelle.

    * Il testo è stato tratto, per gentile concessione dell’editore, dal volume ” Viaggio tra gli dei africani”, ed. Elemond/Mondadori

  56. ANCORA RITI…MAGICI AFRICANI

    A Lomè, capitale del Togo, esiste un vero e proprio bazar dedicato alla magia nera: è il “Marché des Féticheurs”, il mercato dei feticci. Non è un posto da turisti, ma è possibile visitarlo liberamente, purché accompagnati da una guida locale. Qui si vende tutto l’armamentario della stregoneria, dai semplici portafortuna (gri-gri) ai potenti sonagli (gon-gon) che svegliano gli spiriti a cui ci si rivolge. Gli ingredienti usati per preparare le pozioni magiche sono di ogni tipo: corna di gazzella, unghie di gatto, pelli di serpenti e teste di cani. Ma anche denti di facocero, crani di uccelli, aghi di porcospino e gusci di tartarughe. (R.A.)

    “Ladri di genitali”

    L’ultimo fatto di cronaca risale al mese scorso.
    A Cotonou, cittadina del Benin, due uomini originari della vicina Nigeria sono stati accusati di aver rubato, con una magia, i genitali di due giovani commercianti.
    Non è una novità: in Benin e Togo, gli immigrati nigeriani sono temuti e odiati al tempo stesso: secondo le credenze locali infatti, essi sono stregoni malvagi che diffondono l’impotenza.

    In passato si sono verificati diversi tafferugli e tentativi di linciaggio contro questi presunti stregoni “antivirilità”, alcuni dei quali sono stati costretti a fuggire nel proprio Paese.

    Anche in Ghana e Costa d’Avorio alcune persone sono state accusate di aver rimpicciolito o sottratto gli organi sessuali altrui. Una coincidenza inquietante: i “colpevoli” di questi sortilegi sono quasi sempre stranieri provenienti da altri paesi dell’Africa occidentale. (R.A.)

    http://www.missionaridafrica.org

    http://www.youtube.com/watch?v=SH2Sof_Czlw

  57. ….E ADESSO UN PO’ DI BARZELLETTE SULL’AFRICA…

    africano dispettoso
    cinque africani trovano la lampada e la sfregano. il Genio che ne esce dice che farà uno strappo alla regola dei 3 desideri e ne esaudirà uno per ognuno. il primo chiede di diventare bianco. l’ultimo ridacchia. il secondo idem: viole diventare bianco. l’ultimo ride rumorosamente. il terzo: bianco, l’ultimo si piega in 2. il quarto esprime il medesimo desiderio e l’ultimo sta per morire soffocato dalle risate quando il Genio gli chiede: “ma scusa, cosa hai tanto da ridere?” e il quinto tra le lacrime: “No, scusa, sai è che il mio desiderio è di farli tornare tutti neri!”

    Sahara
    Il deserto del Sahara è in Africa. Su questo non ci piove.

    la legge della natura
    ogni giorno nella savana la gazzella si sveglia e dice :DEVO CORRERE PIU’ VELOCE DEL LEONE SE VOGLIO SOPRAVVIVERE.
    ogni giorno il leone si sveglia e dice :DEVO CORRERE PIU’ VELOCE DELLA GAZZELLE SE VOGLIO MANGIARE.
    –perciò non importa se sei gazzella o leone,l’importante è incominciare a correre–

    cacciatori e leone
    Due cacciatori in Africa si trovano all’improvviso davanti un grosso leone.
    Il primo spara ma sbaglia .
    Anche il secondo spara e sbaglia.Il leone comincia a inseguirli.
    Il primo cacciatore arriva alla Jeep e si chiude dentro.
    Il secondo cacciatore ormai col leone alle calcagna comincia a girare intorno alla jeep sempre inseguito dal leone.
    Dopo parecchi giri stanco si ferma.
    allora il primo cacciatore gli dice : ma che fai, sei pazzo arriva il leone.
    E il secondo cacciatore : non ti preoccupare, ho tre giri di vantaggio.

    cannibali
    Due cannibali stanno pranzando.
    Uno dice all’altro: con mia moglie non ce la faccio proprio più.
    E l’altro: vabbe, però finisci almeno le patate.

    proverbio arabo
    L’avaro accumula denaro a favore di tre persone che detesta:
    il futuro sposo della moglie, suo genero e sua nuora!

    cannibali
    Due cannibali, padre e figlio incontrano nella foresta una bellissima esploraterice bionda.
    Il bambino: “Papà, ce la mangiamo?!?)
    Il papà: “NO, la portiamo a casa e ci mangiamo la mamma!”

    La Dea Egiziana
    Sapete qual è la dea egiziana più venerata anche dai turisti?
    La dea..rea…
    Buona vacanza!!!

    safari ad Amboseli
    Un tale si reca ad un safari e si porta dietro il cane, un pregiato e furbo
    cane da caccia.
    Il cane però dopo un po’ si perde e inizia a vagare preoccupato per la
    foresta.
    Ad un tratto vede che una pantera si sta avvicinando minacciosa. “Azzo,
    adesso sono nei guai.. devo pensare qualcosa” Nota li’ vicino alcune ossa
    di un animale morto, si mette a mordicchiarle e quando la pantera è vicina
    dice ad alta voce: “Ah, che buona pantera che mi sono divorato!”
    La pantera frena bruscamente e si dà a gambe levate, pensando: “Che cane
    indemoniato! Per poco non divora anche me!” Una scimmia, che aveva osservato
    per caso il fatto da un albero, scende, rincorre la pantera e una volta
    raggiunta le racconta l’accaduto. Allora la pantera incazzatissima dice:
    “Cane figlio di puttana! Adesso me la paghi! Ora vedrai chi spaventa chi!”
    Poi si rivolge alla scimmia e le dice: “Seguimi, che adesso andiamo a
    fargli vedere chi comanda qui” e partono in
    quarta in direzione del cane. Questo si accorge che la pantera si
    riavvicina accompagnata dalla scimmia e pensa: “Maledetta scimmia! E adesso
    che faccio? Accidenti, devo pensare rapidamente qualcosa” Invece di
    scappare, il cane di siede dando le spalle alla pantera come se non
    l’avesse vista e quando questa è sufficientemente vicina e pronta ad
    attaccarlo, dice ad alta voce: “Brutta scimmia di merda! E’ più di mezz’ora
    che l’ho mandata a cercarmi un’altra pantera e ancora non arriva!!”

    Mal d’Africa
    Un uomo sparisce durante un safari in Africa. Lo trovano, anzi, si fa trovare dopo mesi, e viene rimpatriato. Ma è molto triste e chiuso in se stesso, allora un amico va a trovarlo e gli chiede come sta: “cosa ti è successo in Africa?” “Un’esperienza terribile, mi vergogno tanto, non posso dirlo…” “Ma dai, io sono tuo amico, puoi confidarti con me!” “E va bene, ma prometti di non dirlo a nessuno: durante il safari sono stato violentato da un gorilla…” “Accidenti, è terribile! Ma non preoccuparti: io non parlerò, tu neanche, io gorilla non parla davvero…” “Già, il gorilla non parla, non scrive, non telefona….”

  58. Simpaticissime le barzellette e molto interessante tutto quello che avete inviato, grazie Rita e Daniela.
    Oggi è stata una giornata frenetica, in previsione che domani sarà anche peggio, sono passata alla svelta a salutare tutti quanti e a darvi al buona notte. A presto.

  59. Buongiorno amici, sono in preda di una brutta bronchite che si é acutizzata e mi costringe ancora a casa, sembrava una cosa semplice invece tengo tuttora la temperatura medio alta e sopratutto una fastidiosissima tosse che mi impedisce perfino di dormire.Dopo il bollettino medico , passo ai saluti e mi complimento per la vivacità e l’interesse che ha suscitato l’argomento Africa e mi dispiace che in questi giorni io no ho potuto partecipare attivamente. Bene vuol dire che mi rifarò quando staro meglio.

  60. CAMMELLO

    Nome scientifico: camelus bactrianus
    Classificazione:
    Phylum Cordata
    Classe Mammalia
    Ordine Artiodactyla
    Famiglia Camelidae

    VITA e CARATTERISTICHE
    Habitat Asia orientale
    Lunghezza 2,5-3m
    Coda 53 cm
    Peso 450- 700 kg
    Unità sociale gruppo
    Status in pericolo di estinzione

    Il cammello è l’unico camelide selvatico che vive nel nuovo mondo, ormai ridotto a 2000 esemplari.
    Viene comunque anche addomesticato.
    Il cammello selvatico più alto e più snello del cammello addomesticato, ed ha gobbe più compatte, alte ed appuntite.

    Il cammello allo stato selvatico forma gruppi composti da un maschio dominante ed alcune femmine (da 6 a 30). Per scacciare i maschi rivali, digrigna i denti, strofina una ghiandola della nuca contro la gobba anteriore, fa schioccare la coda battendola contro il posteriore ed urina. Dopo un periodo di gestazione di 406 giorni, nasce un piccolo (rari 2) che viene allattato per 1-2 anni. La femmina raggiunge la maturità sessuale a 3-4 anni, mentre il maschio a 5-6 anni. Il cammello addomesticato segue gli stessi tempi di gestazione e maturazione, ed è impiegato singolarmente o in gruppi per il trasporto di averi nelle regioni fredde comprese tra Cina e Turchia.

    Ogni cammello è adattato alla vita dei climi torridi, ma non sopporta temperature al di sopra dei 38 gradi.
    E’ invece ben più adattato ai climi freddi: può sopportare temperature fino a –29 gradi. Contrariamente al senso comune, il cammello vive in Asia orientale, non in Africa, e pertanto non nutre preferenza per i grandi deserti caldi, caratteristica questa del dromedario (camelus dromedarius).
    Si può dire ad ogni modo che regga una certa escursione termica e discreti periodi senza cibo e acqua. Le gobbe fungono da riserva energetica (prevalentemente liquidi e grassi). Le gobbe erette, grosse e rigide indicano pertanto un animale ben nutrito.

    Dopo un periodo di siccità, può bere fino a 110 litri d’acqua in 10 minuti. Si nutre di erba, foglie e arbusti.
    Il mantello invernale del pelo lungo è tra il beige chiaro e il bruno scuro, e le zampe possiedono cuscinetti carnosi in grado di garantire stabilità sulla sabbia e sulla neve.
    Il collo è robusto e lungo, con occhi piccoli.
    Come il dromedario, presenta una grande mimica facciale e una espressività sorprendenti.
    Può anche dirsi animale intelligente e docile, se ben accudito e gestito.

    http://www.youtube.com/watch?v=XPv_MMTjzec

  61. Forza Giuseppe, vedrai che passerà e poi la degenza sarà anche un modo per trovare il tempo di riposarti un po’. Il nostro organismo è prepotente se non ci fermiamo noi ci ferma lui. Ti aspettiamo, avrai senz’altro tante cose da comunicarci.

    Ciao Daniela, stamattina, non ci crederai, ma mi ero detta che se avessi trovato il tempo avrei parlato del cammello. Il tempo, non l’ho trovato, però ho avuto modo di constatare come riesca sempre ad essere, a turno, in sintonia con uno di voi.

    Un saluto veloce a tutti quanti, stasera sono stanca morta. Prima che anche il mio organismo mi dia qualche bastonata devo trovare il modo di fare le cose con calma, ma al momento mi pare un’utopia.

    Vi auguro una buona serata.

  62. Scirocco

    Lo scirocco (dall’arabo shurhùq, vento di mezzogiorno) è un vento caldo proveniente da Sud-Est che proviene dal Sahara e da altre regioni del nord Africa. Tale direzione è indicata simbolicamente nella cosiddetta rosa dei venti.
    Tradizionalmente si ritiene che lo Scirocco prenda il nome dalla Siria, la direzione da cui spira il vento, prendendo come punto di riferimento l’Isola di Zante nel Mar Ionio. Lo stesso vento assume il nome di jugo in Croazia e ghibli in Libia. Lo scirocco che giunge sulle coste francesi contiene più umidità ed assume il nome di marin. Questi venti soffiano più di frequente, con velocità fino a 100 km/h, in primavera ed autunno raggiungendo un massimo nei mesi di marzo e novembre
    Nasce da masse d’aria tropicali calde e secche trascinate verso nord da aree di bassa pressione in movimento verso est sopra il Mar Mediterraneo. L’aria calda e secca si mischia con quella umida del movimento ciclonico presente sul mare ed il movimento in senso orario spinge questa massa d’aria sulle coste delle regioni del sud Europa.
    Lo scirocco secca l’aria ed alza la polvere sulle coste del Nordafrica, provoca tempeste sul mediterraneo e tempo freddo ed umido sull’Europa. Il vento soffia per un tempo variabile da mezza giornata a molti giorni. Molte persone attribuiscono a questo vento effetti negativi sulla salute e sull’umore per via del caldo e della polvere portata dalle coste dell’Africa e della discesa della temperatura in Europa (cfr. ad esempio l’espressione popolare “sciroccato” e l’esclamazione “scirocco” diffusa in Veneto). La polvere può causare danni ai dispositivi meccanici e penetrare negli edifici.

    http://www.youtube.com/watch?v=0_88vhjPfOw

  63. AFRICACROSTICANDO… CON TANTA AMAREZZA

    Andare al lavoro
    felicemente e
    responsabilmente ed
    invece trovare
    certi genitori molto
    arroganti e soprattutto ignoranti!!!!

    Lasciano
    un certo amaro in bocca.
    Sicuramente i loro figli
    sono il prodotto di
    una educazione non
    responsabile, ricca solo di
    emerita ignoranza.
    Già, ahimè, è così!!!
    Giunta a questo risultato
    io affermo che il livello culturale è
    ancora molto, molto , molto basso!!!
    Niente mi può far cambiare idea.
    Tristemente, così mi sfogo
    e penso:” Che gioventù persa……!!!”

    Cara Tosca, meno male che c’è questo blog, la mia valvola di sfogo… oggi sono davvero incavolata e molto delusa e demotivata da tutto ciò che riguarda scuola, ma soprattutto dei genitori…che brutta razza!!!

  64. LA ROSA DEL DESERTO

    La rosa del deserto è una formazione minerale molto comune nel deserto e si trova in abbondanza nelle vicinanze di falde freatiche sotterranee poco profonde. Il meccanismo di formazione necessita di alcune contingenti situazioni ambientali e climatiche.
    E’ necessario che vi sia sotto la coltre di sabbia, da alcune decine di centimetri fino a poco più di un metro, una vena di gesso umido. Situazione frequente in molte zone del deserto.
    Il sole cocente irraggia la superficie sabbiosa ed il calore per contatto penetra sino alla vena di gesso umido provocandone l’evaporazione. In quel momento si può innescare nella risalita il fenomeno della cristallizzazione che produce la tipica rosa di sabbia .

    Il volume degli agglomerati cristallizzati può variare formandone da piccolissimi a formazioni di alcuni metri.
    Le più grandi si trovano sotto la sabbia, a volte in profondità maggiore del momento di formazione per il riporto della sabbia spostata dal vento.

    Accade che, sempre per azione del vento, compaiano in superficie. In questo caso, se non viene raccolta, nel tempo la pioggia riscioglierà il gesso facendolo tornare allo stato originale.

    tratto da http://www.sahara.itla rosa del deserto

  65. Come si fa a rubare tempo al tempo? Non lo so ma ce l’ho fatta. Ho ancora il fiatone e sto per riscappare di nuovo, ma mi era venuta in mente questa cosa della rosa del deserto e non ce la facevo ad attendere oltre.

    Il fatto più piacevole, anche se un po’ amaro, è stato trovare l’acrostico di Daniela.
    Sono dolente, condivido il tuo dispiacere, eppure ti posso dire che da tanta pena hai tirato fuori un capolavoro. Il tuo acrostico è d’una verità, d’una costruzione armonica di parole, d’una originalità senza uguali. E’ vero che nei momenti più disperati riusciamo a trarre il massimo da noi stessi.
    In bocca al lupo! Dato che l’educare si fa sempre più arduo, ma sii fiera di te stessa. Sii fiera della tua volontà, della tua dedizione, delle tue doti umane ed intellettuali per il resto il mondo prima o poi si dovrà attrezzare se avrà voglia di continuare.

  66. Cara Tosca,
    io credo che ci leggiamo nel pensiero, perchè anche io volevo postare la rosa del deserto!!!
    Sono davvero felice per la nostra armonica sintonia a distanza. Un bacio e buona giornata a te e a tutta la classe… e che classe!!!
    Anzi per citare Sconsolata dico”….la classe non si sciacqua!!”
    Baci a stasera

  67. SCIENZA & TECNOLOGIA

    Un gruppo di ricercatori francesi è arrivato a spiegare il misterioso suono
    che spesso si può ascoltare nelle distese sabbiose di tutto il mondo
    Così cantano le dune del deserto
    Scoperta la musica dei granelli di sabbia
    E’ prodotta dallo scontro delle particelle. Ciascuno si “esprime” su tonalità diverse. La melodia più bella viene dall’Oman

    Il deserto, uno dei luoghi più silenziosi del nostro pianeta, nasconde un “canto” impercettibile al quale solo recentemente è stata data una spiegazione che verrà pubblicata sul prossimo numero di Physical Review Letters. Si tratta del canto che producono le dune. Parrà strano, ma le dune emettono suoni. Quelle di Sand Mountain in Nevada cantano note nella tonalità di Do maggiore, due ottave sotto il Do centrale. Nel deserto cileno le dune cantano nella tonalità di Fa maggiore, mentre le dune del Marocco cantano in Sol minore. Parola dei ricercatori del Centro Nazionale per le Ricerche Scientifiche di Parigi.

    E’ noto che fin dai tempi di Marco Polo, che chi ha attraversato i deserti abbia prima o poi ha sentito un suono provenire dalle dune, un suono generalmente molto basso, che può durare anche diversi minuti. I suoni che ad alcuni sembrano quasi melodiosi mentre per altri sono poco più che rumori, possono variare in tonalità, ad esempio passano dal Si al Do maggiore. E questo, ad esempio, succede per le dune di Sand Mountain. Questi suoni hanno fatto sorgere un fiume di leggende, tant’è che il suono stesso era diventata una leggende. Invece è una realtà.

    Gli scienziati avevano già capito che i suoni venivano generati soprattutto quando si generavano valanghe, ma non era ancora trovata una spiegazione. Si era ipotizzato che la forza di una valanga poteva mettere in risonanza un’intera duna facendola vibrare come un flauto o un violino. Ma se fosse stato vero, dune di diversa forma e dimensione avrebbero dovuto produrre una cacofonia di note diverse, invece di un unico caratteristico tono. Solo ora, dopo oltre 9 anni di ricerca e dopo aver visitato dune del Marocco, del Cile, della Cina e degli Stati Uniti, un gruppo di ricercatori internazionali ha trovato la risposta al canto delle dune.

    “Lo scontro tra in grani di sabbia prodotti anche da un semplice calpestio porta poco a poco a sincronizzare tutti i granelli di sabbia fino al punto da far vibrare l’intera duna come fosse un altoparlante di un impianto stereo. E la nota che ne esce dipende principalmente dalle dimensioni dei grandi di cui è composta una duna”, spiega Stéphane Douady del centro per le ricerche scientifiche francese. Le ricerche sono state condotte sia sul campo, registrando i suoni, sia in laboratorio, dove si è potuto analizzare il comportamento dei singoli granelli di sabbia. Certo è che le dune non sono dei veri e propri strumenti musicali, ma il risultato è identico.

    Il più bel canto? “Proviene dalle dune dell’Oman. E’ un suono davvero pulito. E’ come se qualcuno lo producesse cantando”, spiega Douady. E quando cantano tutte insieme producono un concerto che interessa un po’ tutto il pianeta.

    http://www.youtube.com/watch?v=Jvsv0Sg1ojo

  68. BATlK
    Il batik rappresenta una delle massime
    forme artistiche dell’Africa. L’arte dei
    batik originaria del sud est asiatico nel
    corso degli anni ha influenzato l’Africa
    e da qui si è tramandata, di generazione
    in generazione, fino ai giorni nostri.
    Kenya, Uganda, Tanzania, Sud Africa,
    Zimbabwe, Malawi, Mozambico,
    Costa D’Avorio, hanno sviluppato
    ciascuno uno stile pittorico particolare
    e spesso molto differente dagli altri.
    Ciò che accomuna tutti è, invece, il
    soggetto che viene raffigurato. Il batik
    è la trasposizione su tela (e in alcuni
    casi anche su materiali rigidi) di scene
    di vita quotidiana, d’immagini di una
    terra a cui gli africani si sentono legati
    come da un rapporto tra Madre e figli.
    Così come assolutamente unica è la tecnica pittorica usata, frutto della
    genialità di chi dispone di poche risorse materiali, ma di una grande
    creatività. Dipingere un batik è un’operazione molto complessa e laboriosa.
    Gli strumenti necessari sono: tela, cera, colori naturali e spatole di varia
    misura. Per realizzare un batik l’artista, dopo aver tracciato sulla tela grezza
    il disegno stilizzato, ricopre con pazienza e estrema cura la tela con della
    cera che fonde su un fornellino a carbone. Lavora con i pennelli e uno
    strumento con un piccolo serbatoio e un sottilissimo beccuccio, da cui far
    cadere con maestria le gocce di cera. Lascerà libere le aree che dovrà
    colorare per prime, quelle con il colore più chiaro, quindi procederà
    immergendo la tela nel primo colore, ad esempio l’azzurro. A questo punto
    l’artista ricopre di cera le zone che dovranno rimanere del colore più chiaro
    e procede immergendo e coprendo con la cera per i colori successivi. Si
    realizza così il caratteristico effetto per cui un batik riporta lo stesso disegno
    da entrambi i Iati. Le sottili venature che si realizzano quando il colore si
    insinua nelle crepe della cera, danno il caratteristico effetto di profondità al
    batik. In Uganda abbiamo fatto amicizia con alcuni artisti che si presentano spesso nella sede ugandese di
    “Insieme si può…” con sottobraccio un buon numero di batik ancora freschi di pittura. Qualcuno più
    intraprendente arriva addirittura con un book fotografico dal quale si possono scegliere i soggetti preferiti
    che poi, nei giorni successivi, verranno quindi realizzati “su ordinazione”. “Insieme si può…” da molti anni
    propone questi quadri in occasione di mercatini
    organizzati dal vari gruppi locali. Presso la sede di
    Via Garibaldi 18, inoltre sono disponibili anche
    batik incorniciati e quindi già pronti per un regalo
    diverso e Interessante.
    C’è stato anche chi, in occasione del proprio
    matrimonio, ha scelto proprio un piccolo batik
    come bomboniera e qualche azienda li ha inseriti
    nel tradizionale pacco natalizio donato ai propri
    dipendenti. Tra le offerte disponibili cl sono batiks
    dipinti in Uganda e Madagascar, ma anche quadri
    ad olio realizzati per lo più in Congo e
    composizioni floreali su carta di riso provenienti
    dal Madagascar.

    http://www.youtube.com/watch?v=cIUD1Z3pU1g

  69. DANZA TRIBALE

    Danze africane
    La danza è il collante, la colla che unisce uno stato immenso come
    l’Africa. In Africa esistono moltissimi gruppi sociali con stili,
    culture e colori differenti, ma la danza li accomuna tutti. Ogni
    società ha una sua danza, ad esempio in Senegal si balla il sabar,
    nel Mali si danza il sounou. Tramite le danze si distinguono i
    gruppi. Spiega un famoso ballerino senegalese e maestro di
    danza a Parigi:
    “La danza e la musica, per noi africani sono la vita. Sono un
    mezzo di comunicazione, di conoscenza e di scambio. Ogni cosa,dal momento in cui siamo nel ventre materno, passa attraverso
    l’esperienza del corpo.
    L’Occidente invece ha problemi con il corpo perché il sistema
    sociale individualistico porta i bambini a crescere soli, a scuola
    come in famiglia.
    In Africa non è così: i bambini sono abituati a crescere con gli
    altri, a condividerne gioie e dolori, a partecipare attivamente
    agli eventi sociali. […] La danza non è però una ‘questione di
    sangue’ come molti continuano a sostenere usando frasi fatte,
    ma di cultura. Gli africani non nascono con il cromosoma ‘danza’.
    Il ritmo non è né africano né italiano né americano; non
    appartiene alla cultura di nessun popolo ma è universale poiché il
    ritmo originario è il battito del nostro cuore”.
    Tuttavia si può precisare che in tutti i villaggi africani ci sono
    persone che non danzano mai, che non sono capaci di mettere un
    piede davanti all’altro, che non sanno danzare affatto.
    La danza è come il canto, la pittura o la musica e quindi va
    “coltivata” attraverso il lavoro continuo. In Africa esistono
    grandissimi danzatori che affermano che il ballo è un’arte che si
    acquisisce con il tempo, l’impegno, la pazienza e tramite un
    maestro e solo a quel punto si può trasmettere alle nuove
    generazioni. La danza per gli africani è preghiera, passione,
    terapia ma anche divertimento, un divertimento che per loro si
    può praticare ovunque.“Nell’Africa Nera, per intendere che un uomo è straniero, che
    appartiene a
    un’altra tribù, si
    dice “Danza con
    un altro
    tamburo.”
    E in molti posti,
    chi tocca senza
    permesso, o si
    azzarda a
    battere senza il
    sufficiente titolo
    il santo tamburo
    tribale, ècondannato a morte. Milioni di uomini praticano con
    tenacia la danza, come se quella fosse il lato della vita più
    importante. E in effetti lo è, perché nella danza, anche senza
    vino o droghe, l’uomo dimentica se stesso, la pesantezza della
    sua vita, e riuscendo a vedere il mondo come altro da quello che
    è lui stesso felice”.Un ritmo per invocare la pioggia, uno per festeggiare i
    matrimoni, un altro per ricordare il defunto che si accompagna
    nell’ultimo viaggio. La danza africana ha stili diversi per ogni
    ricorrenza della vita. Il continente africano, da sempre, ha un
    rapporto molto stretto con musica e danza; esse non significano
    solo divertimento e voglia di muoversi, ma hanno un significato
    più profondo: i canti e le danze accompagnano la vita quotidiana,
    in ogni suo momento, felice o triste che sia.
    Anche l’occidente oggi scopre la danza afro, sono sempre più
    numerose le scuole di ballo che propongono questa tipologia di
    danza; trasformare in linguaggio i movimenti del corpoattraverso i concetti base dello stile tradizionale africano come
    la vibrazione, l’ondulazione, il ritmo dei piedi, la camminata,
    l’energia della voce e la ripetizione del movimento.
    La danza africana si diffonde in Europa negli anni 70.
    La danza africana si balla a piedi nudi. Le piante dei piedi tastano
    il suolo e lo battono in un contatto immediato, il piede si
    appoggia delicatamente sul pavimento, invece di colpirlo.
    L’apprendimento della danza africana è intenso, richiede
    perseveranza e
    concentrazione e la
    capacità di resistere alla
    fatica, per poter
    accedere a nuove fonti
    creative.

    http://www.youtube.com/watch?v=xbaPIBZgGsY

  70. Danza del ventre

    Uno dei modi più interessanti ed efficaci, per diffondere la cultura araba, è stato l’insegnamento della danza. Anche se questa danza nella cultura islamica spesso viene considerata con pregiudizi, ha stranamente sviluppato forme che armonizzano con l’arte stessa. È una danza che calma i pensieri e la mente.
    La danza orientale si basa sull’isolazione e sull’improvvisazione.

    Ballare senza capire la musica è come far ginnastica, infatti è importante sapere come ballo e cosa ballo. Il ritmo e la danza sono una lingua sola, il ritmo dice qualcosa, ed il corpo risponde.
    Danza del ventre?
    Nella nostra analisi prenderemo in considerazione il nome stesso: “danza del ventre”. Il ventre come luogo della procreazione, come sorgente di vita, collegato alla figura della donna madre, simboli della fecondità e delle fertilità. La nostra attenzione, dunque, sarà concentrata sul corpo della donna ( visto che solo la donna attualmente pratica professionalmente questo tipo di danza) e sulla figura dell Grande Madre nell’antica civiltà Mesopotamica.
    Il mito della Grande Dea Madre esercitò notevole influenza su alcune culture antiche: quella degli Indiani, dei Greci, dei Romani e degli Arabi antichi.

    Sulla danza a ventre scoperto il pubblico spesso si aspetta il solito, il classico “due pezzi” e sono delusi quando non lo trovano. – Ma bisogna ballare a ventre scoperto – dicono…
    I movimenti della danza hanno già in sè qualcosa di intimo e sensuale. Il caratteristico della danza araba esiste nella tensione di cosa si mostra al difuori e quello che si nasconde al didentro.
    Lo spettatore deve avere l’impressione che dietro il movimento della danza ci sia ancora “un qualcosa” di nascosto. Questo “qualcosa” fa sì che il pubblico oltre alla curiosità, aiuti a tener alto l’ipnotizzante momento in cui la danzatrice balla.

    Questa danza è principalmente femminile.
    Ci sono donne che durante la danza non si muovono dal posto in cui si trovano, però hanno in corpo il ritmo, volano, e sono in un altro mondo… Questa è la magia che prende possesso del loro corpo con il ritmo della musica.

    http://www.youtube.com/watch?v=uXvq2ZmCXQo

  71. CLEOPATRA

    regina d’Egitto

    Un po’ di storia su Cleopatra

    Cleopatra VII (Alessandria 69-30 a.C.), regina d’Egitto dal 51 al 30 a.C. era figlia di Cleopatra VI Trifena e di Tolomeo XIII Aulete, che l’aveva designata erede a condizione che sposasse il fratello Tolomeo XIV.

    Cleopatra servendosi delle sue capacità intellettuali e delle sue facoltà di seduzione, grazie anche alla sua bellezza, per risollevare il prestigio della monarchia tolemaica, dovette lottare contro i sostenitori del fratello-sposo Tolomeo XIV perchè accusata di volergli strappare il trono e quindi costretta ad abbandonare Alessandria.

    All’incirca nel 48 a.C arrivò ad Alessandria Giulio Cesare che si installò nel palazzo reale con l’intento di risolvere la questione dinastica.

    Cleopatra si presentò a Cesare di notte, avvolta secondo Plutarco, in una coperta da viaggio e compì il suo capolavoro di seduzione. Cesare l’associò al trono con il fratello e poiché questi non accettò la decisione, gli portò guerra, vincendolo e causandone la morte nel Nilo.

    Cleopatra, sposata di nuovo a un altro fratello, Tolomeo XV un ragazzo di una decina d’anni, divenne di fatto la sovrana d’Egitto.

    Rientrato Cesare a Roma, Cleopatra lo seguì qualche tempo dopo insieme con il figlio Cesarione, che aveva avuto da lui, dove suscitò grande scandalo in quanto si presentò non solo come la regina d’Egitto, ma anche dei Romani.

    Morto Cesare Cleopatra rientrò ad Alessandria dove poco dopo arrivò Marco Antonio al quale era stato affidato il governo dell’Oriente. Anche Antonio subì il fascino di Cleopatra e legò a lei il suo destino e le sue ambizioni.

    Cominciò per i due amanti una vita da favola, ricca delle più svariate e impensate raffinatezze.

    Nella primavera del 40, Antonio dovette rientrare in Italia; ritornò in Egitto solo quattro anni dopo dove ritrovò Cleopatra con i loro tre figli Alessandro Elio, Cleopatra Selene e Tolomeo.

    Con la seduzione e con l’astuzia Cleopatra ottenne il titolo di re per i figli e che venissero incorporati al suo regno la Fenicia, la Celesiria, Cipro, una parte della Cilicia, della Siria e dell’Arabia, facendo acquistare all’Egitto un’estensione territoriale che non aveva mai conosciuto.

    Ma ormai la grande avventura volgeva al termine: Ottaviano, deciso a eliminare per sempre il suo rivale Marco Antonio, dichiarò guerra alla regina d’Egitto. La battaglia decisiva si svolse nelle acque di Azio, dove Cleopatra, aveva accompagnato Antonio al seguito di una numerosa flotta.

    Con la sconfitta e la fuga precipitosa, prima Antonio si uccise con un colpo di spada, poi Cleopatra con il morso di un aspide, in un susseguirsi di particolari drammatici confacenti alla natura dei due personaggi.

    Cleopatra ed Antonio furono sepolti insieme mentre i loro figli furono condotti a Roma eccetto Cesarione che fu ucciso.
    La personalità di Cleopatra

    Donna di grande cultura, intelligente, conoscitrice di molte lingue, attraente più ancora che bella, ambiziosa e spregiudicata, fu una delle personalità più notevoli del suo tempo. I motivi per i quali tale regina fosse famosa non sono solo legati alla sua storia, al fatto che sia stata amata da due degli uomini più potenti del suo tempo, Giulio Cesare e Marco Antonio ma anche alla sua bellezza passando alla storia come Poppea, Didone, Elena di Troia e tante altre come una delle donne più seducenti della storia.

    Ai tempi di Cleopatra non esistevano prodotti cosmetici come noi siamo abituati a trovare nei negozi specializzati ottenuti attraverso manipolazioni chimiche ma ci si affidava unicamente a ciò che la natura offriva: sostanze naturali e vegetali abilmente scelte e preparate.

    Si narra che costantemente una nave facesse spola tra l’Egitto e l’antica Grecia per portare a Cleopatra le spezie, gli unguenti, gli aromi ed i balsami di cui aveva bisogno per la sua toiletta quotidiana.

    Se pertanto associamo alle indubbie doti di grazia di questa donna, la raffinata abilità dei suoi acconciatori e truccatori possiamo solo immaginare il fascino che questa grande donna emanava e che doveva esercitare sugli uomini.
    Le cure di bellezza di Cleopatra

    Ai tempi di Cleopatra il bagno non solo era un momento di igiene personale ma era una vera e propria cura di bellezza. Ecco quindi due ricette di cui narra la storia usate da Cleopatra per la sua cura:

    BAGNO TONIFICANTE E AROMATIZZANTE DEL CORPO
    della regina Cleopatra

    Questa ricetta di bellezza, usata da Cleopatra, donna di estrema bellezza, le serviva per rendere la pelle del suo corpo oltre che profumata tonica e morbida.

    Ingredienti:

    – 200 gr di timo
    – 300 gr di rosmarino
    – 250 gr di lavanda
    – 200 gr di origano
    – 10 chiodi di garofano
    – 5 noci moscate spezzettate finemente
    – 2 l di acqua

    Preparazione:
    Far bollire nell’acqua per circa mezz’ora tutte le piante sopra citatee. Dopo la bollitura filtrare e versare il tutto nell’acqua del bagno che deve essere abbastanza calda.

    Il bagno va fatto 2/3 volte la settimana.

    BAGNO AMMORBIDENTE DELLA PELLE
    della regina Cleopatra

    La regina Cleopatra usava questa ricetta per rendere la pelle del suo corpo morbida e seducente.

    Ingredienti:

    – 1500 gr di orzo pulito
    – 1000 gr di fave o lupini secchi
    – 500 gr di riso
    – 500 gr fra rosmarino ed angelica oppure fra salvia e finocchio
    – 3 l di acqua

    Preparazione:
    Far bollire nell’acqua per circa mezz’ora tutte le erbe sopra citate. Dopo la bollitura filtrare e versare il tutto nell’acqua del bagno.

    Godersi il bagno per almeno un quarto d’ora.

    Il bagno va fatto due/tre volte la settimana.

    http://www.youtube.com/watch?v=h6tr9exD0kw

  72. IL COCCODRILLO DEL NILO

    E’ diffuso in Africa, a sud del Sahara, lungo il Nilo e nel Madagascar; è in grado di vivere in quasi tutti gli ambienti dove sia presente l’acqua, che si tratti di una pozza o del mare aperto.

    Il coccodrillo del Nilo è una delle 13 specie della famiglia dei Crocodilidi, che sono i coccodrilli veri e propri; della famiglia fa parte anche il coccodrillo palustre. Fra i parenti vicini vi sono gli alligatori e i caimani; questi rettili abitano le aree tropicali e subtropicali dell’Asia, dell’Australia e delle Americhe. L’alligatore americano è un parente molto stretto del coccodrillo del Nilo, ha infatti pressoché la stessa lunghezza ma il muso più largo e i dentiinferiori sono inseriti dentro cavità situate nella mascella superiore e non sono visibili quando la bocca è chiusa; il quarto dente inferiore del coccodrillo, invece, è sempre visibile. Il coccodrillo del Nilo, predatore fra i più temibili dell’Africa, può mangiare qualsiasi preda riesca ad uccidere; nonostante la sua mole, insegue le vittime a velocità sorprendente. Sopravvive ovunque vi sia acqua, occupa pozzi , fiumi, laghi e persino fosse in numerose zone del continente africano. Nei periodi di siccità può percorrere anche 25 Km. in cerca d’acqua, senza la quale morirebbe; può trascorrere brevi periodi anche in acque salate.

    LO SAPEVATE CHE . . . il coccodrillo del Nilo

    – può raggiungere il peso di 990 Kg.;

    – è il rettile più grande dell’Africa;

    – la sua lunghezza può arrivare a circa 6 metri;

    – è capace di rimanere sommerso per più di un’ora in attesa di una preda;

    – è capace di trascinare una zebra adulta sott’acqua in pochi secondi;

    – la sua maturità sessuale và dai 7 ai 15 anni;

    – la riproduzione varia secondo la latitudine e coincide con la stagione secca;

    – il periodo di gestazione è di 95-100 giorni;

    – il numero dei piccoli varia da 25 a 100;

    – le uova di coccodrillo sono piccole e lunghe circa 5 cm.;

    – se la temperatura d’incubazione delle uova è inferiore a 29°C, tutti i nuovi nati saranno femmine;

    – tra una nascita e l’altra intercorre probabilmente 1 anno;

    – i piccoli mangiano rane e insetti;

    – mangia mammiferi quali zebre, bovini, rettili (compresi i propri simili), uccelli e carogne;

    – vive in media 70-100 anni.

    Il coccodrillo del Nilo come del resto la maggior parte dei rettili non ha un sistema di termoregolazione e quindi al mattino se ne sta immobile al sole per scaldarsi e mano mano che la temperatura sale, deve tenere la bocca aperta per evitare un eccessivo riscaldamento; a volte va’ in cerca d’ombra oppure si immerge in acqua. Nei periodi meno caldi, si sposta dove l’acqua è più profonda e può sopravvivere in queste condizioni anche per un anno senza mangiare. Nel pieno della maturità, uccide e mangia qualsiasi animale gli capiti sotto tiro; è un cacciatore astutissimo e insegue le sue prede sia sulla terra che in acqua. Di solito la sua tattica è quella di avvicinarsi alla preda senza essere visto, magari mentre sta bevendo, sferrare quindi un attacco a sorpresa, poi con una velocità fulminea il coccodrillo balza dall’acqua e afferra per una gamba la vittima e la trascina nel punto della pozza più profondo e l’annega. Il coccodrillo del Nilo ha delle forti zampe e degli artigli che gli permettono di arrampicarsi sugli argini dei fiumi con sorprendente velocità; la femmina usa le unghie anche per scavare la buca dove verranno deposte le uova. Le narici, situate in alto sul muso, gli consentono di respirare quando il corpo è sommerso; i denti crescono in continuazione e quelli consumati vengono espulsi quando ne spuntano di nuovi. Gli occhi sono posti sulla sommità della testa, in modo che possa sorvegliare l’arrivo di prede mentre si trova sommerso; la coda muscolosa funge da organo propulsore e da timone nell’acqua e può essere usata anche come arma in quanto un colpo con essa può stendere anche un grosso animale. Si riproduce durante la stagione secca, perciò le uova si schiudono con l’arrivo delle piogge; dopo l’accoppiamento la femmina scava una buca vicino ai bordi dell’acqua e depone dalle 25 alle100 uova e sorveglia per 3 mesi il nido fino a che non escono i piccoli. Alla loro nascita la madre rimuove la terra e li aiuta ad uscire e se qualcuno è in difficoltà, provvederà lei stessa a rompere il guscio; poi li raccoglierà con la bocca e li porterà al sicuro nell’acqua, rimanendo vicina ai nuovi nati per circa 4 settimane in modo da difenderli dagli altri predatori.

    Il coccodrillo del Nilo non corre immediati pericoli di estinzione, tuttavia vaste aree del suo habitat naturale, sono state distrutte dall’uomo ed il numero di esemplari è diminuito. In passato è stato oggetto di un’intensa caccia che aveva per obiettivo sia la sua pelle che la sua carne, ora la situazione è migliorata, grazie allo sviluppo di fattorie che allevano coccodrilli a fini commerciali.

    http://www.youtube.com/watch?v=mKAPO_nYV1o

  73. E vai! Una ballatina me la sono fatta a suon di Crocodile rock! Ma tutti gli altri compagni di classe dove sono finiti? Paura dei Coccodrilli? Noooo! Allora con gli umani che si dovrebbe fare?

  74. Ogni volta che passo di qua vedo che la “bacheca” è pienissima di “affissioni”. Non mi resta che confermare quel che ho già scritto: il periodo è particolarmente pieno di impegni, il tempo va governato e, più che un’occhiata fugace qua e là, preferisco limitarmi ad un saluto.

  75. Pirati e Somalia una storia partita da lontano: tra traffici di droga, fondamentalismo, multinazionali e golpe

    Sono tornati alla ribalta e stanno diventando un fenomeno mediatico. In molti si domandano chi siano realmente e che quali siano le loro intenzioni. Sono armati e raggiungono spesso i loro obiettivi, in barba alle navi militari di molti stati. Ma da quando è iniziata la storia dei nuovi i pirati?

    L’articolo più vecchio trovato, consultando i motori di ricerca è del 1997, scritto da Franco Pantarelli de lastampa.it. L’articolo racconta di due innamorati che, per fare una crociera d’amore, si sono diretti a Nord e non a Sud, come aveva consigliato loro Howard Craddock, l’uomo che aveva affittato loro la barca. A sud era più sicuro. All’epoca la costa era quella albanese. Ma già all’epoca l’International Maritime Bureau, l’istituto che li tiene d’occhio e che cerca di combatterli con scarsissimo profitto, ammetteva che il “fenomeno pirati” era tutt’altro che marginale. Alcuni dati dell’epoca: quaranta assalti nel 1994, cinquantotto nel 1995, una settantina nel 1996 e quasi cento nella prima parte del 1997. Fin dall’inizio i pirati moderni usavano navi ben attrezzate e molto veloci, mitragliatrici e armi varie. Quali erano all’epoca le loro roccaforti? Più o meno quelle di oggi: il Sud-Est asiatico, dove nella miriade di isole e isolette delle Filippine e dell’Indonesia non hanno difficolta’ a nascondersi, le coste della Somalia, che nessuno si curava di controllare, e quelle dell’Albania. L’articolo li descrive come pescatori impoveriti che a un certo punto decidono di mettere a profitto l’unica risorsa di cui dispongono, la conoscenza del mare. Ma già all’epoca qualcosa in più veniva detto. “Poi, a rendere quei bersagli ancora piu’ indifesi, ci sono le ragioni economico-politiche. Molte compagnie di trasporto marittimo, come si sa, ricorrono alle bandiere ombra per ragioni fiscali. E la legge secondo cui il compito di proteggere le navi in acque internazionali spetta al Paese di cui battono la bandiera costituisce praticamente una sorta di licenza di assalto ai Pirati. E’ difficile infatti immaginare Panama o la Liberia, i due maggiori fornitori di bandiere ombra, spedire le loro navi da guerra, se ne hanno, a controllare i mari di tutto il mondo. Certo, volendo ci sarebbero le navi delle grandi e medie potenze che con un po’ di coordinamento potrebbero stabilire una sistema di pattugliamento capace di tenere sotto controllo tutti i mari. Ma le loro flotte, per ragioni di bilancio, si fanno sempre piu’ piccole, le loro priorita’ sono sempre altre e le pressioni che ricevono non sono in fondo molto forti. Le compagnie di assicurazione, che pagano per i carichi di merce perduti e che dovrebbero essere le piu’ interessate ai mari sicuri, in realta’ non lo sono molto perche’ nonostante l’aumento di cui si diceva i moderni PIRATI non costituiscono ancora un danno economico sufficientemente rilevante per mettere in piedi una . Conclusione: la cosa piu’ concreta che si e’ vista finora e’ stata una lista di istruzioni fornita dalla Marina americana su come far fronte a un attacco. Mantenere il ponte sempre illuminato, dice la lista, e gli idranti antincendio sempre pronti all’uso perche’ i getti d’acqua possono essere molto efficaci per ributtare i PIRATI a mare. Ma se nonostante cio’ quelli riescono a salire, dice il consiglio finale, e’ meglio fare come i piloti degli aerei di fronte ai dirottatori: non opporre nessuna resistenza.”

    Nel 2001 sembra esserci un primo cambiamento nella strategia dei pirati somali. Fino a quel momento, infatti, avevano sempre attaccato pescherecci. Dal 2001, al contrario, iniziano ad attaccare anche convogli nazionali, cioè somali, e navi da turismo. Mentre, nel frattempo, si sospetta il coinvolgimento Afghano: “Intanto una notizia da Mogadiscio delinea uno scenario afghano per la SOMALIA. Il gruppo integralista Jihad al-Islam ha dichiarato guerra ai signori della guerra somali, concedendo loro due mesi di tempo per uscire dall’impasse politica, pena l’avvio di una guerra santa analoga a quella intrapresa in Afghanistan dagli studenti di teologia taleban. Lanceremo una jihad – ha minacciato a Mogadiscio il portavoce del movimento, che e’ legato al governo integralista del Sudan, lo sceicco Abbas Bin Omar -, sara’ una guerra santa totale contro i leader che sfruttano il tribalismo e l’ignoranza. Abbiamo indetto un congresso islamico e abbiamo gia’ iniziato a reclutare centinaia di combattenti islamici.”

    Nel 2006 il fenomeno è diventato praticamente planetario, tanto che l’articolo, rifacendosi ad un film sul tema, titola: Altro che Jonny Depp. Eccovi un pò di luoghi in cui si possono incontrare: Mar dei Caraibi, Golfo di Aden, arcipelago atlantico di Capo Verde, Piccole Antille, coste di Venezuela, Colombia, Nicaragua, Honduras e Guatemala, in Atlantico il Nord del Brasile e le isole di Capo Verde, in Asia le Filippine, l’Indonesia e la Malesia con massimo rilievo per il famigerato Stretto di Malacca, nel Mar Rosso e nell’Indiano le sponde dell’Eritrea, dello Yemen e della Somalia e, nel Mediterraneo, davanti all’Albania e al Marocco. L’elenco non è completo, leggete l’articolo per conoscerli tutti.

    Si fa presto a dire PIRATI, ma chi sono? Chi li finanzia? Chi li copre? Data l’entità del fenomeno e l’efficacia delle loro azioni, risulta difficile credere che sia piccola criminalità e che non siano protetti da nessuno. Un piccolo aiuto viene da un articolo più recente, del 2008, di FABIO POZZO. Lo scenario del Golfo di Aden, tra Yemen e Somalia, viene definito come guerra navale. Fabio Pozzo definisce i pirati così: Ex combattenti dei «signori della guerra» somali, che per 10 dollari sono pronti ad assaltare, depredare, catturare pescherecci d’altura, cargo e navi da crociera. E a sequestrare, e in alcuni casi seviziare e uccidere i loro equipaggi. L’articolo si conclude così: Mentre nel mondo, grazie anche alle azioni di contrasto, nel complesso gli assalti stanno diminuendo, nel Goldo di Aden sono in aumento. Le cause? Tanti ex combattenti senza ingaggio, tante armi, e tanta poverta’. Oltre all’impunita’, di cui questi fuorilegge del mare godono grazie al mancato controllo del territorio da parte delle autorita’ locali.

    A Settembre dell’anno scorso, Sarkozy dichiara loro guerra. I ministri degli Esteri dell’Ue, deliberano di studiare l’invio di una missione navale per proteggere i convogli che doppiano il Corno d’Africa dagli attacchi sempre piu’ frequenti dei nuovi Barbanera. Bruxelles mettera’ subito in piedi una cellula di coordinamento delle imbarcazioni destinate sorvegliare il tratto in cui il Mar Rosso diventa Oceano Indiano. A ciò si aggiunge una possibile spiegazione del problema: “da quando la SOMALIA e’ priva di un governo stabile, gli arrembaggi si sono moltiplicati. Si stima che lungo la costa siano nascosti oltre cento equipaggi pronti ad rapinare chi e’ costretto dalle correnti a fare rotta non lontano dalle spiagge africane. Usano motoscafi veloci, hanno il Gps e sono armati sino ai denti. L’Imo, Ufficio marittimo internazionale, calcola che solo nel 2007 gli assalti sono stati 263″.

    Da queste informazioni si potrebbe pensare che i pirati della Somalia siano la conseguenza dell’instabilità politica del loro paese. Proseguendo con le ricerche, però, il quadro s’infittisce e entra in scena il contrabbando di droga. Facciamo un salto indietro e ritorniamo al 2003. Un articolo del lastampa.it titola: A Hormuz bloccate navi cariche di droga. Scoperta nel mare di Sinbad la nuova arma di Bin Laden. L’hashish arriva dall’Afghanistan dove i capi tribali hanno ripreso la produzione. Al Qaeda ricava denaro per finanziare attentati. (Apro e chiudo una parentesi: sono anni che gli americani sono in Afghanistan… come mai l’hashish continua a circolare nel mondo e il suo consumo è aumentato? Riflettiamoci!).

    Ritorniamo ai pirati e, per farlo, vi riporto la fine dell’articolo: L’Afghanistan «pacificato» ha ripreso trionfalmente il suo posto di primo fornitore mondiale con un raccolto record di 3600 tonnellate. A trasferire questo tesoro verso i disattenti regimi dell’Asia centrale ex sovietica o a Sud nel Mar Arabico verso le navi che attendono al largo il carico, provvedono come sempre i pachistani, generali o uomini dell’Isi, i servizi segreti, autentico stato parallelo, che continuano nei loro traffici lucrosi e pericolosi. Sull’altra sponda del mare, in SOMALIA, altri fanatici e altri avidi signori della guerra offrono approdi sicuri, sostegno e manodopera alla multinazionale del terrore e alla sua impalpabile arma segreta. Per fermarli ci vorra’ una guerra dell’oppio. Sono gli stessi approdi sicuri per i pirati? Probabilmente si!

    Il quadro si complica, quindi proviamo a fare un primo riepilogo. Il fenomeno pirateria è legato alla crisi politica della Somalia. Esistono dei signori della guerra somali che coprono le multinazionali della droga e il commercio dall’Afghanistan. Nella vicenda c’è l’ombra dell’estremismo islamico e di Al Qaeda. Negli ultimi anni i traffici commerciali internazionali vengono scortati da navi militari. Nonostante questo, in quello specchio di mare il fenomeno si è in aumento.

    E’ indubbio che, dal 2005, Al Quaeda c’entri più di qualcosa. In riferimento all’11 settembre 2001 si afferma: Almeno tre dei falliti Kamikaze venivano dal contiente nero. Sulle piste africane la vera riserva di Osama. Nell’articolo si afferma: La Somalia e’ perfetta per Al Qaeda. Ci sono tremila chilometri di coste che nessuno controlla e davanti a cui passa una delle grandi rotte del petrolio, non ci sono polizia esercito amministrazione dello stato, le frontiere sono spalancate a chi puo’ corrompere. E’ di qui che i terroristi passano nel Kenya dove si accampano molti rifugiati somali (e dove al Qaeda inauguro’ la sua guerra nel 1998).Sulla costa abitata da musulmani e’ il terminale di una pista inquietante: quello che porta alle miniere di un’altra terra di nessuno, il Congo. Dove il terrorismo islamico avrebbe ripetutamente cercato di procurarsi il materiale per l’arma finale, una Bomba sporca. Il portafoglio sempre benevolo di al Qaida, secondo i servizi segreti, ha utilizzato i conti correnti della Barakat, la banca islamica a cui si affidano le rimesse dalla diaspora somala in tutto il mondo, con un giro di affari da 25 milioni di dollari l’anno. Dai porti del Putland in mano a un signore della guerra «amico» partono i raid dei PIRATI che taglieggiano le navi, i tribunali islamici amputano mani e puniscono adulteri come ai bei tempi dei talebani. Il Pentagono e’ corso ai ripari: ha appena costruito una base a Gibuti, si mormora di misteriosi raid delle forze speciali Usa a caccia dei santuari di al Qaeda, cerca discutibili alleanze con i signori della guerra. L’altra retrovia africana di al Qaida corre piu’ a nord, nel Niger, in Mauritania. Qui si sono spostate le basi degli integralisti che il pugno di ferro della repressione ha cancellato in Algeria. I sopravvissuti del Gia hanno trovato nuove reclute tra le popolazioni della frontiera, tra i nomadi. Per fermarli gli Stati Uniti avrebbero creato una base a Tamanrasset nel sud dell’Algeria. Anche qui, forse, troppo tardi.

    Ma cosa è accaduto in Somalia in questi anni che, le cronache, non hanno messo sul tavolo? Partiamo dal 1989. Lo sapevate che il Sismi stava per organizzare un colpo di stato in questo paese? Non ci fu: Andreotti, Craxi e Forlani non se la sentirono. Nel 1993, a sbagliare strategia è l”Onu sbaglia strategia e, tra due fazioni, si schiera. I Somali non ci stanno e cominciano a diventare insofferenti. Noi in Somalia ci ritornammo anche successivamente, sempre armati.

    Una critica chiara e lampante sulle vicende somale è scritta in un articolo che in poche righe denuncia: multinazionali, colonialismo, incoerenze occidentali, ingerenze e strategie deleterie per questo paese. Ancora un pò di cronaca: Ilaria Alpi, morì mentre indagava su traffici di armi e di rifiuti tossici (traccia in questo articolo).

    E’ evidente che si sta giocando a Risiko in questo continente.

    1) Gli estremisti islamici ci si sono insediati

    2) Il traffico di droga che parte dall’Afghanistan ci si rifugia e, nella Somalia stessa, vengono coltivate piante che servono per produrre droga (quindi anche le varie mafie giocano un ruolo in quesa storia).

    3) Negli ultimi dieci anni i governi europei non hanno mai agito per promuovere un governo stabile, ma hanno sempre e solo appoggiato fazioni da una parte o dall’altra in base alle loro convenienze e connivenze

    4) Le multinazionali vendono loro armi o direttamente o indirettamente (cioè attraverso quei gruppi di potere che stanno gettando i dati in questa partita infinita e spietata)

    5) l’Etiopia cerca di fare da cuneo o, se volete, da ariete per gli occidentali. Però l’Etiopia confina con il Sudan, paese ricco di petrolio e islamico, che non ama la politica occidentale e non l’appoggia. Khartum ha, al contrario, aperto invece la porta alla felpata penetrazione dei cinesi, che fa affari e non domande sui diritti umani. Anche a Lagos, Nigeria, sono incantati dalla cinesissima «strategia della piccola porta». Citando l’articolo: E’ logico: hanno incassato quattro miliardi di dollari che serviranno a trasformare le spossate, sdrucite e scasse raffinerie del paese in gioielloni moderni che risponderanno alla frusta della produzione come purosangue. L’assegno e’ firmato, appunto, da signori dell’ente petrolifero di Pechino tra inchini e sorrisoni. Ai responsabili del derelitto ministero e’ venuto il batticuore quando li hanno portati a visitare il loro possibile investimento. Pensavano fuggissero inorriditi, come hanno fatto gli americani, di fronte a quell’ammasso di ferraglia tenuta insieme con la astuzia africanissima di chi e’ da sempre, fin da bambino, abituato a fabbricare tutto con la spazzatura degli altri, dai giocattoli alle raffinerie. Niente affatto: hanno tirato fuori l’assegno. In cambio, i cinesi, hanno ottenuto quattro licenze di trivellazione nel delta del Niger dove il petrolio trasuda. Adesso la Nigeria petrolifera non e’ solo delle sette Sorelle, e’ anche cinese.

    Come avrete capito non è possibile ricondurre il fenomeno dei PIRATI SOMALI ad un’organizzazione protetta dai pirati della guerra tout court. La partita è ben più ampia. Una volta l’Africa era un gioco geopolitico tra USA e URSS e, a seconda delle parti, una miniera d’oro per le sue ricchezze. Oggi, al tavolo si è seduta una nuova realtà: la Cina. I cinesi comperano, pagano, costruiscono in barba a diritti umani e qualità del loro operato nel paese. Nel frattempo tutti vendono armi, sporcano e se la ridono su una catastrofe umanitaria che, per durata storica e ampiezza geografica delle aree, non ha precedenti.

    Da che parte staranno i Pirati? Quale in quale doppio gioco saranno coinvolti? Di chi faranno realmente gli interessi? Sono un cavallo di troia mediatico, oppure sono il frutto di movimenti trasversali, o ancora sono strumento di una delle parti? Di sicuro il loro operato è perfettamente in linea con una strategia di presidio di quella parte di mondo e di destabilizzazione dello stesso.

    Infine: Non vi sembra strano che nessuno li affondi e che i giornalisti li intervistino? Da quando i criminali sono raggiungibili dai giornalisti e non da chi vuole fermarli? Il sospetto è che nel gioco delle parti i buoni e i cattivi non siano realmente riconoscibili e, in ogni caso, siano entrambi conniventi, gli uni degli altri.

    titolando.wordpress.com

    http://www.youtube.com/watch?v=2tNdgTVb0XY

  76. Buon pomeriggio amici, sono rientrato al lavoro malgrado il parere negativo del mio medico curante ma questo è un “periodo particolare” e non ne posso fare a meno; e poi sinceramente le mura domestiche cominciavano a starmi strette. Come vedo continua incessante l’argomentazione Africa , ricca di aspetti e contenuti nuovi. Le mie esperienze ” Africane” sono limitate a due soste di un paio di gioni a Tangeri e Casablanca, scali in ambedue casi di due crociere ma devo dire che anche anche quelle esperienze brevi ma intense sono state belle.

  77. Che piacere aprire il blog e trovare i vostri commenti dopo una faticossima giornata di lavoro!
    Dire che sono stanca mi pare poco. Dire che sono morta mi pare esagerato. Credetemi, però, sono in una fase intermedia delle due situazioni.
    Sono contenta per il miglioramento di salute di Giuseppe, per le novità portate da Daniela che incuriosiscono e arricchiscono sempre, ma anche per Raffaele che, nonostante i suoi impegni, passa da qui con la sua solita signorilità.
    Una buona serata a tutti quanti. Non so se più tardi troverò il tempo per ritornare, ma al più presto possibile lo farò.
    Arrivederci a tutta questa armoniosa classe.

  78. Il Carnevale

    Un po’ di storia
    Il Carnevale nasce come festa popolare,affonda le proprie radici nelle tradizioni che i neri dell’Africa e i portoghesi delle Azzorre portarono con sé. A partire dal 1870 i neri seguiti poi dai bianchi avevano perso l’abitudine di sfilare, come in occasione delle processioni religiose, al ritmo del proprio folclore.

    Maschere tradizionali africane
    La maschere sono un elemento fondamentale della cultura tradizionale e dell’arte dei popoli dell’Africa subsahariana a occidentale. Diverse culture associano a questi oggetti diversi significati specifici, ma sono elementi costanti l’attribuzione alle maschere di significati spirituali, il loro uso nelle danze e in altri riti religiosi, e il riconoscimento di uno speciale status sociale agli artisti che le realizzano. Nella maggior parte dei casi, la creazione di maschere è un’arte che si tramanda di padre in figlio, insieme alla conoscenza dei valori simbolici e religiosi associati.

    Significato rituale e sociale
    Nella maggior parte delle culture africane tradizionali, chi indossa una maschera abbandona la propria identità e viene trasformato nello spirito che la maschera rappresenta.[1] Questo scopo viene in genere raggiunto con l’ausilio di altri elementi rituali, come certi tipi di musica o di danza; in diverse culture, inoltre, la maschera si accompagna a costumi rituali, che contribuiscono a nascondere l’identità del danzatore o del sacerdote mascherato. Colui che indossa la maschera diventa quindi una sorta di medium che consente al villaggio di dialogare con le proprie divinità, gli antenati, i defunti, gli animali o altri spiriti della natura. Per questo motivo, danze e rappresentazioni mascherate svolgono spesso una funzione propiziatoria in cerimonie e celebrazioni come matrimoni, funerali, riti di iniziazione, feste del raccolto. Fra i rituali più complessi si possono citare le rappresentazioni in costume e maschera di alcuni popoli della Nigeria, fra cui Yoruba ed Edo, che presentano molte analogie con il concetto occidentale di teatro.[2]
    Poiché ogni maschera ha uno specifico significato spirituale, alcuni popoli hanno decine di diverse maschere tradizionali. La religione dei Dogon del Mali, per esempio, è caratterizzata da un ricco pantheon di spiriti, a cui corrispondono oltre 70 tipi di maschere. Spesso, la qualità di una maschera riflette la posizione del soggetto nella gerarchia degli spiriti; per esempio, maschere estremamente lineari come le kple kple dei Baulé della Costa d’Avorio (essenzialmente un disco con una rappresentazione minimalista di occhi, bocca e corna) sono generalmente associate a spiriti minori.[3]
    Dato il significato spirituale delle maschere, non tutti i membri della società sono autorizzati a indossarle. Spesso questo onore è riservato agli uomini, e in particolar modo agli anziani o comunque alle persone di alto rango.[4] Alcune maschere sono riservate ai capi e ai re; per esempio, i capi del popolo Pende (Congo) indossano tre diverse maschere, ciascuna delle quali conferisce loro speciali poteri. Spesso, le maschere di maggiore prestigio sono quelle associate agli spiriti dei re defunti; la maschera indossata dal re del Regno di Kuba, per esempio, rappresentava il fondatore del regno e primo antenato della dinastia regale. In numerose tradizioni si trovano maschere associate a particolari società di guerrieri o di stregoni.

    Animali
    Gli animali sono fra i soggetti più comuni delle maschere africane. Lo scopo di queste maschere può essere quello di rappresentare effettivamente lo spirito di un animale, in modo che diventi possibile parlargli (per esempio per chiedere alle belve feroci di non aggredire il villaggio), ma spesso l’animale è invece (o contemporaneamente) visto come simbolo e portatore di determinate virtù.

    Bellezza femminile
    Insieme agli animali, uno dei soggetti più comuni delle maschere africane è la donna, anch’essa rappresentata in forma stilizzata, in funzione dell’ideale di bellezza femminile proprio di ogni particolare cultura. Le maschere femminili dei Punu del Gabon, per esempio, enfatizzano tratti come le ciglia arcuate, gli occhi a mandorla, il mento sottile, e rappresentano nelle maschere anche i gioielli ornamentali tradizionali, disposti in due linee curve che vanno dai due lati del naso verso le orecchie.[3] I Baga della Guinea invece rappresentano le cicatrici ornamentali della loro tradizione, e includono nella maschera una rappresentazione stilizzata di un seno reso cadente dall’allattamento (simbolo di fertilità). Queste maschere da donna sono rigorosamente indossate da uomini.

    Antenati
    Le maschere che riproducono in modo più o meno esplicito la forma del teschio umano sono spesso legate al culto degli antenati. Un esempio è la maschera detta mwana pwo (letteralmente “giovane donna”) del popolo Chokwe dell’Angola, che unisce stilemi legati alla rappresentazione della bellezza femminile (viso proporzionato, naso e mento piccoli) ad altri tipici del defunto (orbite incavate, labbra screpolate e lacrime); rappresenta un’antenata morta in tenera età, che viene evocata durante il rito della circoncisione e in altre cerimonie legate al rinnovamento della vita.[9] Poiché il culto degli antenati è spesso legato anche al tema della riproduzione e della fertilità, molte maschere uniscono i tratti del teschio con simboli sessuali; la maschera ndeemba del popolo Yaka (Angola, Congo), per esempio, ha l’aspetto di un teschio con un naso di forma fallica.

    Materiali e struttura
    La struttura principale delle maschere africane è in genere in legno; più raramente si impiegano pietre morbide come la saponaria, oppure pelle o tessuto. Il materiale viene lavorato (per esempio intagliato o scolpito) e spesso dipinto (con carbone vegetale, ocra o altri pigmenti di origine naturale). Alla struttura principale possono essere applicati elementi decorativi in altri materiali, come pelo, corna, denti, conchiglie, semi, iuta, paglia, guscio d’uovo (soprattutto di struzzo) o piume. Queste applicazioni servono talvolta a rappresentare in modo più efficace elementi anatomici del soggetto (per esempio, pelo animale e paglia sono spesso usati come capelli o barba, e corna o zanne possono servire da denti).

    Maschere commerciali
    Le maschere sono fra i prodotti artigianali africani più amati dagli occidentali; se ne trovano praticamente in tutti i negozi e mercati per turisti delle principali località africane, e in molti negozi europei e nordamericani che propongono articoli cosiddetti “etnici”. Di conseguenza, la produzione di maschere (come di altri oggetti artigianali) è diventata una vera e propria industria in molti paesi africani. Le maschere “commerciali” (o “turistiche”) che si trovano nei mercati e nei negozi sono idealmente riproduzioni più o meno fedeli di maschere tradizionali delle diverse etnie. Questo legame originario con la tradizione si va comunque progressivamente indebolendo a favore di considerazioni economiche. La logica del mercato rende anche sempre più difficile identificare la reale provenienza (sia geografica che stilistica) di maschere e altri prodotti artigianali; per esempio, nel grande mercato di Okahandja, in Namibia, si vendono quasi esclusivamente maschere prodotte in Zimbabwe che riproducono (a basso costo e con materiali di seconda scelta) stili originari di molte diverse regioni dell’Africa nera.

    http://www.youtube.com/watch?v=EtVAA_b0Kj0

  79. Il Carnevale di Rio de Janeiro (o semplicemente Carnevale di Rio) è una festa annuale che si tiene a Rio de Janeiro, la seconda città del Brasile.

    Si celebra 40 giorni prima di Pasqua e festeggia l’inizio della Quaresima; il Brasile è una nazione a maggioranza cattolica, per cui l’astinenza quaresimale è molto sentita. Il carnevale rappresenta un “addio” ai piaceri della carne in vista dei prossimi 40 giorni. Il Carnevale tiene alcune variazioni con la controparte europea e si differenzia nel territorio brasiliano.

    Il Carnevale brasiliano viene celebrato in modo diverso nelle varie regioni del paese: il Carnevale di Rio è considerato uno dei più famosi in Brasile e in tutto il mondo per via della magnificenza e della ricchezza dei festeggiamenti.

    Prima del riconoscimento ufficiale da parte del governo della festa del carnevale come una “espressione di cultura”, i brasiliani erano soliti scatenare sommosse in occasione della festa.

    Storia [modifica]
    Carnival parade in Rio de JaneiroRio de Janeiro è stato il primo e il piu famoso dei Carnevali brasiliani. Le sue origini risalgono agli anni trenta del XIX secolo, quando la borghesia cittadina importò dall’Europa la moda di tenere balli e feste mascherate, molto in voga a Parigi.

    Inizialmente molto simili alle feste europee, queste manifestazioni acquisirono col tempo elementi tipici delle culture africana e amerindiana.

    Sul finire del XIX secolo nella città vennero costituite le prime cordões (“corde” in Portoghese), gruppi di gente che sfilava per le strade suonando e ballando. Dalle cordões derivarono in seguito i moderni blocos (“quartieri”), gruppi di persone legati ad un particolare quartiere della città che sfilano con tamburi e ballerine, vestiti con costumi e magliette a tema per festeggiare il carnevale.

    I blocos oggi sono parte integrante della festa a Rio: vi sono più di 100 gruppi con usi e tradizioni diversi, e ogni anno il numero cresce. Alcuni sono numerosi, altri più piccoli; alcuni sfilano per le strade in formazione, altri stanno nello stesso posto.

    Ogni bloco ha un posto o una strada in cui festeggiare, e per i più grandi le strade vengono chiuse al traffico. I festeggiamenti cominciano da gennaio e durano fino al termine del carnevale, con gruppi di persone che ballano la samba nel weekend agli angoli delle strade. Solitamente i festeggiamenti avvengono di giorno, o alla fine dell’orario lavorativo.

    I bloco compongono loro stessi la musica che suonano in continuazione durante i festeggiamenti, basandosi su classici della samba o su vecchie musiche da carnevale chiamate Marchinhas de carnaval.

    I bloco più famosi sono O cordão do bola preta, che sfila nel centro storico, e Suvaco de Cristo, nella zonda del Giardino Botanico e sotto la statua del Redentore.

    Il Carnevale di Rio de Janeiro è noto nel mondo soprattutto per le sfarzose parate organizzate dalle principali scuole di samba della città. Le parate si tengono nel Sambodromo, e sono una delle principali attrattive turistiche del Brasile.

    Le Scuole di Samba sono grandi e ricche organizzazioni che lavorano tutto l’anno in preparazione del Carnevale. Le parate durano quattro notti, e fanno parte di una competizione ufficiale suddivisa in sette divisioni alla fine delle quali una scuola verrà dichiarata vincitrice dell’anno.

  80. IL CARNEVALE IN SICILIA

    Il Carnevale è sempre stato e sempre sarà il sinonimo della licenziosità, del divertimento estremo, dello sfarzo nel gioco, nel travestimento e nella tavola.

    Anticamente i festeggiamenti legati a questa manifestazione profana e folcloristica duravano più di un mese, a partire dal giorno seguente l’Epifania e fino al giungere della più triste ed austera Quaresima, ma dopo il terremoto dell’undici gennaio 1693 la durata della festività incominciò ad esser ridotta ed attualmente essa dura una settimana da anteporre alla Quaresima che essa anticipa.

    Da sempre la festa ha rappresentato lo specchio delle condizioni sociali, politiche e civili dei tempi, nonché tempio e massima rappresentazione della trasgressività.

    Il termine utilizzato per designare la festa si ricollega a quello latino “Carnem Levare”, cioè al divieto ecclesiastico di consumare carne durante il periodo quaresimale.

    Le origini della festa pagana per eccellenza sono antichissime: il periodo in cui si svolge fa pensare alla festa ateniese a sfondo dionisiaco delle Antesterie (fine di febbraio), quella ellenistica che si basa sulla processione del carronave di Iside che anticamente si svolgeva agli inizi di marzo e soprattutto ai Saturnali latini.

    Le prime notizie storiche certe sul Carnevale siciliano risalgono al 1600 e riguardano la città di Palermo e, col passare degli anni, la ricorrenza assunse sempre più sfarzo nella preparazione degli addobbi, dei costumi e delle maschere e potere sul desiderio collettivo di evadere dalla routine e dal quotidiano.

    Anticamente in Sicilia si poteva assistere a delle danze particolari, come quella “degli schiavi” durante la quale i partecipanti, travestiti appunto da schiavi, ballavano per le strade pubbliche al suono di antichi strumenti turchi come i tamburi, o la così chiamata “Balla-Virticchi” per la quale i partecipanti si travestivano da pigmei e trattenevano il popolo.

    Tra le maschere siciliane più caratteristiche del passato occorre decisamente ricordare quelle dei “Jardinara” (giardinieri) e dei “Varca” note soprattutto nella provincia di Palermo e quelle dei “briganti” e quella del “cavallacciu” note soprattutto nel catanese.
    Tra le altre maschere tradizionali del passato si possono ricordare quelle che servono da parodia ai maggiori esponenti delle classi sociali cittadine: si hanno così le innumerevoli rappresentazioni dei “Dutturi”, dei “Baruni” e degli “Abbati”.
    Si può citare, ancora, la vecchia maschera della “Vecchia di li fusa” presente anticamente nella Contea di Modica. Si tratta di un travestimento per diventare, attraverso l’uso di una gonna sgualcita, un mantello che si annoda al collo ed un velo che parte dal capo, il simbolo della prossima morte del Carnevale.
    Sempre in prossimità della città di Modica – Rg -, si trovano le città di Monterosso e Giarratana. Qui le maschere di Carnevale del passato più rappresentative erano quelle dei ” ‘Nzunzieddu”, cioè insudiciati, maschera così chiamata perché chi la impersona ha il viso sporco di fumo e terra rossa.

    Anche il fasto culinario legato al Carnevale è un degno segnale dell’abbondanza della ricorrenza: durante questa settimana si fa largo uso di sughi di carne e di pietanze elaborate, come i “maccheroni al ragù” (pasta in casa preparata con 500 grammi di farina e qualche uovo e condita, appunto, con il ragù preparato con cotenna di maiale e spezie) e l’antico “Minestrone del giovedì grasso” preparato nella Contea di Modica (prevede di unire non solo le classiche verdure come le patate, le fave secche sgusciate, una cipolla, prezzemolo, sale e pepe, ma anche il lardo di maiale privato di cotenna e tagliato a cubetti), di dolci ricchi come le “Teste di Turco” (delle frittelle dolci ripiene di crema ed uva passa prodotti a Modica – Rg -) e dolci meno elaborati come la “Pignoccata” (dolce preparato impastando farina, tuorli, zucchero ed un pizzico di sale; l’impasto così preparato è tagliato in tocchetti successivamente fritti in sugna bollente, sgocciolati e decorati con miele allentato con acqua d’arance e spolverati di cannella spellata; il dolce prende questo nome perché assume la forma di pigna).

    Ultimo aspetto legato alla festa in questione riguarda alcune antiche tradizioni che, purtroppo, oggi non hanno più la stessa forza e lo stesso fascino del passato.
    Si sta parlando, ad esempio, dell’antica abitudine di raccontare indovinelli in dialetto, spesso apparentemente lascivi e ricchi di doppi sensi ma che spesso avevano una soluzione più ingenua di quello che poteva sembrare.

    Attualmente l’abitudine di festeggiare il Carnevale è ancora molto sentito in tutta l’isola. Molte sono le feste organizzate dai privati, ma ancora più numerose sono quelle organizzate in forma pubblica e che possono vantare una secolare tradizione

  81. Iniziando una carrellata delle varie manifestazioni presenti in tutta l’isola, si può parlare dei festeggiamenti attuati a Palazzolo Acreide – Sr -. Qui il Carnevale si festeggia per sei giorni di seguito attraverso le sfilate di carri allegorici, la partecipazione delle tipiche maschere siracusane come i “cuturri”, vari veglioni e grandi abbuffate a base di “Cavatieddi” (un tipo di pasta condita con il sugo di maiale), la salsiccia ed il crostino di trota.
    Qui il carnevale è all’insegna della spontaneità e del coinvolgimento totale di tutta la cittadinanza che degnamente contribuisce alla riuscita dell’unica rappresentazione, nel suo genere, in tutta la provincia siracusana.
    Conoscere le origini di questa ricorrenza cittadina è un’impresa ardua, come del resto per molte altre città isolane, ma sicuramente l’evento va ricordato perché il coinvolgimento del pubblico è totale e perché si possono ammirare numerosissime maschere.

    Un’altra festa di Carnevale si attua nella città di Termini Imerese – Pa -.
    Anche qui si attua la sfilata dei carri allegorici che rappresentano una satira dei vari personaggi del mondo della politica e dello spettacolo, balli vari ed il rogo dei due fantocci del “nannu” e della “nanna”, evento che sancisce la fine dei festeggiamenti e dell’allegria.

    Successiva interessante manifestazione siciliana del Carnevale è “Il Mastro di Campo”, una pantomima che si svolge nella pubblica piazza e che coinvolge tutta la città di Mezzojuso – Pa -.
    L’evento ha delle origini antiche visto che la sua esistenza è attestata sin dal XVII secolo e prevede che un figurante abbia il volto coperto da una maschera rossa e che cerchi di conquistare la sua amata regina arroccata nel suo castello. Per alcuni l’evento ricorda Bernardo Cabrera che, nel 1412, scalò il Palazzo Steri a Palermo per conquistare Bianca di Navarra, la regina che egli amava. In realtà il paragone presenta delle incongruenze storiche perché nella realtà la regina non ricambiava tali sentimenti. Tale pantomima tragicomica prevede, inoltre, l’intervento di circa sessanta figuranti vestiti con costumi risalenti al XV secolo.
    Nel corso dei secoli, vista l’età della manifestazione, l’evento ha subito delle modifiche, come l’intervento di “Garibaldi” e di alcuni suoi uomini che si ha a partire dagli inizi del 1900. La partecipazione dell’eroe dei due mondi e dei suoi uomini è molto attiva: i garibaldini ingaggiano una bella battaglia con le guardie saracene del castello. Altri caratteristici personaggi di tale pantomima sono gli alleati del Mastro di Campo, i briganti ed i guerriglieri rappresentati dal gruppo del Forforio che vogliono sovvertire l’ordine rappresentato dalla Corte del Re ed il “Diavolo Pecoraio”, un figurante rivestito di pelli di pecora che rappresenta il reale avversario dell’eroe della pantomima.
    Alla fine della pantomima, così come vuole la tradizione delle favole più belle, Mastro di Campo riesce a conquistare la sua amata.

    Il Carnevale di Sciacca – Ag – probabilmente è una delle manifestazioni più note di tutta la Sicilia.
    In questa città alle falde del Monte San Calogero il Carnevale, dopo qualche anno di declino, è diventato un vero e proprio richiamo per i turisti, nonché occasione di divertimento e coinvolgimento per tutta la cittadinanza.
    Il travestimento e la sfarzosità dei carri ha fatto di questo evento in questa città una delle manifestazioni più importanti, tanto da diventare uno dei carnevali più famosi d’Italia.
    L’evento ha delle origini antiche visto che risale al 1800, quando la festa era l’occasione non solo per preparare ed abbellire carri allegorici e dar libero sfogo all’allegria, ma anche per dedicarsi ai “peccati di gola” abbuffandosi con vino, salsiccia, maccheroni al sugo e cannoli di ricotta.
    I carri allegorici qui preparati hanno subito delle positive innovazioni tecnologiche, prevedono il coinvolgimento di architetti, artigiani della ceramica e scultori per diventare così delle imponenti strutture per le rappresentazioni satiriche dei vari personaggi del nostro tempo.
    Le varie manifestazioni iniziano in città il giovedì grasso con la consegna delle chiavi della città alla maschera “Peppe Nnappa”. I momenti centrali della manifestazione si hanno con la sfilata dei carri allegorici, evento che inizia il sabato per terminare il martedì. La sera del martedì, dopo giorni dedicati al canto ed al ballo, si concludono tutti i festeggiamenti con il rogo del carro di “Peppe Nnappa” che brucia insieme ai fischietti ed ai martelletti.
    (Vedi http://www.carnevaledisciacca.it/)

    Anche la cittadina di Bronte – Ct -, molto nota per l’ingente produzione dei pistacchi ai quali è dedicata una oramai famosa sagra, festeggia il Carnevale.
    Mentre in passato tale manifestazione prevedeva l’intervento, nelle pubbliche strade cittadine, dei “Laddatori” – delle maschere locali che rappresentano le classi più povere della città -, attualmente il Carnevale brontese prevede, sempre per le vie cittadine, la sfilata dei carri e dei gruppi mascherati.

    Il Carnevale di Misterbianco – Ct – si è notevolmente modificato nel corso degli anni, ma è sempre rimasto un punto fermo nella città per offrire una reale occasione di divertimento e di rottura dalla quotidianità. Mentre in passato c’era l’abitudine di allestire un palco da dove una banda musicale allietava i partecipanti alla festa con allegre e ballabili musiche, di effettuare dei giochi e di vedere le donne, ben mascherate, invitare amici a ballare e per farsi offrire delle leccornie, attualmente i festeggiamenti prevedono la sfilata di oltre settecento maschere. Quest’ultima manifestazione si effettua la domenica antecedente quella di Carnevale, la domenica di Carnevale ed il martedì grasso.
    La preparazione dei costumi, tra l’altro di pregevole fattura, richiede una lunga lavorazione che dura numerosi mesi e l’abbondante utilizzo di materiali pregiati e ciò contribuisce a fare della manifestazione un vero fiore all’occhiello della città.
    La sfilata delle maschere coinvolge vari comitati che ogni anno rappresentano un tema diverso da quello precedentemente realizzato e da quello simboleggiato da altri gruppi.

    Il Carnevale di Paternò – Ct – ha perso parte del suo antico smalto e fasto, ma resta comunque sempre una piacevole ricorrenza cittadina. Anche in questo caso si può assistere alla sfilata di carri allegorici e gruppi in maschera e di ascoltare la musica per le vie cittadine come avveniva nel passato, ma si è persa l’antica abitudine di vedere le donne vestite con mantelli neri e maschere per poter invitare, senza farsi riconoscere, a ballare gli uomini.

    Il Carnevale di Acireale – Ct – ha delle origini molto antiche che, si presume, risalgono alla festa del compatrono San Sebastiano inaugurata nel XVII secolo, in pieno dominio aragonese, e che diventò ben presto un’occasione di festa pubblica con giochi, mascherate e spettacoli vari.
    Nel 1800, inoltre, c’erano sfilate di carri nobiliari dai quali i nobili del posto, appunto, lanciavano leccornie al popolo.
    Soltanto nel 1929 la festa assume una forma organizzata e, col passare degli anni, diventa sempre più sfarzosa ed imponente tanto da diventare una tappa quasi obbligata per chi vuol trascorrere qualche giorno di euforia prima dello avvento della Quaresima.
    Ogni anno si ha la sfilata di carri allegorici infiorati costruiti in cartapesta, di gruppi folcloristici e mascherati, l’esibizione di cantanti e di majorettes, l’esecuzione di giochi popolari nonché l’attiva partecipazione degli abitanti della città e di numerosi turisti.
    (Vedi http://www.carnevalediacireale.it/)

    Il Carnevale celebrato a Belpasso -Ct – prevede, oltre alla consueta rottura della quotidianità ed istituire un momento gioioso di svago e di divertimento puro, vari e distinti momenti celebrativi.
    Si comincia con il recital dei poeti dialettali locali, si continua con la tradizionale ma sempre affascinante sfilata dei gruppi in maschera costituiti, in buona parte, dalle associazioni culturali cittadine e si conclude con l’intero coinvolgimento delle maschere nella pubblica piazza per ascoltare della buona musica dal vivo e per lasciarsi trascinare nelle danze.

    Naturalmente anche il capoluogo siciliano ha il suo carnevale.
    Come gli altri, anche il Carnevale di Palermo ha un passato glorioso alle spalle costituito da cortei che prevedono la presenza di costumi barocchi, palii allegorici, dalle commedie rappresentate in piazza.
    Il momento magico di questa manifestazione si è visto soprattutto nel 1700 quando la festa coinvolgeva proprio tutti, dai nobili al popolino.
    Tutte le vie cittadine, soprattutto quelle principali come il “Cassaro” e la “Strada Nuova”, erano teatro dei festeggiamenti e delle così chiamate “Carrozzate”, cioè le sfilate delle carrozze patronali che ospitavano i nobili del luogo che amavano mescolarsi col popolo per vivere in prima persona la festa.
    Per non parlare poi dei teatri cittadini, il regno incontrastato dei giochi e dei balli in maschera.
    Attualmente, la festa palermitana del Carnevale può esser intesa come recupero della memoria e delle antiche ma sempre valide tradizioni che hanno reso famosa la ricorrenza, ed anche come valorizzazione delle bellezze architettoniche cittadine visto che l’evento si svolge lungo le vie cittadine principali.

    Il Carnevale di Corleone – Pa – ha come simbolo la maschera di “Riavulicchio”, simbolo della rinascita della festività corleonese un tempo sepolta per ragioni di ordine pubblico e da qualche anno ripresa per l’esigenza popolare di divertimento e di rottura con la triste e monotona quotidianità.
    Nel passato cittadino la festa aveva un sapore più popolare e vedeva la presenza di numerosi “Riavulicchi” che scorrazzavano incontrastati in branco per le vie cittadine accompagnati dallo scampanio di numerosi sonagli e facendosi precedere dal suono dei corni. Nei giorni propri della festa si poteva assistere alle cavalcate che irrompevano lungo le vie cittadine.
    Attualmente la festa prevede la partecipazione della banda, il trofeo dei quartieri assegnato al gruppo che meglio di ogni altro realizza un carro allegorico, le sfilate dei carri che si attuano il sabato, la domenica ed il martedì che prevedono, come momento conclusivo, il ballo nella pubblica piazza in prossimità del Palazzo Municipale. Momento conclusivo della manifestazione corleonese prevede il rogo del “Nannu”, il fantoccio che rappresenta il Carnevale la cui “morte” rappresenta la fine di un’epoca ed il nascere di una successiva. Prima del rogo, il Fantoccio legge il suo testamento dal balcone del Palazzo Municipale, sotto gli occhi dei partecipanti alla festa, poi riceve una collana di salsiccia e successivamente è accompagnato al rogo.

    Francavilla di Sicilia – Me -, sviluppata nei pressi delle famose e suggestive Gole dell’Alcantara e circondata dal fiume San Paolo e dal fiume Zaviani, organizza ogni anno, così come altre città isolane, un Carnevale che dura un’intera settimana.
    La festa vede il sorgere di canti e balli che coinvolgono l’intera cittadinanza, le sfilate dei carri allegorici, la personificazione del Carnevale nella maschera di “Sua Maestà”, inizialmente onorata grazie alla sfilata delle corti e poi accompagnata dal “Gran Corteo Funebre” che serve per seppellire la maschera stessa insieme al periodo di divertimenti sfrenati e licenziosi.
    Vero simbolo del Carnevale di Francavilla è il ballo collettivo.

    Anche il rinomato centro turistico isolano di Taormina – ME – prevede vari festeggiamenti per il Carnevale.
    Anche in questo caso la competitività nella realizzazione dei carri e lo sfarzo ostentato da questi ultimi è davvero notevole visto che tutti i cittadini si prestano alla realizzazione di questi simboli che poi sfileranno nel classico quanto allegro corteo la domenica ed il martedì grasso. I premi in palio sono notevoli ed offerti non solo dall’autorità comunale, ma anche dalle varie associazioni dei commercianti e sono un ottimo stimolo per dare il meglio di sé nella realizzazione dei carri.
    Il coinvolgimento cittadino non si ferma solo a questo aspetto, ma prevede anche la presenza di massa alle varie feste serali che si realizzeranno nella pubblica piazza durante i giorni canonici della festa e che prevedono gare canore, giochi vari come l’albero della cuccagna e balli coinvolgenti.
    Si evince che anche il carnevale taorminese può esser considerato un’ottima tappa per festeggiare il Carnevale in Sicilia in allegria ed in compagnia e può esser considerato uno splendido esempio del divertimento e dell’allegria.

    Un altro centro rientrante nella provincia messinese che prevede svariati eventi per il Carnevale è Saponara.
    Tra i momenti costitutivi della festa si hanno i soliti ma sempre affascinati e coinvolgenti carri allegorici ed il momento culminante della festa si ha il martedì grasso quando tutta la cittadinanza è coinvolta nel “Corteo dell’Orso e della Corte Principesca”. L’Orso è gigantesco, è agghindato con campanacci e trattenuto da delle corde ed è seguito dai suonatori di “brogne” e corni, dalla coppia principesca, dal giullare, dallo scrivano-consigliere e dal resto della corte. Tutto il corteo, inoltre, si arricchisce grazie alla partecipazione di vari gruppi e singoli vestiti in maschera.
    Nella memoria collettiva l’evento ricorda un fatto storico. Il Principe Domenico Alliata di Villafranca e la sua consorte Vittoria Di Giovanni, baronessa di Saponara, regnavano nel XVIII secolo; in quel tempo un feroce orso minacciava la cittadinanza ed il principe ne garantì la cattura e per rassicurare la cittadinanza del pericolo scampato e sulla propria validità di signore e protettore della città fece incatenare la bestia e lo fece condurre per le vie cittadine.
    L’evento ora raccontato è stato lo spunto per effettuare un travestimento satirico e burlesco che nel corso degli anni è diventato il fulcro del carnevale e che serve anche per esorcizzare antiche paure, per documentare come la popolazione vive determinati eventi sociali e civili e non solo per rievocare e rappresentare momenti salienti della storia cittadina.
    (Vedi http://www.solnet.it/carnevaledisaponara/)

    Il Carnevale a Novara di Sicilia – Me – prevede, oltre ai tradizionali festeggiamenti, anche il torneo della corsa delle locali forme del formaggio maiorchino – pecorino puro ricavato attraverso particolari processi di lavorazione e stagionatura e che assume una forma simile a quella del parmigiano -. E’ un evento che può vantare quattro secoli di storia alle spalle e prevede la partecipazione di varie squadre composte da tre elementi, squadre che gareggiano facendo rotolare le forme del formaggio che pesano circa dodici chili per le vie cittadine. L’evento ha come naturale conclusione una Sagra durante la quale si può consumare non solo il formaggio in questione, ma anche la ricotta e la tuma.

    Chiaramonte Gulfi – Rg – festeggia il Carnevale coinvolgendo non solo gli occhi ma anche la gola. Infatti, i due momenti distinti del Carnevale chiaramontano consistono nella sfilata dei carri allegorici che si effettua la domenica ed il martedì di Carnevale e che si concludono con la premiazione e la sagra della salsiccia che si effettua il lunedì sera.
    Naturalmente anche in questa città, così come per le altre rappresentanti isolane, il coinvolgimento della cittadinanza è assicurato attraverso i balli in piazza.

  82. MAGIA NERA
    UN OSCURO ENIGMA AFRICANO

    Amore, soldi, salute, fortuna:
    sono innumerevoli i motivi
    per cui rivolgersi ad uno stregone.
    E in Africa, prima o poi,
    tutti finiscono per cedere
    alle tentazioni della magia:
    persino i capi di Stato…

    STREGONI TUTTOFARE
    La stregoneria in Africa è tutt’altro che un fenomeno legato all’ignoranza e all’isolamento culturale. A credere nelle forze dell’occulto sono universitari, funzionari statali, medici e impiegati. Il mondo del soprannaturale si è spostato negli ultimi trent’anni dalle campagne alle metropoli, invadendo anche gli spazi più acculturati e aperti al confronto con l’Occidentale. Oggi nelle grandi città – come Lagos in Nigeria, Lomè in Togo o Cotonou in Benin – la paura della magia nera dilaga. Qui la gente è disposta a spendere i propri averi per proteggere se stessa, annientare i nemici, o avere successo in amore, sul lavoro o a scuola. Le prestazioni degli stregoni vanno dalla protezione dal malocchio ai problemi coniugali, fino ai trattamenti per le emorroidi o la sterilità. C’è che si occupa anche della riscossione dei debiti, un mestiere assai remunerativo: i clienti, oltre a pagare per i doni sacrificali, devono sborsare il dieci per cento del denaro spettante, a patto che il debitore paghi.

    ATTENZIONE AGLI IMPOSTORI
    Alcuni stregoni promettono di sconfiggere le malattie più insidiose e terribili, grazie ai loro poteri magici. Dalla malaria al colera, dalla tubercolosi all’Aids, non c’è male che non possa essere curato nelle loro capanne o baracche di lamiera. Le terapie suggerite ai clienti sono di ogni tipo: intrugli di bacche, talismani, offerte sacrificali. Se la cura fallisce, in genere la responsabilità è attribuita al paziente che evidentemente ha trascurato alcuni dettagli importanti o non ha seguito alla lettera i consigli. Le strade dell’Africa pullulano di ciarlatani che si auto-proclamano stregoni e che fanno della magia nera un vero e proprio business. Nascosti dietro montagne di ossa e pietruzze, questi impostori dell’occulto preparano – dietro l’esborso di cifre considerevoli – inutili talismani personalizzati e finte pozioni contro il malocchio. La gente dà fondo ai risparmi per vendi carsi di qualche nemico, costringere alla resa una fidanzata restìa, o condannare all’impotenza il rivale in amore. Per rendersi credibili agli occhi del pubblico, i finti stregoni si cimentano in gesti e rituali che appartengono all’iconografia tradizionale: disegni sulla sabbia, lancio di ossicini e conchiglie, soffi e sputi, conditi da “formule magiche” e prostrazioni meditative per dare al tutto un tono ancor più misterioso.

    TUTTI DALL’INDOVINO
    Tra le bancarelle di questi ciarlatani sgattaiolano persone di ogni età e di ogni ceto sociale, compresi numerosi insospettabili cittadini in giacca a cravatta che non se la sentono di rompere del tutto con la magia. Molti desiderano semplicemente conoscere il proprio destino e scoprire che cosa riserverà il domani: è opinione diffusa che veggenti e indovini siano in grado di mettersi in contatto con gli spiriti degli antenati, per indagare sulle sorti dei clienti. Superstizioni popolari? Macché: si tratta di convinzioni radicate anche nei piani più alti della scala sociale. Nessun politico o uomo d’affari, degno di questo nome, si avventura in decisioni importanti senza aver consultato il proprio oracolo di fiducia. Persino alcuni capi di stato africani non rinunciano a questa pratica: il togolese Eyadema e il gabonese Omar Bongo, per esempio, sono fermi sostenitori dell’uso della magia come arma per mantenere il potere: alternando potenti sortilegi a crudeli pratiche dittatoriali, sono saldamente ancorati al trono da trentotto anni!

    http://www.missionaridafrica.org

    http://www.youtube.com/watch?v=lcg6EeDAzrM

  83. UN OSCURO ENIGMA AFRICANO
    Amore, soldi, salute, fortuna:
    sono innumerevoli i motivi
    per cui rivolgersi ad uno stregone.
    E in Africa, prima o poi,
    tutti finiscono per cedere
    alle tentazioni della magia:
    persino i capi di Stato…

    STREGONI TUTTOFARE
    La stregoneria in Africa è tutt’altro che un fenomeno legato all’ignoranza e all’isolamento culturale. A credere nelle forze dell’occulto sono universitari, funzionari statali, medici e impiegati. Il mondo del soprannaturale si è spostato negli ultimi trent’anni dalle campagne alle metropoli, invadendo anche gli spazi più acculturati e aperti al confronto con l’Occidentale. Oggi nelle grandi città – come Lagos in Nigeria, Lomè in Togo o Cotonou in Benin – la paura della magia nera dilaga. Qui la gente è disposta a spendere i propri averi per proteggere se stessa, annientare i nemici, o avere successo in amore, sul lavoro o a scuola. Le prestazioni degli stregoni vanno dalla protezione dal malocchio ai problemi coniugali, fino ai trattamenti per le emorroidi o la sterilità. C’è che si occupa anche della riscossione dei debiti, un mestiere assai remunerativo: i clienti, oltre a pagare per i doni sacrificali, devono sborsare il dieci per cento del denaro spettante, a patto che il debitore paghi.

    ATTENZIONE AGLI IMPOSTORI
    Alcuni stregoni promettono di sconfiggere le malattie più insidiose e terribili, grazie ai loro poteri magici. Dalla malaria al colera, dalla tubercolosi all’Aids, non c’è male che non possa essere curato nelle loro capanne o baracche di lamiera. Le terapie suggerite ai clienti sono di ogni tipo: intrugli di bacche, talismani, offerte sacrificali. Se la cura fallisce, in genere la responsabilità è attribuita al paziente che evidentemente ha trascurato alcuni dettagli importanti o non ha seguito alla lettera i consigli. Le strade dell’Africa pullulano di ciarlatani che si auto-proclamano stregoni e che fanno della magia nera un vero e proprio business. Nascosti dietro montagne di ossa e pietruzze, questi impostori dell’occulto preparano – dietro l’esborso di cifre considerevoli – inutili talismani personalizzati e finte pozioni contro il malocchio. La gente dà fondo ai risparmi per vendi carsi di qualche nemico, costringere alla resa una fidanzata restìa, o condannare all’impotenza il rivale in amore. Per rendersi credibili agli occhi del pubblico, i finti stregoni si cimentano in gesti e rituali che appartengono all’iconografia tradizionale: disegni sulla sabbia, lancio di ossicini e conchiglie, soffi e sputi, conditi da “formule magiche” e prostrazioni meditative per dare al tutto un tono ancor più misterioso.

    TUTTI DALL’INDOVINO
    Tra le bancarelle di questi ciarlatani sgattaiolano persone di ogni età e di ogni ceto sociale, compresi numerosi insospettabili cittadini in giacca a cravatta che non se la sentono di rompere del tutto con la magia. Molti desiderano semplicemente conoscere il proprio destino e scoprire che cosa riserverà il domani: è opinione diffusa che veggenti e indovini siano in grado di mettersi in contatto con gli spiriti degli antenati, per indagare sulle sorti dei clienti. Superstizioni popolari? Macché: si tratta di convinzioni radicate anche nei piani più alti della scala sociale. Nessun politico o uomo d’affari, degno di questo nome, si avventura in decisioni importanti senza aver consultato il proprio oracolo di fiducia. Persino alcuni capi di stato africani non rinunciano a questa pratica: il togolese Eyadema e il gabonese Omar Bongo, per esempio, sono fermi sostenitori dell’uso della magia come arma per mantenere il potere: alternando potenti sortilegi a crudeli pratiche dittatoriali, sono saldamente ancorati al trono da trentotto anni!

    http://www.youtube.com/watch?v=lcg6EeDAzrMMAGIA NERA

  84. Ciao Daniela e Rita che portate una ventata di Carnevale. Immagino coriandoli ogni vostra parola scritta, è tempo di baldoria e d’allegria. L’umanità s’è inventata questa festa per la voglia di spensieratezza. E ci vuole anche questo di tanto in tanto!

    Se ci immaginassimo una sfilata virtuale con costumi ispirati all’Africa, voi cosa indossereste?
    Per me ho pensato a questo:
    scimmia

  85. Carissima Tosca, io ti seguirei col palso felpato di una leonessa… in questo momento mi sento così! La foto la metti tu, ok?!??
    Baci Dany

  86. Buon pomeriggio amici, l’aria del carnevale ha coinvolto anche l’africa ed in effetti se andassimo a studiare le origini del carnevale, scopriremmo che l’Africa ha avuto una sua parte fondamentale. Comunque sto cercando d’immaginarmi adosso un vestito carnascialesco; ma forse ho trovato. Mi vedo vestito come uno di quei capi villaggio buffi e pittoreschi dei cartoni animati o dei films per ragazzi, con la pancia prominente, il gonnellino di rafia, un osso al naso, una collana di ossi di pollo al petto e per finire con una corona in testa fatta di piume e ninnoli.

  87. Saluto Tosca e tutti gli altri,
    vedo che in questo periodo mi sono persa tante cose. Sono stata super impegnata e sotto stress. Per il momento mi limito a dare un saluto a tutti, sperando che i giorni che seguiranno siano più tranquilli. Buona serata a tutti.

  88. ACROSTICO AUTOCELEBRANTE

    Insieme
    Liberiamo

    Belle energie che
    Lasciano
    Ovunque
    Grande

    Dimostrazione di
    Inestimabile e simpatica sintonìa.

    Tanto che
    Oso dire che
    Siamo gli unici
    Capaci di
    Avere ancora voglia di volare!!!!

    http://www.youtube.com/watch?v=dUvPf_zuySA

    … cari compagnetti di classe anche la canzone è dedicata a noi… sono nella serata della modestia 🙂 🙂 🙂

  89. Buongiorno amici, Daniela sei fantastica! Da oggi ti nomino miss ACROSTICO ne hai uno giusto per tutto; bertornata a Irene.Tosca sei stata molto buona con me, il vestito l’hai azzeccato però andava bene venti Kili fa adesso la pancetta si è trasformata in pancione ed il gonnellino…. beh di quelli ormai ne cucio due insieme,. Comunque grazie ed a parte gli scherzi, domenica sono invitato ad una festa in maschera organizzata per i bambini credo che sfrutterò l’idea. Ciao Raffaele.

    ACROSTICO FESTIVO ( ma non posso competere con Daniela)
    Aria di
    Festa si
    Respira
    In questi giorni di
    Carnevale
    Anticipato.

  90. Ciao Tosca…ce l’avresti uno straccetto per me??? Metterei volentieri qualcosa di particolarmente originale… potrei essere una pitonessa, o forse un camaleonte..molto vicino al mio modo di essere..vedi tu..mi fido di te. Un saluto a tutti i compagni di blog e un augurio di divertirvi come quando si era bambini.

  91. Ha ragione Giuseppe a nominarti Miss Acrostico, cara Daniela. L’ “Acrostico Autocelebrante” t’è venuto così bene che te lo metto sulla scia del tuo battello insieme a tutte le altre tue creazioni.

    Giuseppe, comunque, anche i tuoi acrostici hanno sempre un bell’effetto.

    Buon Carnevale a Rita, Daniele, Giuseppe e Raffaele che passando di fretta ha come lanciato un’allegra manciata di coriandoli.

  92. ACROSTICO DEDICATO ALL’AMICO GIUSEPPE

    Sono davvero
    Tanto onorata di
    Essere Miss Acrostico chiamata! Ma è
    La vostra compagnia che dà
    Luce alla mente mia!
    Essere accanto a grandi artisti non mi

    Fa certo sentire triste.
    Invece mi indica, Giuseppe caro
    L’acrostico giusto e non certo raro.
    A te, queste poche righe voglio dedicare
    Non per ringraziarti ma per invitarti a
    Tornare a scrivere sempre più spesso, perchè
    I tuoi versi sono di gran successo.

  93. CARNEVALE ACROSTICANDO

    C’è chi ama il Carnevale perchè
    Ogni scherzo vale!
    Ritornando così bambini
    Irriverenti e birichini!
    Anche
    Noi che grandi siamo
    Dispettosi diventiamo; in
    Ogni piccola occasione
    Liberiamo l’emozione.
    Intanto che la festa impazza

    Eleganti nella piazza, ci

    Mostriamo tutti
    Agghindati, belli e molto
    Sofisticati!!!
    Chi non
    Ha voglia di scherzare
    Esca e vada a
    Ritrovare la perduta spensieratezza…
    Evviva questa bella festa!!!

    http://www.youtube.com/watch?v=jI1vNqFiyvU

  94. Curiosità su San Valentino

    Perché protettore degli innamorati?
    San Valentino è noto in tutto il mondo come patrono degli innamorati. Questo titolo nasce da alcune leggende di seguito riportate…
    La rosa della riconciliazione
    San Valentino, sentendo un giorno bisticciare due giovani fidanzati, i quali stavano passando al di là della siepe del suo giardino, uscì loro incontro tenendo in mano una bella rosa. Il capo canuto, il volto sereno e sorridente del buon vecchio e quella rosa, tenuta in alto col gesto di donarla, ebbero il magico potere di calmare i due innamorati in lite.
    Quando poi egli, donando realmente quel purpureo fiore, volle che tutti e due insieme stringessero il gambo con cautela per non pungersi e spiegò il “cor unum” di due persone sposate, l’amore era tornato come prima.
    I due tornarono poi da lui finché, come desiderava, non fu proprio il Santo Vescovo a benedire il loro matrimonio felicissimo.
    La cosa si riseppe e allora fu una processione ad invocare il patrocinio di lui sulle famiglie da fondare.
    Il Vescovo, però, aveva anche altre occupazioni pastorali alle quali accudire, perciò stabilì per quella benedizione il quattordici del mese. Ed il quattordici del mese è restato, ma ristretto a quello di febbraio, perché in quel giorno egli andò a celebrare le sue nozze in Paradiso.

    I bambini
    San Valentino coltivava un variatissimo giardino affiancato ad un prato. In questo permetteva che giocassero liberamente tutti i bambini che volevano. Egli si affacciava ogni tanto dalla sua cappella per sorvegliarli e bearsi della loro vivacità chiassosa. Aveva i medesimi gusti di Gesù, il quale diceva: “Sinite parvulos venire ad me”. Quando si avvicinava la sera egli scendeva in giardino e tutti quegli uccellini di Dio gli cinguettavano attorno saltellando. Allora egli li benediceva tutti. Poi dava a ciascuno un fiore con raccomandazione di portarlo alla mamma, ottenendo così che tornassero a casa presto e alimentassero l’amore e il rispetto per i genitori.
    In questa leggenda è indicata abbastanza bene l’origine dei piccoli regaletti, che oggi si seguitano a mandare alle persone a cui si vuole bene.

    L’amore sublime
    C’era una bella ragazza di nome Serapia, la quale abitava in una piazza di Terni, l’attuale Piazza Clai. Passando spesso di lì un giovane centurione romano, di nome Sabino, la osservò più volte, se ne innamorò e la chiese in sposa. I parenti di lei, però, non volevano, perché Sabino era pagano mentre loro erano tutti cristiani. Allora lei gli suggerì di andare dal loro Vescovo e farsi istruire ben bene e farsi battezzare. Cosa che egli per amore di lei fece.
    Ma quando questo ostacolo era stato sormontato, ne sorse uno grandissimo. Si scoprì che Serapia era affetta da una forma di tisi avanzatissima. Disperazione dei genitori e del giovane legionario romano.
    Fatto venire il santo Vescovo presso il letto della moribonda, Sabino supplicò il Santo che non permettesse che egli si separasse dalla sua amata. La vita gli sarebbe riuscita un lungo martirio insopportabile.
    Valentino alzò le mani e la voce al Padre di tutti. Ed un sonno beatificante unì per l’eternità quei due cuori dal palpito sincrono, mentre si stringevano per l’eternità.

    I colombini
    C’era a Terni un Grande Sacerdote buono buono e tanto bravo. Egli possedeva un grande giardino che nelle ore libere dall’apostolato coltivava con le proprie mani ed innaffiava con l’acqua delle “forme” fatte da poco.
    Siccome questo Sacerdote, che tutti chiamavano il Buon Pastore, era veramente tanto buono, permetteva ai bambini di andare a giocare nel suo giardino, raccomandando che non avessero fatto danni, perché poi la sera avrebbe egli regalato a ciascuno un fiore da portare a casa.
    Un brutto giorno, però, vennero dei soldati e imprigionarono il Grande Sacerdote e lo portarono dal re di allora, che era cattivo, e questo lo condannò al carcere a vita. I bambini piansero tanto. Ed il Sacerdote Grande, che si chiamava Valentino, stando in carcere pensava ai bambini, ai quali voleva tanto bene e che ora non avrebbero più avuto un luogo sicuro dove giocare. Che fare? Ci pensò il Signore. Fece fuggire dalla gabbia del distratto custode due dei piccioni viaggiatori, che Valentino manteneva nel giardino stesso. Questi piccioni, guidati da un misterioso istinto, ritrovarono il carcere dove stava chiuso il loro santo padrone. Si posarono sulle sbarre della sua finestra e presero a tubare fortemente. Valentino li riconobbe, li prese sulle mani e li accarezzò. E poi legò al collo di uno un sacchetto fatto a cuoricino con dentro un biglietto; ed al collo dell’altro assicurò una chiavetta.
    Naturalmente la loro assenza era stata notata con dispiacere, come poi con somma gioia fu avvertito il loro ritorno.
    Si notò quello che portavano, e si riconobbe subito nella chiavetta quella del giardino. Quale fu poi la gioia dei familiari e dei bambini, che aspettavano fuori, quando intesero leggere le parole del biglietto, è facile immaginarlo. Che c’era scritto? “A tutti i bambini che amo… dal vostro Valentino”.

    Fonte: Comune di Terni
    ttp://www.youtube.com/watch?v=8eRBxUDSUhg

  95. Curiosità su San Valentino

    Perché protettore degli innamorati?
    San Valentino è noto in tutto il mondo come patrono degli innamorati. Questo titolo nasce da alcune leggende di seguito riportate…
    La rosa della riconciliazione
    San Valentino, sentendo un giorno bisticciare due giovani fidanzati, i quali stavano passando al di là della siepe del suo giardino, uscì loro incontro tenendo in mano una bella rosa. Il capo canuto, il volto sereno e sorridente del buon vecchio e quella rosa, tenuta in alto col gesto di donarla, ebbero il magico potere di calmare i due innamorati in lite.
    Quando poi egli, donando realmente quel purpureo fiore, volle che tutti e due insieme stringessero il gambo con cautela per non pungersi e spiegò il “cor unum” di due persone sposate, l’amore era tornato come prima.
    I due tornarono poi da lui finché, come desiderava, non fu proprio il Santo Vescovo a benedire il loro matrimonio felicissimo.
    La cosa si riseppe e allora fu una processione ad invocare il patrocinio di lui sulle famiglie da fondare.
    Il Vescovo, però, aveva anche altre occupazioni pastorali alle quali accudire, perciò stabilì per quella benedizione il quattordici del mese. Ed il quattordici del mese è restato, ma ristretto a quello di febbraio, perché in quel giorno egli andò a celebrare le sue nozze in Paradiso.

    I bambini
    San Valentino coltivava un variatissimo giardino affiancato ad un prato. In questo permetteva che giocassero liberamente tutti i bambini che volevano. Egli si affacciava ogni tanto dalla sua cappella per sorvegliarli e bearsi della loro vivacità chiassosa. Aveva i medesimi gusti di Gesù, il quale diceva: “Sinite parvulos venire ad me”. Quando si avvicinava la sera egli scendeva in giardino e tutti quegli uccellini di Dio gli cinguettavano attorno saltellando. Allora egli li benediceva tutti. Poi dava a ciascuno un fiore con raccomandazione di portarlo alla mamma, ottenendo così che tornassero a casa presto e alimentassero l’amore e il rispetto per i genitori.
    In questa leggenda è indicata abbastanza bene l’origine dei piccoli regaletti, che oggi si seguitano a mandare alle persone a cui si vuole bene.

    L’amore sublime
    C’era una bella ragazza di nome Serapia, la quale abitava in una piazza di Terni, l’attuale Piazza Clai. Passando spesso di lì un giovane centurione romano, di nome Sabino, la osservò più volte, se ne innamorò e la chiese in sposa. I parenti di lei, però, non volevano, perché Sabino era pagano mentre loro erano tutti cristiani. Allora lei gli suggerì di andare dal loro Vescovo e farsi istruire ben bene e farsi battezzare. Cosa che egli per amore di lei fece.
    Ma quando questo ostacolo era stato sormontato, ne sorse uno grandissimo. Si scoprì che Serapia era affetta da una forma di tisi avanzatissima. Disperazione dei genitori e del giovane legionario romano.
    Fatto venire il santo Vescovo presso il letto della moribonda, Sabino supplicò il Santo che non permettesse che egli si separasse dalla sua amata. La vita gli sarebbe riuscita un lungo martirio insopportabile.
    Valentino alzò le mani e la voce al Padre di tutti. Ed un sonno beatificante unì per l’eternità quei due cuori dal palpito sincrono, mentre si stringevano per l’eternità.

    I colombini
    C’era a Terni un Grande Sacerdote buono buono e tanto bravo. Egli possedeva un grande giardino che nelle ore libere dall’apostolato coltivava con le proprie mani ed innaffiava con l’acqua delle “forme” fatte da poco.
    Siccome questo Sacerdote, che tutti chiamavano il Buon Pastore, era veramente tanto buono, permetteva ai bambini di andare a giocare nel suo giardino, raccomandando che non avessero fatto danni, perché poi la sera avrebbe egli regalato a ciascuno un fiore da portare a casa.
    Un brutto giorno, però, vennero dei soldati e imprigionarono il Grande Sacerdote e lo portarono dal re di allora, che era cattivo, e questo lo condannò al carcere a vita. I bambini piansero tanto. Ed il Sacerdote Grande, che si chiamava Valentino, stando in carcere pensava ai bambini, ai quali voleva tanto bene e che ora non avrebbero più avuto un luogo sicuro dove giocare. Che fare? Ci pensò il Signore. Fece fuggire dalla gabbia del distratto custode due dei piccioni viaggiatori, che Valentino manteneva nel giardino stesso. Questi piccioni, guidati da un misterioso istinto, ritrovarono il carcere dove stava chiuso il loro santo padrone. Si posarono sulle sbarre della sua finestra e presero a tubare fortemente. Valentino li riconobbe, li prese sulle mani e li accarezzò. E poi legò al collo di uno un sacchetto fatto a cuoricino con dentro un biglietto; ed al collo dell’altro assicurò una chiavetta.
    Naturalmente la loro assenza era stata notata con dispiacere, come poi con somma gioia fu avvertito il loro ritorno.
    Si notò quello che portavano, e si riconobbe subito nella chiavetta quella del giardino. Quale fu poi la gioia dei familiari e dei bambini, che aspettavano fuori, quando intesero leggere le parole del biglietto, è facile immaginarlo. Che c’era scritto? “A tutti i bambini che amo… dal vostro Valentino”.

    Fonte: Comune di Terni
    http://www.youtube.com/watch?v=8eRBxUDSUhg

  96. Cara Tosca..il costume è veramente fantastico..al di sopra di ogni mia immaginazione ma, conoscendoti, non poteva essere diversamente. Ti saluto caramente.

  97. ACROSTICO DI SAN VALENTINO

    Buon giorno cari amici. E’
    Un giorno un po’ speciale
    Oppure è un giorno
    Normale?

    Siamo tutti innamorati
    Anche se molto indaffarati
    Nel bene o nel male

    Vogliamo sempre volare!
    Auguri
    Lieti, felici
    E sereni
    Nell’amore per la vita siamo pieni
    Tutti noi blogger festeggiamo
    Il San Valentino ,dandoci la mano.
    Noi vogliamo essere alla vita, grati. Evviva
    Oggi è il giorno degli innamorati.

    Scusate se le rime non sono perfette, auguri a tutti e AMIAMOCI SEMPRE!!!!

  98. Ho pensato che se proprio dovevo scegliere una canzone per San Valentino, tanto valeva giocarsela alla grande con il grande Frank Sinatra

    My funny valentine
    sweet comic valentine
    you make me smile with my heart
    your looks are laughable
    unphotographable
    yet your my favorite work of art
    Is your figure less than greek?
    is your mouth a little week?
    when you open it to speak
    are you smart?
    But don’t change your hair for me
    not if you care for me
    stay little valentine stay
    each day is valentines day
    Is your figure less than greek
    is your mouth a little weak
    when you open it to speak
    are you smart
    But dont change your hair for me
    not if you care for me
    stay little valentine stay
    each day is valentines day

    Mio Divertente Valentino

    Mio divertente Valentino (innamorato)
    dolce e comico Valentino
    mi fai ridere di tutto cuore
    le tue espressioni sono divertenti
    impossibili da immortalare in fotografia
    sei ancora la mia opera d’arte preferita

    la tua figura è da meno di quelle greche?
    la tua bocca è un po’ allungata?
    quando tu la apri per parlare
    sei mordace?

    Ma non cambiare nemmeno un capello per me
    nemmeno uno se tu ci tieni a me
    resta, piccolo Valentino, resta
    ogni giorno è il giorno di San Valentino (festa degli innamorati)

    la tua figura è da meno di quelle greche?
    la tua bocca è un po’ allungata?
    quando tu la apri per parlare
    sei mordace?

    Ma non cambiare nemmeno un capello per me
    nemmeno uno se tu ci tieni a me
    resta, piccolo Valentino, resta
    ogni giorno è il giorno di San Valentino (festa degli innamorati)

  99. OGGI 15 FEBBRAIO….

    San Faustino
    la festa dei singles
    Il 14 febbraio è la festa degli innamorati, e ciò è noto, forse però non tutti sanno che il 15 febbraio è la festa dei singles e che, anche per loro, c’è un santo protettore: San Faustino. Questa particolare ricorrenza non si festeggia mai in concomitanza con il giorno degli innamorati ma il giorno successivo.
    In occasione di San Faustino vengono organizzate feste e manifestazioni dedicate ai singles. Se siete come le single di Sex and the City non avrete certo bisogno di una ricorrenza speciale per andare fuori a divertirvi tutta la notte. Diversamente, in molte città italiane oggi si organizzano serate di grandi festeggiamenti per tutti coloro che non hanno ancora trovato l’anima gemella – o non sono interessati a trovarla mai.
    I single italiani oggi sarebbero quasi sei milioni. Faticosamente, si sta affermando anche per le donne il concetto di “single per scelta”. E, secondo un articolo apparso oggi su Quotidiano.net, le aziende iniziano ad accorgersi della grande importanza di questa fetta di mercato. “Pentole studiate per i single, porzioni monodose e ricettari dedicati, sono il segnale che anche l’economia domestica sta cambiando. Non più solo famiglie, ma anche singoli individui che vivono da soli o in appartamenti comuni.”
    Secondo la Coldiretti il regalo più di tendenza per il single nel giorno della sua festa è una pianta verde con cui fare amicizia, ma “non bisogna improvvisare nella scelta di una pianta per amico, meglio informarsi perche’ anche le piante in vaso possono comunicare sentimenti: l’arancio significa generosita’, la camelia stima, l’azalea gioia di vivere, il glicine evoca l’amicizia e per chi si augura di festeggiare in coppia il prossimo anno meglio la primula che significa speranza di rinnovamento.“

    http://www.youtube.com/watch?v=yLdiFcWZ0M0

  100. Auguri per San Faustino

    Ho scritto, riscritto e poi strappato,
    riprovato, approvato e cancellato,
    riempito di carta un cestino
    e invece bastava dire:
    Felice San Faustino!

    Zitello è più bello…

    San Faustino è la festa di chi festeggia per scelta sua, la consolazione di chi festeggia per scelta di altri.

    San Faustino è la festa dei single da passare con un buon amico. Auguri.

    Ricordati che la vera libertà è dei single! Auguri.

    Viva la libertà dei Single. A tutti sinceri Auguri.

    Essere single può comportare dei grandi vantaggi. Il primo fra quali “La Libertà”. Auguri Single.

    La fortuna è cieca, la sfortuna ha una mira perfetta e Cupido ieri ha rotto l’arco…
    Buona festa dei single!

    La festa degli innamorati per te è come un biglietto della lotteria: “ritenta sarai più fortunato!”

    Non capisco se sia destino,
    ma anche per quest’anno: Buon Faustino!

    Essere single comporta parecchi vantaggi e puoi fare quello che vuoi: se hai fame mangi, se hai sete bevi, se hai sonno dormi, se ho voglia di fare l’amore…. fai una doccia!
    Buona festa dei single!

    Dove vanno i singles a fare rifornimento di benzina?
    Alle stazioni “Fai da te”.

    Dai il prossimo anno andrà meglio, intanto goditi la festa dei single!

    http://www.youtube.com/watch?v=WFDAvqHZIwo

  101. A San Valentino segue San Faustino e intanto imperversa il Carnevale quasi a prendere in giro tutti i luoghi comuni.

    E’ sempre molto simpatico quel che proponi carissima Daniela, soprattutto quando si tratta delle tue rime.

    Grazie Raffaele per aver proposto il video di Benigni, starei a rivederlo non so quante volte. Benigni è eccezionale! Queste sue interpretazioni della Divina Commedia la rendono talmente piacevole che anche lo studente più svogliato credo ne verrebbe amabilmente coinvolto.

    Oggi c’è un freddo pungente del genere ” Febbraio, febbraietto corto corto e maledetto”. In compenso le giornate si sono allungate abbastanza e la luce che si potrae porta un po’ d’atmosfera primaverile. Nel frattempo c’è sempre questo bel “caminetto”. Buona giornata a tutti quanti. Divertitevi tra uno scherzo e l’altro.

  102. Cari amici buona sera, stasera non scrivo d’Africa e nemmeno di carnevale voglio rendere omaggio a chi nelle domeniche di tanto tempo fa, quand’ero ragazzino mi allietava le serate facendomi sorridere con le sue gags divertenti. Ieri si è spento l’attore cabarettista Gian Fabio Bosco, in arte Gian. Allora il varietà era meno spettacolare di adesso ma sicuramente più genuino, pulito e divertente e il duo Ric e Gian seppero incarnare alla perfazione il ruolo che venne loro proposto. La semplicità della battuta, il gioco sull’equivoco e la spensieratezza con cui affrontavano il palcoscenico divertiva tutti: grandi e piccoli.

  103. Sì, davvero una gran perdita. Un altro pezzo di TV in bianco e nero che rimane vivo nella memoria dei meno giovani. Una buona serata a tutta la classe.

  104. Sembra ieri il 1969 invece risale già al secolo scorso, addirittura al millennio scorso. Il tempo mi ha inghiottita e non me ne sono accorta, ho ancora la stessa età del 1969 e sono invecchiati solo gli specchi, Dorian Gray mi crederebbe. Con la stessa genuina risata del 1969 rendo omaggio al grande comico, anche lui è ibernato nella mia mente, in bianco e nero eternamente giovane.

  105. Buongiorno amici, alcuni scarni versi sul carnevale.

    Il giorno di carnevale

    Canti e balli la festa impazza
    maschere e carri si va in piazza.
    Stelle filanti sfidano il cielo
    coriandoli ovunque, è tutto un velo
    Il carnevale porta allegria
    scaccia i pensieri e la malinconia.
    La gente ride, scherza e pure urla
    della vita stessa ne fa una burla…
    Tutto è lecito e si vive in fondo
    questo strano, pazzo, girotondo
    Si dimentican guai e tutto è pazienza
    fino a mezzanotte poi è penitenza;
    per il religioso o per la vocazione
    vien dì delle ceneri è tradizione
    astinenza e digiuno altrimenti son peccati
    mi sa che il carnevale…. ci ha tanto fregati…..

  106. Martedì grasso

    Martedì grasso è una festa d’origine cattolica che rappresenta la fine della settimana dei sette giorni grassi (carnevale). Questo periodo durante il quale si festeggia, precede il mercoledì delle ceneri che segna l’inizio della Quaresima ed anche per questo che molte persone si recano in chiesa a confessarsi in questa giornata. Anche molte celebri sfilate di carnevale hanno luogo proprio il Martedì grasso. In Europa, il calo delle celebrazioni religiose d’astinenza durante la quaresima, ha fatto perdere alle celebrazioni quell’intensità tipica della religiosità, trasformandola in una festa sentita soprattutto dai più piccoli, coinvolgendo naturalmente anche il martedì grasso. La tradizione voleva infatti che in questa giornata venissero consumati tutti i cibi più prelibati rimasti in casa, che durante la quaresima non potevano essere mangiati: carne, pesce, uova e latticini. E proprio per il fatto che si consumavano cibi grassi che in Italia divenne “martedì grasso” e in Francia “Mardi gras”. Fa eccezione la città di Milano, che segue il rito ambrosiano, secondo il quale la Quaresima inizia la domenica seguente. Perciò i festeggiamenti sono posticipati di quattro giorni, al sabato grasso o carnevale ambrosiano.

    USA e Pancake Day
    Negli Stati Uniti, Martedì grasso è una festa molto importante e sentita soprattutto nella città di New Orleans.

    Pancakes
    Inoltre negli States si celebra anche il Pancake Day (Giornata della frittella Pancake), in cui vi sono vere e proprie competizione nelle scuole e nei villaggi tra famiglie in cui, uno dei componenti, deve correre con una padella al cui interno si trova una frittella fredda. Per vincere, mentre si corre, bisogna riuscire a far girare il pancake almeno tre volte durante il tragitto compreso tra la partenza e l’arrivo.
    Sembra che questa tradizione risalga al XV secolo quando una donna, che stava preparando i pancakes per la festa del martedì grasso, si accorse troppo tardi che le campane della chiesa stavano già suonando per la confessione. Per non perdere tempo s’armò di buona volontà e finì di preparare le sue pancakes lungo la strada, in corsa con il grembiule ancora indossato.

    Quando
    Martedì grasso era l’ultimo giorno in cui si potevano gustare i tipici dolci di carnevale tra cui le chiacchiere, note anche come cenci, bugie, stracci, frappe, galani, cròstoli e sfrappole nelle diverse regioni italiane.

    http://www.youtube.com/watch?v=_IHi9aif_m4

  107. Ciao Raffaele! Buone le tagliatelle dolci! Le ho assaggiate con l’immaginazione e sono risultate anche dietetiche.
    Mi piacciono i tuoi versi sul Carnevale, Giuseppe. Provvedo a metterli in archivio.
    In quanto a Caterina Caselli, cara Daniela, come sempre segui il filo delle mie intenzioni. Quando si parla di affinità elettive forse è anche questo.
    Più che coriandoli qui cade “acqua di cielo”. Le vie sono silenzione, il festino si starà consumando al chiuso di qualche sala da ballo o associazione.
    Una manciata di coriandoli ve la lancio da questo blog

  108. Mercoledì delle Ceneri

    Con l’espressione Mercoledì delle Ceneri (o Giorno delle Ceneri o, più semplicemente, Le Ceneri), nelle chiese cattoliche di rito romano e in alcune comunità riformate, si indica il primo giorno della Quaresima, ovvero il primo giorno del periodo liturgico “forte” a carattere battesimale e penitenziale in preparazione della Pasqua cristiana. In tale giornata, pertanto, tutti i cattolici dei vari riti latini sono tenuti a far penitenza e ad osservare il digiuno e l’astinenza dalle carni. Proprio in riferimento a queste disposizioni ecclesiastiche sono invalse alcune locuzioni fraseologiche come carnevale (dal latino carnem levare, cioè eliminare la carne[1]) o Martedì grasso (l’ultimo giorno di carnevale, appunto, in cui si può mangiare “di grasso”).
    La parola “ceneri” richiama invece in modo specifico la funzione liturgica che caratterizza il primo giorno di Quaresima, durante la quale il celebrante sparge un pizzico di cenere benedetta[2] sul capo o sulla fronte dei fedeli per ricordare loro la caducità della vita terrena e per spronarli all’impegno penitenziale della Quaresima. Per questo il rito dell’imposizione delle ceneri prevede anche la pronuncia di una formula di ammonimento, scelta fra due possibilità: «Ricordati che sei polvere e in polvere ritornerai»[3] oppure «Convertiti e credi al Vangelo».

    Il rito ambrosiano
    Nel rito ambrosiano, in cui la Quaresima è posticipata di quattro giorni e inizia la domenica immediatamente successiva (e in cui pertanto il carnevale termina con il “sabato grasso”), l’imposizione delle ceneri avviene o in quella stessa prima domenica di Quaresima oppure, preferibilmente, il lunedì seguente. Il giorno di digiuno e astinenza viene invece posticipato al primo venerdì di Quaresima.
    Mentre la tradizione popolare meneghina fa risalire il proprio carnevale prolungato, o “carnevalone”, a un “ritardo” annunciato dal vescovo di Milano sant’Ambrogio, impegnato in un pellegrinaggio, nel tornare in città per celebrare i riti quaresimali, in realtà tale differenziazione cronologica dipende da un consolidato e più antico computo dei quaranta giorni della Quaresima, conservato peraltro anche nel rito bizantino.

    La liturgia papale
    L’imposizione delle ceneri sul capo del pontefice, che tradizionalmente avveniva nella basilica di Sant’Anastasia al Palatino per mano del cardinale protovescovo, per almeno cinque secoli si è svolta in silenzio. Stando alla dissertazione scritta dal cardinal Niccolò Maria Antonelli nel 1727,[4] il rito era piuttosto antico, anteriore a papa Gregorio I (VI secolo), e si svolgeva «dicendo sacra illa verba: Memento homo, quia pulvis es et in pulverem reverteris» perlomeno fino al pontificato di papa Celestino III (1191-1198), mentre l’assenza di qualsiasi formula rituale («nihil dicendo») è sicuramente attestata con papa Urbano VI (1378-1389) ma potrebbe essere anticipata con buone ragioni all’inizio del Trecento. Il passaggio quindi al rito silenzioso sarebbe avvenuto nel XIII secolo, mentre la pronuncia della formula ammonitrice è stata reintrodotta all’inizio del Settecento.

    Pieter Bruegel il Vecchio, La battaglia fra il Carnevale e la Quaresima, 1559 (Kunsthistorisches Museum di Vienna).
    Da Sant’Anastasia si muoveva poi la processione che a piedi scalzi (almeno fino al XII secolo) saliva fino alla prima stazione quaresimale della basilica di Santa Sabina, sull’Aventino, dove i pontefici pronunciano tuttora la loro omelia del Mercoledì delle Ceneri.

    Folclore
    Come accade normalmente con le maggiori celebrazioni religiose, anche il Mercoledì delle Ceneri può vantare una serie di curiosità, abitudini e costumi particolari riservati a questo giorno. A cominciare dal nome proprio Cenerina (più raro il maschile Cenerino), che deriva testualmente dall’appellativo di questa ricorrenza, e proseguendo con la tradizionale scampagnata delle Ceneri che i cittadini di Sant’Anastasia compivano ancora pochi decenni fa sul Monte Somma, percorrendone le pendici lungo la suggestiva strada ornata dalle stazioni della Via Crucis, per andare infine a dissetarsi alla sorgente Olivella.
    A livello di usanze e tradizioni più o meno popolari vanno segnalati anche numerosi Mercoledì delle Ceneri piuttosto “trasgressivi”, nel senso che tale giorno non viene inteso come il primo della Quaresima ma come quello conclusivo del Carnevale:
    il Carnevalone di Marino, ad esempio, era una manifestazione di baldoria organizzata dai repubblicani locali a partire dal 1870 proprio il giorno delle Ceneri con intenti dichiaratamente anticlericali (venne soppresso nel 1922, con l’avvento del fascismo);
    il Carnevale di Borgosesia invece continua a festeggiare ancor oggi il Mèrcü Scüròt (cioè “Mercoledì Scuro”[5] in piemontese) con una sorta di funerale del carnevale stesso, che si celebra dopo la “fagiolata” di mezzogiorno allestendo un corteo “funebre” che tocca tutte le osterie della città e termina solo a notte inoltrata;
    anche a Lazise ci si accontenta della frittura di aole (alborelle di lago) e di un minestrone “di magro” ma poi, concluse le votazioni iniziate il Martedì grasso e proclamati i nuovi Capo Valàr, Quel dal Re e il Cagnól (tradizionali maschere locali), si forma il corteo mascherato che gira la città per portare i nuovi “re del carnevale” al riconoscimento ufficiale in municipio;

    Mercoledì delle Ceneri, olio su canapa di Carl Spitzweg, 1855-1860 (Staatsgalerie di Stoccarda).
    nella Barbagia di Ollolai il carnevale prevede anche l’intinghinzu del Mercoledì delle Ceneri, un’imbrattatura di fuliggine che ricalca parodisticamente il rito quaresimale, e nel pomeriggio a Ovodda si svolge una vera festa con le maschere che cavalcano asini o portano al guinzaglio maiali, pecore e galline.

    Le date dal 2000 al 2020
    Il Mercoledì delle Ceneri ricorre quaranta giorni prima della Pasqua, escludendo però dal conteggio le domeniche (che non sono mai state considerate giorni di digiuno); ricorre quarantaquattro giorni prima del Venerdì Santo se si includono anche le domeniche (per questo il rito ambrosiano, come del resto quello bizantino, riporta a 40 i giorni totali della Quaresima facendola iniziare 4 giorni dopo). Essendo basata direttamente sul calcolo della Pasqua, la sua data cade quindi in un giorno diverso ogni anno, compreso in un periodo che va all’incirca dall’inizio di febbraio alla metà di marzo.

    2000 – 8 marzo
    2001 – 28 febbraio
    2002 – 13 febbraio
    2003 – 5 marzo
    2004 – 25 febbraio
    2005 – 9 febbraio
    2006 – 1° marzo
    2007 – 21 febbraio
    2008 – 6 febbraio
    2009 – 25 febbraio
    2010 – 17 febbraio
    2011 – 9 marzo
    2012 – 22 febbraio
    2013 – 13 febbraio
    2014 – 5 marzo
    2015 – 18 febbraio
    2016 – 10 febbraio
    2017 – 1º marzo
    2018 – 14 febbraio
    2019 – 6 marzo
    2020 – 26 febbraio

    http://www.youtube.com/watch?v=mhdmVdVN8HY

  109. Cari compagni di classe, domani, mercoled’ 17 febbraio è LA FESTA NAZIONALE DEI GATTI!!!

    Il 17 febbraio è il giorno della Festa nazionale del gatto. Iniziativa nata dalla fervida mente della giornalista e gattofila Claudia Angeletti che nel 1990, attraverso le pagine della rivista “Tuttogatto”, promosse un referendum tra i lettori per scegliere il giorno dell’anno più adatto a festeggiare questo nostro straordinario amico.

    E’ stato scelto il mese di febbraio perché è nel segno dell’Acquario, segno zodiacale degli spiriti liberi, intuitivi ed anticonformisti come solo i gatti sanno essere. Il giorno 17, numero scaramantico perché si può leggere 1 e 7, una vita per sette volte e il gatto, per tradizione popolare, ha sette vite.

    Si è voluto così ripristinare una tradizione molto antica. Ad esempio, in Egitto, si adorava la dea Bastet, divinità dal corpo umano e dalla testa di gatta, associata alla gioia, alla musica, alla sensualità e alla danza. Una volta all’anno numerosissime persone si riunivano presso il delta del Nilo per festeggiarla.
    Tra i Celti, ai piedi dei Menhir, si svolgevano cerimonie sacre, alle quali partecipavano i gatti come tramite tra cielo e terra. Inoltre nei culti pre-colombiani, in onore del mese PAX, associato al Felino sacro, si tenevano spettacolari feste. Ma anche ai nostri giorni ci sono paesi che ricordano il nostro amico a quattro zampe. Ad esempio in India, ogni sei mesi si festeggia, come simbolo dell’amore e della maternità, la dea Sashti che cavalca un gatto bianco. Nel tempio di Nikko, in Giappone, il celebre Gatto Dormiente riceve tuttora offerte da turisti e fedeli.

    Tornando al nostro paese, nel 1991 l’ A.M.A. (Associazione del Mondo Animale) a Firenze e il Club del Gatto a Roma hanno celebrato la Festa Nazionale del Gatto ottenendo dalle Poste, per l’occasione, l’annullo filatelico. Da quell’anno le due Associazioni stampano una cartolina commemorativa usando dei disegni donati da artisti gattofili.
    Dallo stesso anno, monsignor Canciani, a Roma, ha istituito per quella data, una messa con la benedizione dei gatti e dei loro compagni umani.
    A Firenze ogni anno viene organizzata “Gattart” una mostra collettiva di pittori specializzati in gatti. L’eco delle manifestazioni si è diffuso a macchia d’olio e negli anni seguenti Genova, Trieste, Parma, Milano e Perugia hanno deciso di festeggiare la ricorrenza con varie iniziative.
    Ma di anno in anno altre città si aggiungono all’elenco, desiderose di dedicare un giorno all’anno al dolce amico che ci dona tanta gioia e buonumore!

    http://www.youtube.com/watch?v=iWhpczgVLXg

  110. Frasi famose sui gatti

    – Chiunque sia indifferente alla bellezza, all’eleganza, all’intelligenza, all’affetto di cui è capace un gatto, è povero come chi, passeggiando d’estate per una strada di campagna è cieco ai fiori e sordo al canto degli uccelli ed al ronzio degli insetti. E. Hamilton.

    – Anche il più piccolo dei felini, il gatto, è un capolavoro. Leonardo da Vinci

    – La musica e i gatti sono un ottimo rifugio dalle miserie della vita. Albert schweitzer

    – I gatti sono esseri misteriosi. Nelle loro menti vi è molto di piu’ di quanto possiamo immaginare. Walter Scott

    – I gatti non hanno mai completamente superato il complesso di superiorità dovuta al fatto che, nell’antico Egitto, erano adorati come Dei. P.G. Wodehouse

    – Il gatto obbedisce solo quando lo decide, sostiene che dormire gli permetterà di vedere le cose con più chiarezza e si fa le unghie su ogni cosa dove riesca a mettere le proprie zampe. Francois René de Chateaubriand.

    – L’ amore per i gatti è parte dell’ amore universale per tutte le creature e ci incita a un profondo rispetto per la natura. Dr. Michael Fox.

    – Un gatto arriva sempre quando lo si chiama. A meno che non abbia qualcosa di meglio da fare. Bill Adler, scrittore.

    Nei padroni dei gatti si ritrovano gli stessi tratti comuni: sono tutti determinati ad assecondare le bizzarrie ed i capricci dei loro compagni felini, e ciò li rende felici. Mary Emilson.

    – I gatti esistono per insegnarci che non necessariamente ogni cosa nella Natura ha una sua funzione. Garrison Keillor, scrittore.

    – Un giorno vai per strada, un gatto ti vede e, se gli piaci, ti adotta. Da allora percorrerrete insieme un tratto relativamente breve di esistenza. Stefano Roffo.

    – Amo i gatti. Sono belli, eleganti, perfetti. Guardandoli , mi viene da pensare che, progettandoli, il Creatore si è, in qualche modo, superato : queste piccole tigri in miniatura sono tra i capolavori della Natura, questo sinonimo di Dio quando vuole mantenere l’incognito. E si sa che alla bellezza molto è perdonato. Anche se io, ai gatti, proprio nulla devo perdonare… Vittorio Messori.

    – I giovani gatti sono allegri, vivaci , giocosi e se non ci fosse niente da temere dai loro artigli, sarebbero un ottimo divertimento per i bambini. Gorge Louis Buffon.

    – Amo i gatti come amo tutti gli animali. Ne ho sempre avuti in casa. Non ricordo d’esser stato mai senza almeno un gatto. Gabriele D’Annunzio

    – Un gatto è un gentiluomo: elegante nell’atteggiamento, dalle maniere squisite e con una passione per i combattimenti corpo a corpo, sfrenate storie d’amore, duelli al chiar di luna e canti di gioia. Pam Brown.

    http://www.youtube.com/watch?v=MyXhKekVzdU

  111. Ciao Tosca,
    ho visto le maschere che avete scelto e sono tutte bellissime. Io, anche se con un po’ di ritardo scelgo la pantera. Non so perché mi sia venuto esattamente questo animale, ma in questo momento mi ispira molto. Mi auguro che, tra pochissimo, io ritorni assidua nel blog. A presto.

  112. Buongiorno amici,
    Il carnevale è andato
    le ceneri ci ha lasciato
    in questa giornata che è pure del gatto
    non ci resta che prenderne atto
    se poi alla prossima festa pensiamo un momento
    già c’è la pasqua in avvistamento…..

    .

  113. Ciao Irene, se consideriamo il Carnevale ambrosiano, che si festeggia a Milano e a Varese, dove la Chiesa cattolica segue il rito di Sant’Ambrogio, mentre nel resto d’Italia c’è quello di San Gregorio, allora siamo ancora in tempo per il Carnevale. Pensavi ad un travestimento da pantera ed io per te immaginavo sì una pantera, ma rosa. Ecco fatto:
    pantera

  114. Questi tuoi frizzanti versi, Giuseppe, mettono tanto buon umore e la voglia di vivere i giorni futuri. Grazie

    Daniela, sei eccezionale, riesci sempre a scovare le cose più impensate, questa poi della giornata del gatto è straordinaria. Chi se l’aspettava?

  115. Curiosogattando tratto da:www.gattoamico.it
    erchè la coda dei siamesi è ricurva? Secondo un’ antica leggenda, le principesse dell ‘antico Siam amavano abbellirsi con preziosissimi bracciali. Ogni volta che le belle aristocratiche facevano i loro bagni, avevano l’ abitudine di mettere i bracciali attorno alla coda dei loro gatti, che dovevano rimanere immobili. E’ per questo che la coda dei mici siamesi è oggi sempre ricurva.

    Ma è vero che dei gatti sconfissero gli egiziani nel 525 a.c.? Molto probabilmente si! ma lo fecero indirettamente. Fonti storiche dei tempi raccontano che il re dei persiani Cambise nel pianificare l’ attacco alla città di Pelusio (attuale Porto Said) difesa dagli Egizi, ordinò ai suoi soldati di portare sui loro scudi un gatto. Conosceva bene l’ enorme rispetto ed amore che il popolo egiziano nutriva per i mici ed infatti i loro soldati, per timore di far del male ai felini, si arresero senza lottare.

    Ma quanti peli ha? fino a 200 ogni millimetro quadrato, tanti, tantissimi se pensiamo alla pulizia delle nostre case. Ma un mantello così fitto serve ai nostri amici per difendersi dalle temperature più rigide: è anche grazie a questo che i gatti li troviamo diffusi un pò ovunque.

    Qual’ è il gatto più piccolo? E’ il gatto a Macchie Scure, originario dell’ India e di Celyon, che difficilmente supera il chilo e 250 grammi (Kg 1,25). Si tratta di un gatto selvatico; i gatti domestici solitamente sono molto più grandi, grazie anche alle migliori condizioni di vita ed alimentari.

    I gatti sono tutti digitigradi! Vero. La maggior parte dei carnivori sono plantigradi ovvero appoggiando il piede, il peso corporeo viene sopportato da più ossa che corrispondono al metacarpo ed alle falangi dell’ uomo che formano il plantare, da qui il nome. Negli animali digitigradi, come il gatto, il peso, invece, viene sostenuto esclusivamente dalle punte delle dita, questa soluzione avvantaggia la corsa in quanto il tempo di appoggio del piede è minore.

    In quale giorno si festeggia il gatto? Tra i popoli di cultura latina il giorno 17 è considerato nefasto( il 17 in lettere diviene XVII che, anagrammato, forma la parola VIXI, che vuol dire VISSI e vale a dire sono morto); per i popoli anglosassoni e della mitteleuropea significa, invece, sono vissuto. Le sette vite del gatto sono perciò simbolo di reincarnazione e vittoria sul malocchio. Il 17 febbraio è quindi la FESTA DEL GATTO.
    Tuttavia c’è anche chi festeggia il 4 ottobre giorno di san Francesco che era amante di tutti gli animali.

    I mici sono tutti dei piccoli Beethoven ! Sembra che il gatto ami la musica, soprattutto quella classica. Dal momento che possiede uno degli uditi più fini, ha il cosiddetto orecchio assoluto come i grandi direttori d’orchestra, e può individuare la differenza tra due note, anche se di un decimo di tono. Nella gamma dei suoni alti, percepisce valori che superano i 65 cicli al secondo ( l’uomo sente fino a 20 mila cicli al secondo): di conseguenza non sopporta i rumori forti o la musicacce che si ascolta a tutto volume come quella rock.

    Per stare bene? Niente di meglio che un gatto in casa! E’ ormai accertato il valore terapeutico del contatto col gatto. Ogni volta che lo accarezziamo, la pressione del sangue, il ritmo cardiaco e la conducibilità della pelle diminuiscono in maniera significativa.

    E’ più veloce il gatto o il cane? Un gatto può battere in velocità un cane. Ma non può sostenere lo sforzo della corsa per molto tempo a causa del cuore e dei polmoni piccoli. Il gatto è un atleta straordinario. Il suo micio è formato da 500 muscoli quasi tutti con cellule a contrazione rapidache gli permettono di compiere guizzi velocissimi. Nella corsa il micio non ha rivali: posa a terra solo la punta delle dita, che sono robuste e dotate di tendini potenti, riducendo così al minimo l’attrito con il suolo. Inoltre la sua spina dorsale è molto flessibile e gli consente di contrarre e distendere il corpo aumentando l’allungo e la velocità.

    Il gatto nero porta anche fortuna? Anche se sembra incredibile, c’è ancora chi crede che il gatto nero porti sventura. E’ una sciocca superstizione cha ha radiche antiche e risale ai tempi in cui o gatti neri erano associati ai pirati, dei quali erano gli animali preferiti. Per secoli i mici dal pelo nero sono stati perseguitati, ritenuti esseri diabolici ed addirittura responsabili di pestilenze. Ma non dappertutto: In Inghilterra sono considerati simboli di prosperità. Nello Yorkshire si crede che se un gatto nero entra di buon mattino in camera da letto, la giornata sarà fortunata.

    Ma è vero che l’allergia ai gatti non dipende dal suo pelo? Al contrario di come comunemente si pensa, l’allergia non è causata dalla pelliccia del micio, ma da alcune proteine contenute nella sua saliva, che vengono depositate sul mantello durante la toletta. Per questo chi, per ridurre l’allergia, pulisce il gatto con una panno bagnato, nel tentativo di rimuovere i peli in eccesso, non fa che peggiorare la situazione: il il micio sentendosi manipolato si lecca ncora di più.

    Il Q.I (quoziente d’intelligenza ) dei gatti è maggiore di quello molti umani.? E’ molto probabile, i gatti sono tra gli animali più intelligenti. In uno studio svolto dal Professor Dethier, docente di biologia all’università di Princeton, i gatti, sottoposti a complessi test, hanno ottenuto risultati superiori a quelli di tutti gli altri animali ad esclusione delle scimmie e dei delfini. Le ricerche scientifiche hanno poi accertato che la struttura ed il funzionamento del loro cervello sono molto simili a quelli dell’uomo, il loro studio può quindi aiutarci a comprendere meglio la natura umana.

    Ma perchè il mio gatto mi sveglia sempre all’alba? I gatti hanno conservato molte delle abitudini selvatiche. Come tutti predatori, il Vs. micio è più attivo all’alba ed al tramonto.

    Il gatto Persiano è un vero nobile! nel 1889 la regina Vittoria elevò la razza del gatto Persiano al rango di aristocratica.

    Cos’è e a cosa serve il cuscinetto carpale? E’ un cuscinetto isolato situato in posizione posteriore ed al di sopra rispetto agli altri presenti presenti nelle zampe, che non prende mai contatto col suolo, ed il cui significato resta misterioso. Escludendo ogni funzione locomotoria, sembra che esso sia di qualche utilità all’animale per evitare di slittare all’atterraggio dopo un salto..

    Ma quanto è ruvida la lingua del gatto! Se il gatto ci dà dei piccoli baci leccandoci il viso, ci stupiamo sempre di quanto sia ruvida la sua lingua. E’ infatti interamente ricoperta da papille simili ad uncini che la rendono come carta vetrata. Ha diverse funzioni. Serve per raschiare la polpa dalle ossa delle prede e per le operazioni di pulizia. Durante la toletta, il gatto la usa come fosse una spazzola, setacciando il pelo e asportando ogni tipo di sporcizia. In grado di accartorciarsi su se stessa, la lingua funziona come un cucchiaio per bere.

    Ma che naso!! Il gatto possiede un olfatto fine quasi quanto quello dei cani. Nel suo naso si trovano 200 milioni di cellule olfattive, che paragonate ai 5 milioni presenti nell’uomo, spiegano come è possibile che alcune essenze per noi inesistenti per lui sono invece perfettamente distinguibili . Per un micio sentire gli odori è indispensabile per poter mangiare: prima di assaggiare qualsiasi cibo deve annusarlo. E’ capitato che gatti, che a causa di qualche incidente avevano tragicamente perso l’olfatto, si siano poi lasciati morire di fame.

    Da quale altezza i mici sanno cadere? Si hanno notizie di gatti rimasti illesi dopo cadute da venti piani. Famoso è stato Serafino, un micio che il 23 settembre 1990 cadde dal campanile di Grosotto (Varese) ed atterrò illeso dopo un volo di 45 metri. Il record va però a Cognac, un siamese di 8 anni, che, precipitato a Long Island da un aeroplano per 335 metri, è sopravvisuto alla caduta.nel 1889 la regina Vittoria elevò la razza del gatto Persiano al rango di aristocratica.

    Ma è vero che nel presepe dovrei aggiungere un micio? Secondo una leggenda riportata dal reverendo G.J. Ousley in un libro del 1023, mentre Gesù nasceva nella stalla di betlemme, sulla paglia accanto a lui una gatta dava alla luce i suoi piccoli. Forse allora non sarebbe sbagliato aggiungere al presepe anche la statuina di un micio
    Qual’ è stato il gatto più anziano? Il gatto che è vissuto più a lungo è stato Rex, un Soriano americano. Quando morì, nel 1998, aveva 34 anni..

  116. Curiosogattando

    Quanto pesa un gattino appena nato? Alla nascita il peso dei gattini oscilla fra i 100g. e i 155g. Da quel momento però il loro peso raddoppierà ogni settimana.

    Una carezza al gatto gli allunga la vita! Le coccole hanno sul gatto degli effetti benefici straordinari. Le carezze, infatti, determinano il rilascio di sostanze, dette citochinine, che abbassano il livello di stress ormonali e rafforzano il sistema immunitario. Non solo, il movimento ed il calore della mano stessa stimola la circolazione sanguigna e l’eliminazione delle tossine. Una serata di coccole diventa così per il micio una vera seduta di massaggio dolce.

    Che modello! I grandi pittori di ogni tempo sono sempre rimasti affascinati dalla bellezza del gatto. Leonardo ci ha lasciato molti disegni di mici e anche Michelangelo li dipinse spesso, soprattutto intenti a cacciare. Il Tiepolo amava quelli tranquilli e li ha raffigurati quasi sempre sulle ginocchia dei padroni. Gatti si trovano nei quadri di Renoir, di Manet, di Chagall, di Picasso. E il grande Andy Warhol, il genio della pop-art, usò i suoi gatti come modelli per migliaia di immagini, apparsepoi anche su tazze e magliette.

    E’ vero che i gatti sono come delle bussole? Si è scoperto che i gatti sono molto sensibili al campo magnetico terreste. Questo potrebbe essere alla base del loro prodigioso senso dell’orientamento.

    I gatti neri sono stati dei pirati? Forse sono stati dei pirati turchi. Esiste una leggenda secondo la quale i pirati ottomani, di fede musulmana, (Maometto amava moltissimo i gatti!) imbarcavano sulle loro navi dei mici neri, quindi più mimetici nel buio della stiva, perchè facessero buona guardia alla cambusa minacciata dai topi. Quando queste navi funeste approdavano vicino ad una città da saccheggiare, magari occultandosi, in attesa dell’alba, dietro un promontorio, i gatti, animali irrequieti e molto curiosi, scendevano a terra e se ne andavano zonzo nella notte. Per cui, se un abitante della città presa di mira si imbatteva per le strade in un gatto nero, poteva supporre che costituisse, per così dire, l’avanguardia degli uomini della mezzaluna, e dava l’allarme. In base a questa storia, d’allora il gatto nero viene considerato di cattivo augurio,

    I gatti Siamesi hanno salvato la principessa del Siam dai coccodrilli? i gatti siamesi, hanno, in genere, una coda lunga ed affusolata. Ne esiste però una variante con la coda molto più corta, che termina con un ingrossamento che sembra quasi un “nodo”. A tal proposito esiste una leggenda. Il re viveva in un magnifico palazzo di fronte al quale c’era un grande parco ed una piscina che comunicava, con uno stretto passaggio, con un fiume, popolato da coccodrilli, che scorreva nei pressi. Il re amava molto i gatti e ne accoglieva un gran numero nella sua residenza. Aveva anche una giovane figlia, luce dei suoi occhi. Un giorno, dovendo allontanarsi e preoccupato per la principessa, chiamò i gatti, raccomandò loro di vegliare e prendersi cura della fanciulla in sua assenza e partì. Faceva molto caldo e la principessa decise di ristorarsi con un bagno in piscina. Senonché, mentre lei sguazzava con un certo numero di gatti di guardia attorno al bordo, un famelico coccodrillo imboccò il passaggio che portava dal fiume alla piscina per farsi un sol boccone della fanciulla. Allora, i gatti si precipitarono sulle sponde del passaggio e, agitando le loro code nell’acqua, distrassero il coccodrillo dando alla principessina il tempo necessario per mettersi in salvo. Però, nel frattempo, il rettile aveva già mozzato le loro appendici caudali con un solo morso. Da quel momento, secondo questa leggenda, i gatti siamesi si dividono in due famiglie: quelli con la coda lunga, che erano rimasti nel Palazzo, sono i gatti “del tempio” e quelli che avevano sacrificato le loro code per salvare la principessa sono i “gatti della piscina”.

    Cosa sono le vibrisse? Sono i lunghi baffi del gatto, la cui funzione precisa non è ancora completamente chiarita. Si pensa che possano essere organi tattili; il loro taglio provoca notevoli disturbo. Al buio agiscono come antenne, permettendo l’identificazione di oggetti che il gatto no è in grado di vedere. Alcuni studiosi ritengono anche che le vibrisse, curvate a contatto con il suolo, consentano al gatto di individuare le eventuali asperità del terreno, favorendone lo spostamento di notte e in luoghi bui.

    Qual’è stato il più grande cacciatore di topi? Un gatto inglese della città di Lancashire,arrivato alla veneranda età di 23 anni, sembra sia riuscito, nell’arco della sua esistenza, a cacciare più di ventimila topi, alla bella media di 3 al giorno. Mentre una gattina di Londra in sei anni è riuscita, al ritmo spaventoso di 5 topi al giorno, a raggingere la considerevole quota di dodicimila roditori catturati.

    Per quanto tempo può digiunare un gatto? Se cibo un gatto sopravvive molto più a lungo di un uomo, potendo perdere anche il 40% del peso senza morire. Si sa di esemplari sopravvissuti per settimane in circostanze eccezionali, senza acqua nè cibo. Per esmpio, un gatto di Liverpool di nome Chips fu involontariamente rinchiuso in una cassa conteneti parti meccaniche ed imbarcato su una nave diretta a Mombasa (Kenya). Quattro settimane dopo fu trovato ancora vivo, anche se molto dimagrito. Si pensa che sia sopravvissuto nutrendosi del grasso di cui erano unti i pezzi di macchina e leccando l’acqua di condensa formatasi all’interno della cassa.

    Qual’è l’origine del nome gatto? Sembra che l’origine derivi dalla parola “qato” che venne coniata dagli egiziani. Altre ipotesi vorrebbero far risalire l’origine dall’aggettivo latino “Cautus”, inteso come astuto, oppure dal francese “Guetter”, un verbo che indica “spiare”. Sicura è comunque l’origine comune nelle diverse lingue in cui la parola gatto suona sempre molto simile: chat in francese, Katze in tedesco, cat in inglese, gato in spagnolo, katta in svedese e kat per gli olandesi ed i danesi.

    Che campioni di salto in alto! Il gatto può saltare in alto oltre i due metri. Facendo la proporzione con la sua altezza media equivale a salti di circa 20 metri per l’uomo!!!

    Qual’e stata la micia più feconda? La gatta più feconda di cui si hanno notizie documentate ha dato alla luce 420 cuccioli nella sua vita. La figliata maggiore fu di ben 13 gattini.

    Le fusa sono anche un’arma di caccia? Si è infatti scoperto che i mici fanno le fusa alle loro prede. La studiosa Elizabeth Marshall Thomas ipotizza che i gatti lo facciano nel tentatico di calmare la vittima ed avere così più facilmente ragione di lei.

    Il gatto, un vero maestro orientale di feng shui? Il feng shui è un’antica disciplina cinese che spiega come disporre gli ambienti in modo da captare l’energie positive ed evitare quelle negative permettendoci così di raggiungere una totale armonia del corpo. Studi recenti hanno dimostrato l’incredibile capacità dei mici ad individuare i campi elettromagnetici. Il gatto predilige dormire nei posti privi di tali campi, che per la disciplina cinese sono fonte di energia negativa. A questo punto basta osservare il comportamento del felino per capire quali sono i punti della casa in cui non vi è nessuna energia cattiva.

    Che cos’è l’ erba gatta? L’erba che nel linguaggio comune è detta “erba gatta” è in reltà chiamata “Nepeta cataria” e si tratta di una piantina simile alla menta conosciuta già dagli antichi egizi che ne apprezzavano le capacità digestive utilizzandola come terapia nei dolori addominali. Ciò che manda in estasi il gatto è l’odore che emanano le foglie della Nepeta: il micio si struscia in terra, fa le fusa, miagola di soddisfazione. Non determinando nessun tipo di danno, appare un gesto amorevole da parte dell’amico umano metterne un poco a disposizone del felino.

    Il gatto di Petrarca. Il grande poeta amava moltissimo il proprio gatto e quando morì fra le sue volonta gli dedicò uno spazio apposito. Accanto alla sua tomba fece costruire una nicchia di marmo che avrebbe accolto il suo amico a quattrozampe e l’epitaffio riportava la seguente frase scritta di suo pugno: “Secondo solo a Laura”.

  117. Curiosogattando

    Sapete da dove viene il detto «Non c’è trippa per gatti»? A spiegarlo, attualizzandolo alla luce della Finanziaria 2005, ha provveduto Walter Veltroni, durante la presentazione del libro di don Luigi Verzé Pelle per pelle. «Fu Ernesto Nathan, leggendario sindaco di Roma nel 1907, ad annunciare così i primi tagli di bilancio». Nathan, alle prese con la necessità di risparmiare, si era imbattuto nella somma che il comune stanziava per sfamare i felini che albergavano tra i ruderi. «Quella decisione fu il simbolo di tutte le ristrettezze di bilancio» ha spiegato l’attuale primo cittadino di Roma.

    Il gatto come un termometro? il gatto è molto sensibile al caldo ed al freddo. Possiamo quindi capire quale sia la temperatura all’interno di una stanza semplicemente osservando la posizione che il micio assumendo dormendo: allungato con la coda lontana dal corpo circa 20 gradi; acciambellato ed avvolto nella coda circa 15; raggomitolato su se stesso con la testa completamente coperta da zampine e coda significa che fa freddino, siamo cioè sotto i 15 gradi. Abbiamo così fatto il nostro Termogatto casalingo.

    Esiste il gatto nuotatore? Si tratta del gatto turco Van, una razza originaria della Turchia. A differenza di quasi tutti isuoi simili, che odiano l’acqua, questo tipo di micio invece adora tuffarsi in fiuni e laghi e per questo si è conquistato la nomina di “Gatto nuotatore”. Il suo pelo impermeabile lo aiuta nelle sue imprese e dimostra ancora una volta come la natura sappia incredibilmente adattarsi alle diverse esigenze e situazioni.

    Qual’è il gatto più pesante? Si chiama Ot Pesa 18,5 chili e vive negli U.S.A..

    E quello più piccolo? Si chiama Tinkey Toy vive nell’Illinois ed è lungo appena 18 cm.

    Lo sapevate che i gatti hanno tre palpebre? Ebbene si: per ogni occhio il gatto è dotato di una terza palpebra detta “membrana nittitante” che ha il compito di difendere la preziosa vista del micio da fonti intense di luce. La membrana entra in azione ogni qual volta il gatto chiude gli occhi e lo fa con un meccanismo originale: parte dall’angolo interno dell’occhio e sale in diagonale, sino a chiuderlo. E’ grazie a questa palpebra, per così dire nascosta, che il gatto riesce a dormire tranquillamente anche di giorno. Attenzione: se la “membrana nittitante” è visibile anche ad occhi aperti è necessario consultare il veterinario, c’è qualcosa che non va nella salute del micio.

    Churchill: qui non si mangia se non c’è anche il mio gatto Jock!! Churchill è stato un grande gattofilo e le cronache dell’epoca riportano vari episodi che lo dimostrano. Uno dei più famosi e divertenti racconta che lo statista inglese si rifiutava di mangiare se a tavola non si fosse seduto anche il suo amato gatto “Jock”. In caso di sua assenza il personale di servizio era costretto ad una ricerca all’interno della residenza. Ricerche che, conosciuta la vivacita felina e le dimensioni della residenza stessa, dovetterò essere tanto estenuanti quanto divertenti.

    Una leggenda giapponese. Il decimo giorno del quinto mese dell’anno 999 un mandarino cinese donò un gattina all’imperatore Ichijo. Dopo qualche tempo la gattina diede alla luce, nel palazzo di Kyoto, cinque teneri gattini. Fu così, secondo la leggenda orientale, che i gatti misero piede nel paese del sol levante.

    Gatti paracadutisti… Negli anni sessanta in Brmania vi fu una gravissima inavsione di topi che minacciò seriamente il raccolto di riso. Il pericolo venne scongiurato grazie ad una squadra di gatti di Singapore che vennero paracadutati sulle risaie.

    … e marinai Fino al 1975 su ogni navale militare brittanica era obbligatorio tenere almeno un gatto, ritenuto un portafortuna.

    Perchè i gatti in oriente sono il simbolo della rinascita? Una leggenda racconta che un giorno Buddha mise i suoi gatti di guardia all’albero della Sura. I mici, però, bevvero il portentoso liquido che usciva dalla pianta, caddero in catalessi e si svegliarono vispi come prima. Per questo in oriente i gatti sono il simbolo della rinascita.

    Chi era la Dea Bast? Era una Dea dell’antico Egitto, possedeva il corpo di una donna e la testa di un gatto con sguardo misterioso ed incantatore. Rappresentava la fecondità e la bellezza, ma era anche il simbolo della luce, del calore, ma, proprio perchè raffigurata con la testa felina, anche della luna, elemento della notte tanto amata dai mici. La Dea veniva chiamata anche “Bastet” o “Pash” da cui, secondi alcuni studiosi, deriverebbe il vezzeggiativo utilizzato come richiamo “puss”.Il culto della Dea, e con esso dei gatti, durò secoli fino al 350 a.C. quando cominciò a declinare fino a scomparire completamente nel 390 a.C. con un decreto imperiale che ne sanciva definitivamente la fine.

    Cosa centrano i gatti con i salici?. Racconta una leggenda giapponese che i cuccioli di una gatta caddero in un fiume. I loro lamenti e quelli della loro madre furono così strazianti che i salici lungo le rive del fiume si commossero e stesero i rami nell’acqua affinche i gattini potessero arrampicarsi e salvarsi. Ecco spiegata la forma assunta dai rami del salice piagente.

    Che udito !! Il gatto è in grado di percepisre suoni che raggiungono i 45.000 Hz di frequenza mentre l’uomo si ferma a 17.000 Hz.

    La misteriosa tigre delle Highlands. Esite un felino selvatico che vive nelle Highlands scozzesi: estremamente guardindo e diffedente dell’uomo, effettua i suoi spostamenti soprattutto di notte: Rimane, pertanto difficile per etologi e zoologi studiarne il comportamento. Il suo mistero, la sua selvaggia bellezza ha però colpito la fantasia della popolazione locale che l’ha ribattezzata la Tigre delle Highlands.

    Il gatto e la città di Taranto. Sulle antiche monete greche di Taranto è raffigurato il mitico fondatore della città, Taras, che gioca con un gatto. Probabilmente qualche leggenda gli attribuiva l’introduzione in Italia di quell’animale esotico, che in realtà era giunto nelle colonie greche dell’Italia meridionale a seguito dei frequenti rapporti commerciali con l’Egitto.

    La mentuccia anti-pulci. La mentuccia, che si distingue dalla menta per le foglie più piccole ed arrotondate, emana un particolare profumo di limone e mentolo che ha il potere di tenere lontane le pulci. Si può,così, provare a strofinare il gatto con queste foglie ma non è detto che, avendo a disposizione un vaso di mentuccia, non provveda da sè all’operazione.

    Il gatto d’accordare!! Un famoso direttore d’orchestra stava provando una sinfonia di Beethoven quando un gatto entrò nel teatro emettendo profondi miagolii. “Qualcuno prenda quel gatto e lo faccia accordare!!”, fu il suo commento.

  118. Curiosogattando

    Un gatto può essere allergico agli uomini? Anche i gatti possono soffrire di allergie, con sintomatologia simile a quella umana: difficoltà respiratorie, eruzioni cutanee, problemi intestinali, fino a giungere, nei casi più gravi, allo shock anafilattico. Generalmente tali allergie sono determinate dai classici pollini, dagli alimenti perfino dagli antiparassitari. Può, tuttavia accadere anche che risultino allergici anche ai loro amici umani o, per l’esattezza, ai profumi, creme, saponi che possono trovarsi su pelle, peli e capelli dell’uomo.

    Un gatto elettrizzato. In East Corinth, nello stato del Maine (U.S.A.), un gatto rimase bloccato per tre giorni su un palo della luce durante una tempesta di neve. Alla fine venne colpito da una scarica elettrica di 7500 volt che lo fece cadere al suolo esamine. I pompieri lo trovarono un pò bruciacchiato ma vivo. Così oggi vive al calduccio, al sicuro dalle tormente di neve, a casa del vigile del fuoco che lo raccolse.

    I gatti presentono il ritorno del loro padrone? Secondo il Biologo Rupert Sheldrake si. Lo studioso ha condotto una serie di esperimenti, sia su gatti che sui cani, in cui gli animali lasciati soli in casa venivano filmati con delle telecamere mentre i loro amici umani rincasavano di volta in volta in orari diversi. Lo studio ha messo in rilievo come in prossimità del ritorno del padrone sia i gatti che i cani cominciavano ad agitarsi ed ad avvicinarsi più volte alla porta di casa.

    Perchè i gatti europei hanno un “m” sulla fronte? Una leggenda racconta che un micio si sdraio affianco a Gesù nella stalla di betlemme per riscaldarlo e proteggerlo dal freddo. Da allora tutti i gatti tigrati portano quel segno in onore delle Madonna.

    Reincarnazione felina. Una superstizione Turca ritiene che il grande Mustafa Kemal Ataturk, il fondatore della repubblica turca, si debba reincarnare un giorno nel corpo di un gattone Angora Turco di colore bianco ad occhi impari (un blu e uno
    ambra per la precisione) sordo.
    Pubblicità per gatti. Unaditta inglese che produce cibo per animali ha realizzato una pubblicità per gatti. Com’è possibile? Con suoni che attraggono la loro attenzione, evitando tutto ciò che li fa impaurire, con immagini dai contorni netti su fondo scuro. Lo spot non è rivolto ai quattrozampe (che notoriamente non vanno al supermercato da soli) ma ai loro padroni. L’idea è curiosa e potrebbe stimolare altre iniziative di questo tipo.

    Il gatto nell’antico Egitto. Furono gli antichi egizi a portare dalla libia i primi gatti usandoli per difendere i granai dai topi. In poco tempo i mici si diffusero e divennero sacri. Se qualcuno faceva loro del male, era condannato a morte. Ogni famiglia egizia ne possedeva uno e quando moriva i padroni si rasavano le sopracciglia in segno di lutto. L’animale veniva quindi imbalsamato, deposto in un piccolo sarcofagodi legno dipinto e sepolto con tutti gli onori.

    Esiste il gatto bassotto? Il Munchkin è un gattodalle zampe molto corte e, per questa sua peculiarità, viene spesso definto il “Gatto-bassotto”.

    Fiaba tedesca. Per salvare il suo innamorato una principessa fu costretta a filare diecimila matasse di filo in un mese. Non ce l’avrebbe fatta se non fosse stata aiutata dai suoi gatti e, per ricompersarli, donò loro le fusa, cioè il suono prodotto dai fusi del filatoi quando girano.
    I gatti in guerra. Purtroppo anche i gatti sono stati utilizzati in guerra. Un esempio ci viene fornito da un libro del 1535 scritto da un ufficiale austriaco di artiglieria, “Cristoforo di Asburgo”. Il militare descrive come ai poveri animali venissero applicate, attraverso delle cinghie, delle bottiglie velenose con l’apertura rivolta verso la coda del micio. I felini, venivano così indirizzati verso le truppe nemiche, e terrorizzati correvano di qua e di là spargendo il fumo un pò ovunque. Curioso ma francamente ridicolo lo scrupolo di umanità dell’ufficiale: “Questo procedimento non dovrebbe essere utilizzato contro i cristiani”.

    I gatti ed i monaci zen. I monaci zen hanno sempre avuto grande stima del gatto, affermando che è in grado di “mostrare la Via”. Il suo comportamento è preso d’esempio e, in molti templi, ci si ispira a lui per la pratica dello Zazen, la meditazione seduta durante la quale si resta immobili senza pensare a nulla.

    Fino a che età i gatti possono procreare? Fino a tarda età. I maschi, nello specifico, fino a sedici anni che nell’uomo corriponderebbero a circa settanta anni. Le femmine sono in grado di partorire fino a dodici anni circa, che corriponderebbero ai nostri sessanta anni.

    Quanti denti ha il gatto? Trenta denti compongono la dentatura del micio, di cui 16 formano la mascella superiore e 14 quella inferiore. I gatti, che triturano e lacerano i cibi, hanno canini ben sviluppati e molari stretti ed appuntiti.

    Qual’è l’antenato del gatto domestico? La maggior parte degli studiosi ritiene che le razze di gatto domestico a pelo corto discendano dal gatto selvatico fulvo (Felis lybica), di origine africana, addomesticato dagli antichi egizi forse già nel 2500 a.C. e poi introdotto in Europa dai crociati, dove si mescolò ai gatti selvatici indigeni, di dimensioni più piccole. Le razze a pelo lungo derivano, invece, probabilmente dal manul o gatto di Pallas (Felis manul), di origine asiatica. Nel corso dei secoli i gatti hanno conservato le loro dimensioni (circa 3,6 kg di peso allo stadio adulto) e il loro istinto di cacciatori solitari.

    Si può mangiare il cibo per gatti? Si, ma solo occasionalmente. I cibi industriali sono prodotti ben controllati dal punto di vista igienico sanitario, controlli che sono stati intensificati dopo l’emergere del problema “mucca pazza”. Tuttavia, essendo cibi studiati appositamente per l’esigenze alimentari dei nostri amici pelosi, diverse dalle nostre, se consumati abitualmente possono causare scompensi nutrizionali, problemi intestinali e malattie cardiovascolari.

    Come nasce l’uso della medaglietta per gatti? In realtà le medagliette da apporre al collo dell’amico a quattrozampe nascono per i cani. Già alla fine del ‘700 vi era, infatti, l’obbligo di registrare i cani. Troviamo cosi l’imposizione nel regolamento del comune di Bologna del 1829 di dotare l’animale di marca con il relativo numero di notifica. Nel 1845, i bellunesi erano tenuti a trascrivere il proprio nome e cognome su di un collare da mettere al loro cane. Il motivo di tali provvedimenti era la necessità di controllare la diffusione della rabbia. In ambito nazionale è il Regolamento della Polizia veterinaria del 1954 a prescrivere per tutti “l’applicazione al collare di ciascun cane di una speciale piastrina che deve essere consegnata ai possessori all’atto della denuncia”. Oggi sostituito nella normativa dal microchip, la medaglietta sopravvive ancora soprattutto per evitare gli abbandoni, fu proprio per questo motivo che nel dopoguerra cominciò a diffondersi l’uso anche per i mici.

    Ma quanto dorme!! In effetti dormire per un gatto è una delle sue attività preferite dormendo in media circa 16 ore al giorno che sono la somma di tanti brevi periodi di pochi minuti per volta Questo vuol dire che un gatto di nove anni è rimasto sveglio solo per tre mentre i restanti sei li ha trascorsi piacevolmente appisolato in posti comodi, morbidi, possibilmente caldi, magari vicino ad una stufa o ad un termosifone. Quindi, i suoi luoghi preferiti sono stati i Vostri letti, divani, poltrone e….la Vostra schiena..

    Come si calcola la data del parto? La gravidanza nei gatti dura circa nove settimane, ora è chiaro che se si conosce la data dell’accoppiamento, stabilire anche quella approssimativa del parto è estremamente semplice. Tuttavia, nella maggioranza dei casi, non si sa quando la gatta è entrata in dolce attesa possiamo però far riferimento ad uno dei sintomi appaiono durante tale stato: intorno alla terza settimana compare un arrossamento dei capezzoli. Basta aggiungere sei settimane dalla comparsa dei rossori per avere una data indicativa del lieto evento.

    Quanto sono grandi alla nascita? Un gattino miusra circa 11-15 centimentri e pesa tra i 70 ed i 135 grammi.

    Cosa vuol dire artigli retrattili? L’artiglio del gatto possiede un apposito legamento posto nella parte superiore che, quando il tendine del muscolo è rilassato, pone l’artiglio rettratto sotto la pelle della zampa. La contrazione del muscolo relativo fa stirare il tendine che estrae l’artiglio dall’alloggiamento cutaneo, pronto a sferrare il suo pericoloso attacco.

    http://www.youtube.com/watch?v=YoBuv7HR-Fw

  119. FIABE E LEGGENDE SUL GATTO

    Fiabe, leggende e altro ancora…

    Un gatto si era innamorato di una splendida giovinetta; egli pregò Morgana di trasformarlo in un uomo. La Fata provò pietà per la sua passione amorosa e lo trasformò in un affascinante fanciullo. Come la giovinetta lo vide, se ne innamorò e lo portò a casa sua. Mentre se ne stava sdraiato sul letto, Morgana volle sapere se il gatto avesse mutato con il corpo anche la sua indole e lasciò andare in mezzo alla stanza un topolino. Quello allora, dimenticandosi la situazione in cui si trovava, balzò giù dal letto, ma inciampò in una tenda della camera e il topo scomparse.
    La Fata e Regina Morgana sorridendo gli tese la mano e accolse gli amanti nel suo Castello cangiandoli in cavaliere e dama”117.

    IL GATTO SACRO DI BIRMANIA

    Una bella leggenda proviene dalla Birmania dove esisteva, prima d’essere distrutto, un tempio sotterraneo denominato “Tempio dei Gatti”; al suo interno dimoravano cento gatti, tutti bianchi…
    I monaci Khmer avevano costruito questo tempio, situato nella zona di Lao Tsun, agli inizi del XVIII secolo. In seguito, i monaci Kittah lo dedicarono alla venerazione della statua in oro di una bellissima dea dai meravigliosi occhi di zaffiro, denominata Tsun–Kyan–Kse. Il suo compito era quello di prendersi cura della trasmigrazione delle anime.
    La statua della dea era sempre accudita da un monaco molto venerato e rispettato di nome Mun-Ha, che amava meditare lungamente davanti alla statua e che aveva come sua unica compagnia, un gatto bianco a lui fedelissimo di nome Sinh.
    In una terribile notte, dei briganti uccisero il religioso (che stava meditando dinnanzi alla dea), per portar via la statua d’oro e zaffiri. Nell’istante in cui sopravvenne la morte di Mun-Ha, l’amato gatto s’accucciò sulla sua testa e il suo pelo bianco si tramutò in un manto dorato come quello della statua. Gli occhi si colorarono con lo stesso blu dello zaffiro; le zampe, la coda e il musetto si tinsero di un bruno vellutato, come il colore della terra su cui la statua poggiava. Soltanto le parti a contatto con il monaco rimasero bianche, in ricordo della sua purezza.
    Il mattino successivo, tutti i gatti bianchi del tempio avevano subìto la stessa trasformazione del gatto Sinh e da allora non solo vennero tutelati, ma anche considerati sacri. Qualche tempo dopo, tutta la regione venne invasa dalle popolazioni indù che uccisero molti religiosi e occuparono la gran parte dei templi.
    Auguste Pavie e suo marito, il maggiore Russel Gordon,118 presero le difese dei monaci Kittah aiutandoli a fuggire in Tibet. Fu proprio in quell’occasione che videro, per la prima volta, il Gatto sacro di Birmania venendo a conoscenza della sua storia. Nel 1919, quando i due fecero ritorno in Francia portarono con sè due gatti sacri, un maschio e una femmina, che avevano ricevuto in dono. Purtroppo durante il lungo viaggio il maschio morì, ma fortunatamente la gattina era rimasta incinta e, grazie ancora alla dea Bastet, la razza fu salva.
    Una credenza birmana vuole che quando muore un sant’uomo, il suo spirito si incarni in un gatto e che, solo alla morte dell’animale, lo spirito possa salire al cielo.

    IL GATTO DI MAN

    La leggenda del Gatto di Man, originario dell’omonima isola, situata tra l’Inghilterra e l’Irlanda, narra di come il felino fu vittima dell’Invincibile Armada di Filippo II di Spagna, formata, come si evince da alcune fonti storiche, non solo da soldati ma anche da pirati. Sempre secondo la leggenda, quest’ultimi avrebbero tagliato le code di tutti i gatti dell’isola per adornare i loro cappelli. A seguito di queste crudeltà ebbe inizio una rivolta “gattesca” in cui le madri-gatto decisero di far nascere i loro cuccioli senza coda…
    Un’altra leggenda sul Gatto di Man narra di quando, durante il Diluvio Universale, due gatti si presentarono all’imbarco dell’Arca di Noè. Giunti in ritardo, salirono a bordo nel momento in cui la porta si stava per chiudere, lasciando fuori metà della loro coda. Questa leggenda giustifica perchè tale razza sia dotata di una piccolissima coda formata da solo quattro vertebre.

    IL GATTO SIAMESE

    Narra una leggenda, che il primo gatto siamese fosse strabico e che avesse la coda piegata. Questo perchè le principesse di sangue reale Thai, prima di fare il bagno, infilavano i loro preziosi anelli nella coda del gatto, annodandola, in modo che non andassero perduti. La conseguenza fu che la coda rimase piegata mentre lo strabismo era dovuto al fatto che il gatto controllava costantemente gli anelli.
    Sempre a proposito dei gatti siamesi, quelli che vivevano alla Corte di Pragadi Pok, il re del Siam, erano custoditi così gelosamente che vigeva la pena di morte per coloro che tentassero di rubarli. Alla morte del sovrano, fu rispettata la sua volontà di preservare questa razza principesca, finché un inglese, Owen Gould, riuscì a corrompere un guardiano con un congruo compenso, ottenendo una bellissima coppia di gatti reali che nel 1891 furono esposti per la prima volta al pubblico al Crystal Palace di Londra.

    IL GATTO DEI BA-RONGA

    Nel suo meraviglioso libro “Il Ramo d’Oro”, James Frazer, nel capitolo 2 intitolato “L’anima eterna dei racconti popolari “, riporta una fiaba dei Ba-Ronga (un’etnia del Sudafrica) in cui si narra come le vite di un intero villaggio fossero racchiuse nel corpo di un gatto…
    Quando una delle figlie del capo tribù si sposò, volle a tutti i costi portare nella nuova casa il gatto del villaggio. I genitori sapevano bene che nel felino erano racchiuse tutte le vite e si opposero alla decisione della figlia. Alla fine però Titishan, questo era il nome della fanciulla, la spuntò portando con sé il gatto nascondendolo al marito. Un giorno, quando la ragazza si trovava al lavoro nei campi, il gatto fuggì dal suo nascondiglio, entrò nella capanna e, per fare uno scherzo, indossò l’equipaggiamento da guerra dello sposo, mettendosi a ballare e cantare. Alcuni bambini delle capanne vicine, sentendo tanto trambusto, corsero a vedere cosa stesse accadendo e scoprirono, con grande sorpresa, che il gatto faceva salti altissimi e capriole, ballando e cantando a squarciagola.
    Completamente affascinati, i bambini chiesero di poter partecipare al gioco. Ricevuto un diniego, corsero allora a chiamare lo sposo che, colto da grande paura, lo uccise…
    Nello stesso istante Titishan cadde a terra moribonda. Il marito, disperato, avvolse il corpo del gatto morto in una stuoia e lo portò al paese natìo insieme alla moglie.
    Quando i parenti videro la giovane sposa moribonda, la rimproverarono aspramente per non aver voluto ascoltare i saggi consigli che le erano stati dati, ma alla vista della stuoia contenente il gatto morto caddero tutti esanimi uno dopo l’altro; fu così che perì tutto il Clan del Gatto.
    Il marito, che era rimasto illeso, chiuse il cancello del villaggio con un ramo di palma e, tornando a casa, raccontò a tutti come, uccidendo il felino, si fosse estinta tutta la tribù della sua sposa.

    IL GATTO CON GLI STIVALI

    Sono davvero molte le fiabe di gatti come protagonisti, ma forse la più famosa di tutte è quella del Gatto con gli Stivali, scritta da Charles Perrault e ispirata a un racconto popolare, le cui diverse versioni possono aver tratto spunto dallo spirito del grano, visto che il micio apparteneva a un mugnaio.
    Comunque, la versione scritta più antica di questa fiaba proviene dal Veneto e riferisce le avventure di uno scaltro gatto che portava sulle sue spalle tutte le responsabilità e le ricchezze del suo padrone.
    Tale fonte risale al XVI secolo ma, al posto del micio, troviamo una bellissima gattina frutto di un incantesimo: prima infatti era una fanciulla mutata in felino da una brutta e tremenda strega. Un’analoga storia si legge in una fiaba del 1697 scritta dalla baronessa d’Aulnoy, dove la micia, preda di un terribile maleficio, verrà poi uccisa per riprendere le sue sembianze di principessa.

    http://www.youtube.com/watch?v=yuUZrFwxDII

  120. Un gatto nella Pet Therapy? Perché no … i motivi che prediligono il gatto ad altri animali

    · Per le particolari dimensioni, la formidabile flessibilità del suo corpo agile e morbido, il gatto viene facilmente tenuto in grembo, sulle ginocchia per essere coccolato e la sua percettibile voglia di coccole, voglia di ricevere da noi colma quel vuoto interiore che spesso ci rende tristi e depressi. Il suo mantello, la sua disponibilità nel lasciarsi accarezzare e manipolare esalta la sua relazione fisica e rassicurante nei nostri confronti. In sintesi l’esorbitante voglia di coccole, di carezze di un gatto è equivalente a quella dell’uomo e ancor di più della donna. Coccole è l’equivalente in lingua inglese di Petting, un insieme di dolcezza, carezze e emozioni che rassicurano l’uomo e lo rendono felice.

    · Il gatto non suda e il contatto con l’uomo risulta alquanto piacevole e stimolante soprattutto quando viene accarezzato.

    · I soliti, indefiniti e spericolati giochi e comportamenti del gatto fanno sorridere l’uomo rendendolo curioso e attento ad ogni suo movimento. Questo rapporto stimolante e interessante assume una elevata importanza nella vita dell’uomo, rendendolo rilassato e incuriosito. Comportamenti questi posti alle prime posizioni per quanto riguarda la riuscita di una Pet Therapy. Le fusa del gatto inoltre risultano efficaci per alleviare lo stress, dimenticarsi dei problemi soprattutto se a stretto contatto con il nostro corpo, così come avviene nel gatto le sue fusa ci rassicurano in momenti tristi e bui, ci donano allegria gratuita e vera, una serenità interiore ma tutto sta nel lasciarsi andare, nel sapersi isolare e nel ricercare in quei momenti solo la compagnia del nostro gatto.

    · Il gatto presenta, come abbiamo prima evidenziato, numerosi e importanti aspetti che esaltano maggiormente, nei confronti di altri animali, le sue qualità specifiche come “induttore di emozioni” e come “stimolatore dell’uomo a livello psichico”, un esempio vero e simbolico lo abbiamo nei nostri momenti tristi, nei momenti di stress dove spesso restiamo soli con i nostri pensieri, ci accorgeremo del gatto che senza alcuna pretesa ci terrà compagnia accoccolandosi al nostro fianco, sulle nostre gambe o magari ai nostri piedi, tenendoci compagnia e sprigionando in silenzio un amore unico e vero, il cane tende invece ad avere più pretese ad essere più presente, spesso a non rispettare il nostro bisogno d’amore e di pace silenziosa, il gatto dona amore quanto un cane ma diversamente, non sottovalutate il suo amore.

    Non dimentichiamo che la Pet Therapy ha risvolti positivi se con il nostro gatto si instaura un buon rapporto basato sull’amore, la stima, la fiducia, il rispetto. Tutto questo tuttavia, ci pone ad assumere obblighi e doveri nei suoi confronti.

    Hai deciso di adottare un gatto? Pensi che il gatto possa riuscire a colmare quel vuoto interiore che spesso ti rende triste e depresso?

    Importante è la scelta del gatto, ogni gatto ha il proprio modo di donare amore. Possiamo scegliere un gatto sperduto e bisognoso cercandolo in un gattile o se desideriamo un gatto particolare, con delle particolari caratteristiche possiamo decidere di adottare un gattino di razza. La scelta della razza deve essere effettuata non solo per l’aspetto del gatto madobbiamo essere in grado di stabilire quale gatto si addice più al nostro bisogno d’amore, analizzando con l’aiuto di allevatori e standard anche il comportamento del gatto stesso. Non voglio generalizzare ma spesso alcune razze si gravano di comportamenti diversi rispetto ad altre. Importante assumersi la responsabilità di curare il gatto, di allontanarlo dai pericoli, di sfamarlo, coccolarlo rispettare i suoi spazi e le sue abitudini. Nel rispetto del gatto dobbiamo ricordare che nessun animale deve essere considerato un pupazzino, senza emozioni o sentimenti, un pupazzino al quale poter fare di tutto anche torturarlo o trattarlo come un peluche. Importante se c’è la presenza dei bambini stabilire regole precise di convivenza e insegnare al bambino il rispetto degli altri, il rispetto del mondo che ci circonda. Imparando a rispettare il gatto (o qualsiasi altro animale) il bambino comincerà a crescere, ad assumersi alcune piccole responsabilità e di conseguenza a rispettare, un giorno, tutto ciò che potrà incontrare dinanzi, un uomo con convenzioni o carnagione diversa, un uomo diverso sia esteticamente che emotivamente da se stesso … il rispetto verso la vita e verso se stesso.

    Da non tralasciare:

    In relazione alla scelta di un gatto dobbiamo tener presente le caratteristiche salutari di chi si prenderà cura di lui, quali le allergie, handicap fisici o psichici etc…

    Ora non posso che augurarvi tanta buona fortuna!!!!!!!!!!!!

    http://www.youtube.com/watch?v=E8DxIC6CEQA

  121. PROVERBI E MODI DI DIRE SUI GATTI

    * Il gatto è una creatura indipendente, che non si considera prigioniera dell’uomo e stabilisce con lui un rapporto alla pari. Konrad Lorenz
    * La musica e i gatti sono un ottimo rifugio dalle miserie della vita. Albert schweitzer
    * Non è facile conquistare l’ amicizia di un gatto. Vi concederà la sua amicizia se mostrerete di meritarne l’ onore, ma non sarà mai il vostro schiavo. Théophile Gautier
    * Un gatto non chiede, prende.Garfield
    * Non è possibile possedere un gatto. Nella migliore delle ipotesi si può essere con loro soci alla pari. Sir Harry Swanson
    * I gatti sono tutti quanti liberi professionisti. Sy Fisher
    * Uno scrittore senza un gatto è inconcepibile. Certo è una scelta perversa, poiché sarebbe più semplice scrivere con un bufalo nella stanza piuttosto che con un gatto. Si accucciano tra i vostri appunti, mordicchiano le penne e camminano sui tasti della macchina da scrivere. Barbara Holland
    * Anche il più piccolo dei felini, il gatto, è un capolavoro. Leonardo da Vinci
    * Un gatto non si compra: è lui che vi possiede. Tom Poston
    * Il rapporto con un gatto prevede una dedizione totale. Non può essere limitato a riempirgli la ciotola di cibo e a pulire la lettiera. Paul Corey
    * Se fosse possibile incrociare l’ uomo con il gatto, la cosa migliorerebbe l’ uomo, ma di certo peggiorerebbe il gatto. Mark Twain
    * Mi era stato detto che l’ addomesticamento con i gatti è molto difficile. Non è vero. Il mio mi ha addomesticato in un paio di giorni. Bill Dana
    * I cani ci insegnano ad amare; i gatti ci insegnano a vivere. M. Malloy
    * Amare un gatto significa apprezzare la natura: essi scelgono chi amare e non dipendono da nessuno. Dr. Michael Fox
    * Se non volete che il gatto vi cammini addosso mentre dormite, bè , decidete di dormire in piedi! G. W. Eskow
    * Il gatto più brutto che io abbia mai visto era semplicemente meraviglioso. Marilyn Peterson
    * L’ idea che hanno i gatti della comodità è assolutamente incomprensibile agli umani. Colette
    * I gatti sono infinitamente più amichevoli dei cani. Avete mai visto un cartello Attenti al gatto? Leonard Grainger
    * Quando i verdi occhi di un gatto scrutano dentro di voi potete essere certi che qualunque cosa intendano dirvi è la verità. Lillian Moore
    * L’ amore per i gatti è parte dell’ aore universale per tutte le creature e ci incita a un profondo rispetto per la natura. Dr. Michael Fox
    * Vedere un gatto bianco di notte porta sfortuna. SUPERSTIZIONE AMERICANA
    * Se incontrate un gatto con un occhio solo, sputatevi sul pollice, stampatene l’impronta sul palmo della mano ed esprimete un desiderio. Si avvererà. CREDENZA POPOLARE AMERICANA
    * Sognare un gatto bianco porta fortuna. CREDENZA POPOLARE AMERICANA
    * Se cambiate casa, fate entrare il gatto dalla finestra anziché dalla porta, così non andrà via. CREDENZA POPOLARE AMERICANA
    * Nella casa dove vive un gatto nero non mancherà mai l’amore. CREDENZA INGLESE
    * I gatti sono in grado di sostenere lo sguardo di un re. PROVERBIO INGLESE
    * La curiosità uccide il gatto, ma la soddisfazione lo riporta in vita. PROVERBIO INGLESE
    * Al buio tutti i gatti sono grigi. PROVERBIO INGLESE
    * Un gatto è un gatto. E questo è tutto. DETTO POPOLARE INGLESE
    * Agli occhi dei gatti tutto appartiene ai gatti. PROVERBIO INGLESE
    * E’ onesto quanto un gatto quando la carne non è a portata di zampa. PROVERBIO INGLESE
    * I gatti nascondono gli artigli. PROVERBIO INGLESE
    * I gatti vedono anche attraverso le palpebre abbassate. PROVERBIO INGLESE
    * Attraversare un fiume che sta trasportando un gatto porta sfortuna. CREDENZA POPOLARE FRANCESE
    * L’ira ardente del gatto spaventa anche l’acqua fredda. PROVERBIO FRANCESE
    * Tutti i gatti sono cattivi nel mese di maggio. PROVERBIO FRANCESE
    * Se trovate un pelo bianco su un gatto tutto nero vi porterà fortuna. CREDENZA POPOLARE FRANCESE
    * Per vivere a lungo, mangiate come i gatti e bevete come i cani. PROVERBIO TEDESCO
    * E’ troppo aspettarsi da un gatto che si sieda davanti a una ciotola di latte senza leccarlo. PROVERBIO TEDESCO
    * Un gatto vecchio non impara più a ballare. PROVERBIO MAROCCHINO
    * Se un gatto viene morso da un serpente, poi diffiderà anche di una corda. PROVERBIO ARABO
    * Un gatto per un topo è come un leone. PROVERBIO ALBANESE
    * Non comprate mai un gatto in un sacco.PROVERBIO OLANDESE
    * Chiunque neghi al gatto il latte scremato, dovrà dare la panna al topo. PROVERBIO RUSSO
    * Padrone felice, gatto felice. Padrone indifferente, gatto scontento.PROVERBIO CINESE
    * Se il gatto e il topo trovano un accordo, il droghiere è rovinato. PROVERBIO IRANIANO

  122. Il cane si addice all’uomo, il gatto alla donna
    PROVERBIO INGLESE

    Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino
    DETTO POPOLARE

    Se incontrate un gatto con un occhio solo, sputatevi sul pollice, stampatene l’impronta sul palmo della mano ed esprimete un desiderio. Si avvererà
    CREDENZA POPOLARE AMERICANA

    Vedere un gatto bianco di notte porta sfortuna
    SUPERSTIZIONE AMERICANA

    Se un gatto si passa la zampa dietro l’orecchio, presto piovera
    CREDENZA POPOLARE INGLESE

    Imburrate una zampina del vostro gatto e non lascerà mai più la casa
    CREDENZA POPOLARE

    Nella casa dove vive un gatto nero non mancherà mai l’amore
    CREDENZA INGLESE

    I gatti sono in grado di sostenere lo sguardo di un re
    PROVERBIO INGLESE

  123. Il fatto di darsi per morto è un atteggiamento stupefacente delle feline risorse. Questo video l’ho trovato su you tube, ma una volta ho assistito personalmente ad una sceneggiata del genere da parte di un gatto che non voleva farsi mettere fuori casa.

  124. Ciao Raffaele, abbiamo postato quasi in contemporanea i nostri commenti e non mi ero accorta, o è apparso dopo, non lo so, del tuo acrostico accompagnato dall’indirizzo di panoramio.

    gatta di Raffaele
    © All Rights Reserved by esse est reminisci. http://www.panoramio.com/photo/30943116.
    L’autore concede la pubblicazione della foto a Tosca Pagliari, in esclusiva per il thread “Ammaliante Africa” (17/02/2010)

    Meravigliosa, imponente, una regina dallo sguardo magnetico. Questa è la gatta di Raffaele presente all’indirizzo sopra indicato e di seguito ripetuto: http://www.panoramio.com/photo/30943116.

    Raffaele, se ho commesso un illecito fammelo sapere che tolgo la foto, ma la gatta è troppo bella per non cadere in tentazione e pubblicarla anche qui.
    Buonanotte a tutto il “mondo gatto” e “mondo gattaro”.

  125. Ho il copyright della foto e l’unica formalità che ti chiedo è di aggiungere questa dicitura in calce all’immagine:

    © All Rights Reserved by esse est reminisci. http://www.panoramio.com/photo/30943116.
    L’autore concede la pubblicazione della foto a Tosca Pagliari, in esclusiva per il thread “Ammaliante Africa” (17/02/2010)

    Una nota a parte: non si tratta della mia gatta,ma della gatta di un vicino di casa.
    Buona serata a tutti.

  126. Raffaele, ho modificato il commento con la foto della gatta del tuo vicino di casa e ho messo la dicitura da te indicata. Dimmi se va bene così e grazie infinite per la concessione.

  127. Così è perfetto. In questo modo a nessuno (di norma) dovrebbe venire la tentazione di fare un copia-incolla senza contattare l’autore.
    Buona giornata a tutti.

  128. Buongiorno amici, anch’io da ragazzo ho avuto un gatto era belissimo ancora l’ho nel cuore per me era come un fratello minore. Io sono un amante degli animali purtroppo, dove abito adesso non mi è possibile tenerli, ma ho ” adottato” la cagnetta dei miei cognati e così che a volte mi ritrovo a passeggiare per le vie del paese o in campagna a giocare col la mia “nipotina” Laika. Un saluto a tutta la classe.

  129. Buongiorno amici, ieri mentre sistemavo la mia libreria, mi sono ritrovato fra le mani ” La mia Africa “di Karen Blixen. Bello il libro e bello il film (anche se non all’altezza del romanzo) grazie anche alla splendida interpretazione di Meryl Streep. Tenendo fra le mani il libro, mi sono ricordato delle belle emozioni che mi suscitò quando lo lessi; risultato ho ricominciato a rileggerlo anche perché non ricordo bene alcuni passi che invece del film ho in memoria . Un saluto al resto della classe.

  130. Ciao Giuseppe, vedo che hai intrapreso pienamente la via dell’Africa con la rilettura del libro “La mia Africa”. Se troverai qualche frase interessante condividela su questo thread. Aspetto i tuoi prossimi invii.

    Buona giornata a tutti quanti.

  131. … e adesso un po’ di studio di lingue…

    Frasi utili in lingua Swahili
    La lingua Swahili è una delle dodici lingue più importanti del mondo: è parlata sulla costa orientale dell’Africa, dalla Somalia al Mozambico.
    La lingua Swahili è largamente usata nell’interno fino al Congo.
    Lo Swahili è originario dell’isola di Zanzibar ma è lingua ufficiale di Tanzania, Kenya e Uganda e conosciuta da molti altri Paesi africani.
    Originariamente lo Swahili era una lingua Bantu, attualmente il 27% dei suoi vocaboli è preso in prestito dalla lingua araba.
    Il Kiswahili è parlato in Africa da circa quindici secoli.
    Uno dei maggiori pregi della lingua Swahili è quella di non essere la lingua di una particolare etnia, oggi lo Swahili è conosciuto da circa settanta milioni di persone.
    Lo Swahili più puro e classico è quello parlato nell’isola di Zanzibar, e sulla fascia costiera circostante, dove la lingua è nata e si è sviluppata. Da questa lingua iniziale si sono sviluppati nel tempo ben sei diversi dialetti o parlate Swahili.

    Alfabeto

    L’alfabeto swahili è formato da 30 lettere:

    5 vocali: a, e, i, o, u

    23 consonanti: b, ch, d, dh, f, g, gh, h, j, k, l, m, n, ng’, ny, p, r, s, t, th, u, v, z.

    2 consonanti o semivocali: w, y.

    Lo Swahili è di facile lettura perché lo si legge come è scritto.

    Le Vocali si pronunciano come in italiano.

    Le Consonanti si pronunciano come in italiano con le seguenti eccezioni:

    – ch: si pronuncia come la c dolce di “cena” chaki/gessetto chombo/attrezzo, barca

    – dh: si pronuncia aspirata dhahabu/oro

    – g: si pronuncia come la g dura di “grillo” gauni/gonna gereza/prigione

    – gh: si pronuncia come g dura aspirata ghorofa/piano di palazzo ghali/costoso, caro

    – h: è sempre aspirata hatari!/pericolo! hodi?/permesso?

    – j: si pronuncia come la g dolce di “gente” jambo/salve, ciao jibu/risposta

    – k: si pronuncia come la c dura o la ch kalamu/penna kamusi/vocabolario

    – ng’: si pronuncia come la g di “angolo” ng’ombe/bovino

    – ny: si pronunzia come la gn di “agnello” nyama/carne nyumba/casa

    – s: il suono è aspro e sibilato come in “sordo” safari/viaggio samaki/pesce

    – sh: si pronuncia come la sc di “scena” shikamoo/saluto ad un anziano o superiore

    – th: ha un suono aspirato theluji/neve thamani/valore

    – w: si pronuncia come la vocale u watu/persone watoto/bambini

    – y: si pronuncia come la vocale i yai/uovo Yesu/Gesù

    – z: si pronuncia come la s dolce di “rosa” zamani/tempo fa, in passato zawadi/regalo

  132. Frasi utili / Misemoya kawaida

    Ancora

    Tena

    Al più presto possibile

    Upesi iwazekanavyo

    Una volta

    Mara moja

    Male, Peggio di…

    Mbaya, mbaya zaidi kuliko…

    Bene, meglio di…

    Njema, Njema zaidi kuliko…

    Mi può (puoi) aiutare?

    Unaweza kunisaidia?

    Mi può (puoi) dire?

    Unawaza kuniambia?

    Vieni qui. Entra dentro.

    Njoo hapa. Karibu.

    Parla/i italiano?

    Unasema kitaliano?

    Parla/i inglese?

    Unasema kingereza?

    Parla/i swahili?

    Unasema Kiswahili?

    Parla/i francese?

    Unasema Kifransa?

    Vuoi? Vuole?…

    Unataka?

    Mi scusi, Scusami

    Pole, Nisamehe, Samahani

    Qui, La

    Hapa, Pale

    Lui(lei) è di…

    Anatoka

    Io vengo dall’Europa, Dall’Italia

    Natoka Ulaya, Italia

    Aiuto!, Fuoco!, Al ladro!

    Saidia!, Moto!, Mwizi!

    Come dici?…

    Unasemaje?…

    Come scrivi “jamaaa”?

    Unaandikaje “jamaa”?

    Quanto è?

    Kiasi gani?

    Sono occupato, Ho da fare

    Nina kazi.

    Ho fame, (sete), (sonno)

    Naona njaa, (kiu), (usingizi)

    Sono ammalato, Sto male

    Nina ugonjwa. (Siwezi), Niko mgonjwa

    Ho fretta

    Nina haraka

    Io non ho fretta

    Sina haraka

    Sto cercando…

    Natafuta…

    Mi dispiace

    Nina sikitiko. Nasikitika

    Sono stanco

    Nimechoka

    Sono felice

    Nina furaha sana. Ninafurai sana.

    Ho caldo (freddo)

    Nina joto, (baridi). Naona joto (baridi).

    Io non penso che…

    Sidhani…

    Io penso che…

    Nadhani

    Io non capisco

    Sifahamu

    Mi piacerebbe che…

    Ningependa…

    E’ tardi

    Saa imekwisha

    E’ presto

    Ni mapema

    Io so

    Najua

    Io non so

    Sijui

    E’ vuoto

    Hakuna kutu ndani / Ni tupu

    E’ pieno

    Imejiaa

    E’ tutto a posto, va bene

    Ni sawa

    Non è tutto a posto / non va bene

    Si sawa

    E’ colpa mia

    Ni kosa langu

    Non è colpa mia

    Si kosa langu

    E’ vecchio/a

    Imechakaa

    E’ nuovo/a

    Ni mpya

    Io parlo solo italiano, (inglese)

    Nasema kiitaliani tu, ( kiingereza)

    Wc per Signore

    Choo cha wanawake

    Wc per Signori

    Choo cha wanaume

    Il mio indirizzo è…

    Anwani wangu ni…

    Attenzione!

    Angalia!

    Ascolta, Guarda

    Sikia, Tazama

    Velocemente, / Più velocemente

    Upesi, / Upesi zaidi

    Lentamente / Più lentamente

    Pole, / Polopole

    Per cortesia

    Tafadhali

    Per cortesia parla lentamente

    Tafadhali useme polepole

    Per cortesia scrivilo

    Tafadhali uandike

    Ti prego ripeti ancora

    Naomba useme tena

    Adesso / Subito

    Sasa, / Sasa hivi

    Al più presto, / Dopo

    Bado kidogo, / Halafu

    Aspetta

    Ngoja kidogo

    Che cosa vuoi?

    Unataka nini?

    Cosa succede qui?

    Kuna nini hapa?

    A che cosa serve?

    Hii ni ya nini?

    Dove?

    Wapi?

    Dov’è?

    Ni wapi?

    Chi? Che cosa?

    Nani? Nini?

    Di chi è la colpa?

    Ni kosa la nani?

    Perché? Quando?

    Kwa nini? Lini?

    Grazie, / Molte grazie

    Asante, / Asante sana

    Sì, No, Forse

    Ndiyo, Hapana,Labda

  133. Sei il benvenuto/a

    Karibu

    Ho perduto i miei amici

    Rafiki zangu wamenipotea

    Mi sono perduto/a

    Nimepotea

    Io sto all’hotel Zanzibar

    Nakaa katika Zanzibar hoteli

    Io ho lasciato i miei soldi in…

    Nimeacha mapesa yangu katika…

    Ho dimenticato i miei soldi, / Chiavi

    Nimesahau mapesa yangu, / Ufunguo

    Ho perduto i miei soldi

    Nimepoteza mapesa yangu

    Ho perso il treno, / L’aereo

    Nimechelewa gari la moshi, / Ndege

    Cosa posso fare?

    Nimefanyeje?

    Hai detto che costa?…

    Ulisema bei ni?…

    Mi stanno infastidendo

    Wananisumbua

    Ci stanno infastidendo

    Wanatusumbua

    Vai via

    Nenda zako

    Chiamerò un poliziotto, / la polizia

    Nitamwita mpolisi, / polisi

    Sono stato derubato di…

    Nimeibiwa …

    Sono stata derubata della borsa (o tasca)

    Nimeibiwa mfuko

    Dov’è la stazione di polizia?

    Kituo cha polisi ni wapi?

    Chi è la persona responsabile qui?

    Mkubwa hapa ni nani?

    Come si chiama questo in swahili?

    Ii inaitwaje kwa kiswahili?

  134. Buongiorno

    Jambo, / Shikamoo (saluto ad un superiore)

    Buongiorno (risposta) / Onorato

    Jambo, / Maharaba (risposta di un superiore)

    Buon pomeriggio,

    Jambo, / Maharaba

    Buona sera, / Buona notte

    Jioni njema, / Usiku mwema

    Dormi bene

    Ulale salama

    Arrivederci

    Kwa heri, / Kwa hari ya kuonana

    Il mio nome è…(Michela)

    Jina langu ni…(Mikela)

    Mi chiamo…

    Naitwa

    Qual è il tuo nome?

    Jina lako nani?

    Posso presentare il Signor.. la Sig.ra.. la sig.na…

    Nikujulishe Bwana.., Bibi.., Bi…

    Mia moglie, Mio marito

    Mke wangu, Mume wangu

    I miei genitori: mio padre…, Mia madre…

    Wazazi wangu: baba yangu…, mama yangu

    Mia figlia, mio figlio

    Binti yangu, mtoto wangu

    Il mio amico, / la mia amica

    Rafiki yangu

    I Miei fratelli, mia sorella

    Kaka zangu, dada yangu

    Il nonno e la nonna

    Babu na bibi

    Sono lieto di incontrarvi (vedervi)

    Nafurahi kukuona

    Come stai?, Come state?

    Habari gani

    Bene, Grazie. E tu come stai?, Come state?

    Nzuri,asante. Na habari za kwako? …za kwenu?

    Come sta la tua famiglia?

    Hawajambo nyumbani?, Mama na watoto hawajambo?

    Non molto bene, sono ammalati

    Si wazima sana, wanaumwa

    Bene grazie, stanno molto bene

    Ni wazima tu, hawajambo sana

    Per cortesia siediti

    Kalia kiti,tafadhali. Kaa kitako, tafadhali

    Mi è piaciuto molto, Mi sono divertito

    Nimependezwa sana

    Spero di rivederti (presto)

    Natumaini tutaonana tena (mapema)

    Vieni a trovarci, Vieni a salutarci

    Njoo kutuamkia

    Sei libero/a nel pomeriggio? (questa sera?)

    Una nafasi jioni hii?

    Per cortesia dammi il tuo indirizzo!

    Tafadhali, unipe anwani yako!

    Da i miei saluti a…

    Umsalimie…

    Sto andando al negozio

    Nakwenda dukani

    Sto andando al mercato

    Nakwenda sokoni

    Sto andando in chiesa

    Nakwenda kanisani

    Sto andando a casa

    Naenda nyumbani

    Sto andando a scuola

    Nakwenda shuleni

    Sto andando a mangiare

    Nakwenda kula

    Sto andando a dormire

    Nakwenda kulala

    Sto andando al bar

    Nakwenda kilabuni

  135. Voglio andare all’ufficio della compagnia aerea

    Nataka kwenda kwa ofisi ya ndege

    Dove è?…

    Ni wapi?

    L’aeroporto

    Kiwanja cha ndege

    La stazione degli autobus

    Kituo cha mabasi

    Il porto

    Bandari

    La stazione del treno

    Stescheni, Kituo cha gari la moshi

    La biglietteria

    Wanapouza tikiti

    Il biglietto, L’orario

    Tikiti, Orodha ya saa

    Un facchino

    Mpagazi

    Il deposito bagagli

    Chumba cha kuwekea mizigo

    Come posso arrivare a…?

    Nifikeje…?

    Quando arriveremo a…?

    Tutafika…lini?

    Per cortesia mi chiama un taxi

    Tafadhali uniitie taxi

    Questo posto è libero?

    Kuna mtu hapa

    Posso riservare un sedile davanti?

    Naweza kupata kiti cha mbele?

    Un sedile vicino al finestrino

    Kiti karibu na dirisha

    Questa è la strada giusta (breve) per andare a…?

    Hii ni njia (fupi) kwenda…?

    Quanto tempo manca per arrivare?

    Mpaka tufike itachukua muda gani?

    Da che parte vado?

    Niende upande gani?

    Verso nord, verso sud

    Kaskazini, kusini

    Da est, ovest

    Toka mashariki, magharibi

    Dritto avanti

    Moja kwa moja

    A sinistra, (destra)

    Kushoto, (kulia)

    Avanti, indietro

    Mbele, nyuma

    Che zona è questa?

    Huu ni mtaa gani?

    Piazza

    Kiwanja

    Per cortesia mi indica

    Onyesha Tafadhali

    Devo cambiare?

    Lazima nibadili?

    Mi dice dove scendere

    Uniambie nitelemke wapi

    Quanto costa il biglietto per…?

    Tikiti kwa kwenda…ni kiasi gani?

    Solo andata

    Kwenda tu

    Andata e ritorno

    Kwenda na kurudi

    Prima classe, seconda classe, terza classe

    Daraja ya kwanza, ya pili, ya tatu

    Il biglietto fino a quando è valido?

    Tikiti ni halali kwa muda gani?

    Posso passare per…?

    Naweza kupitia…?

    In viaggio posso trovare qualcosa da mangiare?

    Naweza kupata chakula njiani?

    Quanto peso di bagaglio posso portare?

    Naweza kuchukua kilo ngapi cha mzigo?

    Se supera il peso quanto costa ogni chilo ?

    Kilo zikizidi, bei itakuwaje?

  136. Io sto andando con il treno a…

    Nakwenda kwa gari la moshi… (kwa treni)

    Metti questo nel portabagagli

    Weka katika susu

    Per cortesia chiudi (apri) la finestra

    Tafadhali ufunge (ufungue) dirisha

    Dove è la carrozza ristorante?

    Behewa la kulia chakula ni wapi?

    La disturba se fumo?

    Naweza kuvuta

    Può darmi un fiammifero?

    Una kibiriti?

    A che ora noi possiamo fare colazione?

    Asubuhi tunaweza kupata chakula saa ngapi?

    Esiste un trasporto in auto per l’aeroporto?

    Kuna motokaa ya kwenda kiwanja cha ndege?

    A che ora verranno a prendermi?

    Watakuja kunichukua saa ngapi?

    L’aereo per… a che ora è?

    Ndege ya kwenda…ni saa ngapi?

    Potremo avere da mangiare sull’aereo?

    Tutaweza kupata chakula katika ndege?

    E’ possibile andare in nave a…?

    Kuna meli ya kwenda…?

    Quando partirà la prossima nave?

    Meli ingine itaondoka lini?

    A che ora devo salire a bordo?

    Sharti nipande saa ngapi?

    Posso scendere a…?

    Naweza kutelemka…?

    I pasti sono serviti a bordo?

    Chakula chapatikana katika meli?

    Il capitano, il cassiere

    Nahodha, bwana fedha

    Voglio affittare una sedia

    Nataka kukodisha kiti

    Ho mal di mare

    Mimi ni mgonjwa

    Vado nella mia cabina

    Nakwenda chumbani mwangu

    Andiamo al salone da pranzo

    Twendeni kula, twendeni kwenye chumba cha kulia

    Dov’è la stazione di servizio?

    Naweza kupata petroli wapi?

    Conosce/i un meccanico?

    Unamjua fundi wa motokaa?

    Che città è questa?

    Mji huu waitwaje?

    Qual é la prossima città, villaggio?

    Mji ujiao ni mji gani?…kijiji gani?

    Dove conduce quella strada?

    Barabarara ile ya kwenda wapi?

    Dove è la più vicina officina?

    Kuna garaji karibu?

    C’è un meccanico di automobili vicino?

    Kuna fundi wa motokaa karibu?

    Ho bisogno di un poco di aria

    Nataka upepo

    Guardi l’olio

    Tazama mafuta

    Guardi il radiatore

    Tazama maji

    Mi dia 5 litri di petrolio

    Nipe lita tano za petroli

    Per cortesia cambi l’olio

    Geuza mafuta, tafadhali

  137. Ciao Daniela, che bel corso accelerato di Swahili!

    Mi va d’approfondirlo con una celebre frase: HAKUNA MATATA
    Hakuna matata è una locuzione swahili, di uso estremamente comune in molte regioni dell’Africa centro-orientale (in particolare nella zona di Kenya e Tanzania). Il suo significato letterale è “non ci sono problemi”; può essere paragonato a molte altre espressioni analoghe diffuse in altre zone del mondo, come no worries o no problem.

    In occidente la frase è stata resa celebre soprattutto dal film Walt Disney Il re leone (1994). In una celebre sequenza, un suricato e un facocero, Timon e Pumbaa, insegnano al protagonista Simba la filosofia dell’hakuna matata: dimenticare i problemi del passato e concentrarsi con ottimismo sul presente. Il brano musicale che accompagna la scena, Hakuna Matata, è un singolo di Jimmy Cliff, con musica scritta da Elton John e parole di Tim Rice.

    Circa un decennio prima del Re Leone, l’espressione hakuna matata era stata celebrata anche in un altro brano musicale di successo, Jambo Bwana, inciso dai Them Mushrooms nel 1982 e poi reinterpretato da numerosi altri artisti, incluso il gruppo disco pop tedesco Boney M.
    Estratto da http://it.wikipedia.org/wiki/Hakuna_matata

  138. Buona domenica a tutta la classe. Oggi c’è il sole e la temperatura è più mite. Forse l’Inverno volge al suo tramonto.

  139. Ciao Raffaele, io andrei cauta, l’inverno è birichino, fa finta di sparire e poi torna quando sei più impreparato. Godiamoci questo ritrovato tepore, ma senza troppe illusioni. Certo che non mi dispiacerebbe una bella primavera anticipata.
    Buona giornata a tutti. Godetevi il sole!

  140. Sì. Il sole viene e va. E così pure il freddo e la pioggia. Almeno la neve sembra un fenomeno da archiviare. Già compaiono i primi segnali della Primavera.
    Buona giornata a tutti.

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